Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5157 del 26/02/2020

Cassazione civile sez. trib., 26/02/2020, (ud. 13/06/2019, dep. 26/02/2020), n.5157

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. CONDELLO Pasqualina A.P. – rel. Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. VENEGONI Andrea – Consigliere –

Dott. MELE Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 27583/13 R.G. proposto da:

I.E., rappresentata e difesa, giusta procura a margine del

ricorso, dall’avv. Giuliano Milia, con domicilio eletto presso lo

studio dell’avv. Erika Giovannetti, in Roma, via Giuseppe Ferrari,

n. 11;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, con

domicilio eletto in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione Tributaria regionale

dell’Abruzzo n. 175/10/13 depositata in data 25 marzo 2013;

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 13 giugno

2019 dal Consigliere Dott.ssa Pasqualina Anna Piera Condello.

Fatto

RILEVATO

che:

La contribuente I.E. impugnava la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Pescara che aveva respinto il ricorso dalla stessa proposto avverso l’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia delle Entrate aveva rettificato il reddito, relativo all’anno di imposta 2005, sulla scorta delle risultanze emerse da un accertamento svolto nei confronti della società Cinemeccanica s.p.a..

L’appellante deduceva che l’Amministrazione finanziaria avrebbe dovuto procedere a verifiche contabili al fine di accertare i maggiori ricavi.

La Commissione tributaria regionale, confermando la sentenza di primo grado, rilevava che, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 41-bis, era sufficiente che dalla segnalazione risultassero elementi utili a stabilire l’esistenza di un reddito non dichiarato o il maggior ammontare di un reddito parzialmente dichiarato, per cui non era necessario che dalla segnalazione emergesse la prova certa dell’imponibile accertato, quanto piuttosto che dalla stessa risultassero elementi propedeutici a stabilire l’esistenza di un reddito non dichiarato; riteneva, quindi, corretto l’operato dell’Ufficio e dimostrate le circostanze che avevano portato al recupero a tassazione.

I.E. ricorre per la cassazione della suddetta decisione, con due motivi.

L’Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo del ricorso, la contribuente deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 41-bis, e lamenta che la Commissione regionale ha ritenuto infondato il motivo di gravame con il quale aveva eccepito la violazione, da parte della Agenzia delle Entrate, delle norme in materia di accertamento del reddito e ha fondato la pronuncia su una erronea interpretazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 41-bis.

Rileva che l’attività compiuta dall’Agenzia delle Entrate di Pescara, con la quale è stato disposto il recupero di maggiore imposta sul reddito ed ai fini I.V.A., si è sostanziata nel recepimento della segnalazione inviata dall’Agenzia delle Entrate di Milano che, a seguito di verifica documentale effettuata a carico della società Cinemeccanica s.p.a., ha rinvenuto cinque fatture emesse dalla ditta individuale I.E. per servizi commerciali svolti da quest’ultima per conto ed ordine della Cinemeccanica s.p.a.; evidenzia, pertanto, che l’Ufficio non ha proceduto ad alcuna verifica contabile, ma si è limitato a determinare un maggior reddito pari all’importo delle fatture oggetto di verifica.

Contesta, quindi, alla Commissione regionale di avere fornito una errata interpretazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 41-bis, posto che la segnalazione richiede un’attività di accertamento della corretta applicazione delle norme fiscali da effettuarsi attraverso specifico accesso, ispezione o verifica contabile, che, nel caso di specie, mancavano, dato che i maggiori ricavi rilevati erano stati desunti da una ricostruzione non effettuata sulla contabilità della contribuente, ma fondata sulle fatture ricevute da Cinemeccanica s.p.a.

1.1. La censura è infondata.

1.2. Il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 41-bis, prevede, nel testo vigente sino al 31 dicembre 2004, che “senza pregiudizio dell’ulteriore azione accertatrice nei termini stabiliti dall’art. 43, gli uffici delle imposte, qualora, dalle segnalazioni effettuate dal Centro informativo delle imposte dirette, dalla Guardia di Finanza o da pubbliche amministrazioni ed enti pubblici oppure dai dati in possesso dell’anagrafe tributaria, risultino elementi che consentono di stabilire l’esistenza di un reddito non dichiarato o il maggior ammontare di un reddito parzialmente dichiarato, che avrebbe dovuto concorrere a formare il reddito imponibile, compresi i redditi da partecipazioni in società, associazioni ed imprese di cui al testo unico delle imposte sui redditi, approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 5, o l’esistenza di deduzioni, esenzioni ed agevolazioni in tutto o in parte non spettanti, possono limitarsi ad accertare, in base agli elementi predetti, il reddito o il maggior reddito imponibili”.

1.3. L’accertamento parziale che è, dunque, uno strumento diretto a perseguire finalità di sollecita emersione della materia imponibile, non costituisce un metodo di accertamento autonomo rispetto alle previsioni di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, artt. 38 e 39, e al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 e 55, bensì una modalità procedurale che ne segue le stesse regole, per cui può basarsi senza limiti anche sul metodo induttivo ed il relativo avviso può essere emesso pur in presenza di una contabilità tenuta in modo regolare ” (Cass. n. 8406 del 4/4/2018; n. 21984 del 28/10/2015; n. 25989 del 10/12/2014); si è chiarito che l’utilizzo dell’accertamento parziale è nella disponibilità degli uffici anche quando ad essi pervenga una segnalazione o processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza (Cass. n. 23729 del 21/10/2013) che fornisca elementi per ritenere la sussistenza di un reddito non dichiarato e che l’accertamento “parziale” “non è, dunque, circoscritto all’accertamento del reddito d’impresa o solo a talune delle categorie di redditi di cui all’art. 6 T.U.I.R., nè, del resto, è richiesto all’Ufficio di fornire la “prova certa” del maggior reddito, prova che può invece essere raggiunta anche con le presunzioni di cui alla fonte legale….” (Cass. n. 21984 del 28/10/2015; Cass. n. 3573 del 16/2/2010).

1.4. Questa Corte ha, quindi, affermato che l’accertamento parziale, normativamente distinto dall’accertamento integrativo, può basarsi anche su una verifica generale, in quanto “la segnalazione costituisce solo l’atto di comunicazione che consente l’accertamento, distinto dall’attività istruttoria, anche se di modesta entità, da esso necessariamente presupposta” (Cass. n. 25486 del 2013; Cass. n. 2761 del 5/2/2009).

1.5. Da quanto appena detto discende che la tesi difensiva della contribuente non è condivisibile, perchè confonde l’atto di comunicazione (ossia la segnalazione), in base al quale l’accertamento parziale è sempre consentito con l’attività che tale segnalazione presuppone (accessi, ispezioni, verifiche).

La censura, infatti, non tiene conto del principio per cui, in tema di accertamento parziale, l’amministrazione fiscale che disponga di elementi acquisiti, fra l’altro, dalla Guardia di Finanza, ed in base ai quali risulti l’esistenza di un reddito non dichiarato o il maggiore ammontare di un reddito parzialmente dichiarato, può “limitarsi ad accertare, in base agli elementi predetti, il reddito o il maggior reddito imponibili”. Gli “elementi”, cui il citato art. 41-bis, fa riferimento, possono avere anche carattere indiziario e sono validamente opponibili all’imprenditore se “consentono di stabilire” l’esistenza di un reddito non dichiarato o superiore a quello dichiarato; e ciò a prescindere dal fatto che tale maggior reddito non risulti dalle scritture contabili (Cass. n. 20532 del 6/9/2013; Cass. n. 20496 del 6/9/2013).

Il giudice tributario, chiamato a pronunciarsi sul ricorso avverso un atto di accertamento parziale, è quindi tenuto a valutare gli elementi offerti dall’Amministrazione su cui tale atto si fonda, al fine di stabilire se essi sono idonei a fondare la presunzione di reddito o di maggior reddito non dichiarato e, in tal caso, incombe sul contribuente l’onere di provare il contrario.

1.6. Deve, peraltro, considerarsi che la norma sull’accertamento parziale ha una doppia finalità, perchè, da un lato, serve ad evitare che per effettuare un recupero parziale, l’amministrazione non possa poi procedere ad un accertamento più completo, e, dall’altro, serve ad evitare che gli elementi acquisiti unitariamente vengano poi contestati al contribuente “a singhiozzo”, impedendogli una linea difensiva unitaria e complessiva; da ciò discende che l’accertamento parziale è illegittimo quando ad esso segua un ulteriore accertamento basato su altri elementi acquisiti fin dall’origine e non contestati, poichè in tal caso la difesa del contribuente ne risulterebbe pregiudicata.

1.7. Nella specie, non risulta e neppure è stato dedotto dalla ricorrente che, dopo l’accertamento oggetto dell’odierno giudizio, vi sia stata una ulteriore attività di accertamento e, pertanto, anche laddove l’accertamento parziale fosse stato effettuato al di fuori delle ipotesi consentite, la conseguenza sarebbe soltanto che l’amministrazione, avendo esaurito il potere di accertamento “generale”, non poteva notificare altri avvisi alla contribuente.

Neppure la contribuente ha indicato dove e quando e con quali difese ha contrastato nel merito le risultanze cui è pervenuto l’Ufficio.

Correttamente, pertanto, la Commissione regionale ha riconosciuto la legittimità dell’operato dell’Ufficio, che è scaturito da una segnalazione che ha fatto seguito ad una verifica documentale effettuata a carico di altra società (la Cinemeccanica s.p.a.), nel corso della quale sono state rinvenute fatture emesse dalla ditta individuale di cui era titolare la odierna ricorrente, sulla base delle quali è stato accertato un maggior reddito non dichiarato a carico di quest’ultima.

Alla luce degli elementi indiziari emergenti dalla segnalazione, i giudici regionali hanno quindi affermato, con giudizio non sindacabile in questa sede, che risultavano provate, da parte dell’Amministrazione, le circostanze poste a base della pretesa fiscale.

2. Con il secondo motivo, la contribuente censura la sentenza impugnata per omessa, contraddittoria, erronea o illogica motivazione su questioni decisive e rilevanti ai fini della definizione del giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, e sostiene che la sentenza gravata si sia limitata a fare un mero richiamo a pronunce giurisprudenziali, peraltro non pertinenti con la fattispecie in esame, inidonee ad esprimere la ratio decidendi.

2.1. Il motivo è inammissibile.

2.2. In seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, applicabile alla fattispecie in esame, non sono più ammissibili nel ricorso per cassazione le censure di contraddittorietà e insufficienza della motivazione della sentenza di merito impugnata, in quanto il sindacato di legittimità sulla motivazione resta circoscritto alla sola verifica della violazione del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, individuabile nelle ipotesi – che si convertono in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, e danno luogo a nullità della sentenza – di “mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale”, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, al di fuori delle quali il vizio di motivazione può essere dedotto solo per omesso esame di un “fatto storico”, che abbia formato oggetto di discussione e che appaia “decisivo” ai fini di una diversa soluzione della controversia. (Cass. n. 23940 del 12/10/2017; Cass. Sez. U, n. 22232 del 3/11/2016; Cass. n. 8053 del 7/4/2014).

La ricorrente si duole, in modo generico, di una presunta contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata, ma non ha dedotto l’omesso esame, da parte dei giudici di appello, di un “fatto storico”, decisivo e rilevante ai fini della decisione, che avrebbe potuto condurre ad una diversa decisione e, pertanto, la doglianza non si sottrae alla dichiarazione di inammissibilità.

3. In conclusione, il ricorso va rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 7.800,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 13 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 26 febbraio 2020

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