Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5122 del 16/02/2022

Cassazione civile sez. I, 16/02/2022, (ud. 11/05/2021, dep. 16/02/2022), n.5122

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

Dott. MACRI’ Ubalda – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14425/2016 proposto da:

Banco Popolare Società Cooperativa, a seguito di fusione in essa di

Banco Popolare di Verona e Novara S.c.a.r.l. (oltre Banca Popolare

Italiana – Banca Popolare di Lodi – Società Cooperativa), in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliato in Roma, Viale G. Mazzini n. 55, presso lo studio

dell’avvocato Mastrosanti Roberto, che lo rappresenta e difende

unitamente all’avvocato Lovisetto Antonio, giusta procura in calce

al ricorso;

– ricorrente –

nonché contro

C.C., elettivamente domiciliato in Roma, Via Rodi n. 32,

presso lo studio dell’avvocato Flamminii Minuto Alessandra,

rappresentato e difeso dall’avvocato Schiaffino Giulia, giusta

procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

contro

B.F., B.D., Cr.An., domiciliati in

Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria Civile della Corte di

Cassazione, rappresentati e difesi dall’avvocato Barbato Enrico,

giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1293/2015 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 14/05/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

11/05/2021 dal cons. Dott. SOLAINI LUCA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

B.F., B.D. e Cr.An. convenivano in giudizio, davanti al tribunale di Padova, il Banco Popolare di Verona e Novara scarl per ottenere la dichiarazione di nullità ovvero l’annullamento ovvero la risoluzione di due acquisti di obbligazioni emesse dallo (OMISSIS) (“(OMISSIS) 9,25%”) eseguiti dagli attori mediante la predetta banca rispettivamente in data (OMISSIS) per l’importo lordo di Euro 503.580,96 e in data (OMISSIS) per l’importo lordo di Euro 13.157,30. A sostegno della domanda, gli attori lamentavano che la banca fosse incorsa in numerosi inadempimenti agli obblighi informativi sulla stessa gravanti, che avevano condotto alla conclusione di un’operazione non adeguata al profilo di rischio degli investitori. Gli attori contestavano sia il difetto di forma scritta degli ordini sia la validità dei negozi posti in essere per la loro contrarietà agli obblighi d’informazione e al conflitto di interessi. In via di subordine, gli attori chiedevano l’annullamento del contratto per errore o dolo e, in ogni caso, l’accertamento della responsabilità contrattuale della banca con richiesta di sua condanna al risarcimento del danno subito.

Si era costituita la banca, la quale nel contestare tutti gli addebiti, chiamava in causa C.C., il funzionario che aveva raccolto gli ordini contestati, chiedendo di essere da costui manlevata in caso di condanna dell’istituto al risarcimento dei danni in favore degli attori. Il C. si costituiva a sua volta respingendo ogni profilo di sua responsabilità.

Il tribunale in accoglimento dell’eccezione sollevata dalla banca convenuta ai sensi del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 8, comma 4 ha dichiarato l’estinzione del processo, per avere la parte attrice notificato la memoria di replica ai sensi dell’art. 7 D.Lgs. cit. e la successiva istanza di fissazione d’udienza, oltre il termine assegnato dalla banca. Ne’ poteva, secondo i primi giudici annettersi rilievo alla circostanza che il terzo chiamato si era costituito con comparsa notificata in data 3.1.07, in quanto tra parte attrice e il terzo chiamato non vi era alcun rapporto processuale, dal momento che era solo il convenuto ad aver svolto nei confronti del terzo delle domande, sicché l’unico contraddittore degli attori era la banca convenuta.

Avverso la predetta sentenza, B.F., B.D. e Cr.An. proponevano appello – che veniva parzialmente accolto – anche all’esito della ctu disposta per accertare l’autenticità della sottoscrizione in calce alla “scheda cliente” datata 1.10.98, a fronte del disconoscimento di essa, operato da B.D. e della manifestazione della banca di volersi avvalere del documento.

A sostegno dei propri assunti, il giudice distrettuale statuiva, in via preliminare, che il processo non doveva essere dichiarato estinto, in quanto alla luce delle domande formulate dalla banca nel chiamare in giudizio il C. (del quale chiedeva l’accertamento della responsabilità per i fatti di causa e che indicava come il solo responsabile) era sussistente un diretto rapporto processuale fra il terzo chiamato e l’attore: in tale contesto, era legittimo che la parte attrice avesse fatto riferimento al termine concesso dal terzo chiamato nella sua comparsa costitutiva per la notifica della memoria di replica del 26.1.07 (notificando poi l’istanza di fissazione d’udienza il giorno 1.3.07). Pertanto, alla luce del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 8, comma 1, lett. b) in combinato con l’art. 7, comma 3 bis D.Lgs. cit., la parte attrice aveva diritto di attendere l’atteggiamento processuale assunto dal C. e che i termini per lo svolgimento della sua attività processuale non potessero che prendere decorrenza dalla scadenza dei termini del terzo chiamato: d’altra parte, secondo la Corte d’appello, il tenore della chiamata in causa da parte della banca aveva fatto sorgere un diretto rapporto processuale con la parte attrice anche del terzo chiamato, indicato come responsabile, con i ben noti effetti in tema di estensione automatica della domanda.

Nel merito, la Corte d’appello accoglieva la domanda subordinata proposta dagli attori di accertamento della responsabilità della banca per violazione degli obblighi di comportamento posti a tutela degli investitori da parte del TUF e del reg. Consob n. 11522/98 (tali violazioni erano dai medesimi investitori riferite all’omissione di adeguate informazioni circa i rischi generali degli investimenti effettuati, all’omessa valutazione del profilo di rischio dei clienti al fine di determinare l’adeguatezza dell’operazione di investimento in titoli (OMISSIS), alla mancata sottoposizione agli attori degli ordini di acquisto ed alla scorretta informazione sui titoli acquistati fornite dai funzionari della banca). In particolare, la Corte territoriale traeva la responsabilità della banca dal fatto che la stessa non era esentata dagli obblighi informativi sulla stessa incombenti, anche in caso di rifiuto del cliente di fornire notizie in ordine alla propria situazione patrimoniale, ai propri obiettivi d’investimento e alla propria propensione al rischio, in quanto l’art. 29, comma 2 reg. Consob n. 11522/98 dispone che gli intermediari nell’effettuare operazioni per conto degli investitori tengono conto oltre che delle informazioni da questi fornite loro, anche “di ogni altra informazione disponibile in relazione ai servizi prestati”; in questa ottica, della “scheda cliente 1/10/98” (nella quale il B. dichiarava avere un’alta propensione al rischio) non si poteva tenere conto perché la sottoscrizione era stata accertata apocrifa e non si poteva tenere conto neppure di tutti gli ordini d’investimento in titoli esteri avvenuti dal (OMISSIS) al (OMISSIS) (intercorrenti tra le parti ed oggetto di un distinto giudizio) perché risultavano anch’essi sottoscritti con firme apocrife (ad eccezione di un solo acquisto di titoli esteri e di pochi acquisti o rimborsi di pronti contro termine) come accertato dal tribunale di Padova in via definitiva con sentenza n. 2180/10. A questo proposito, la Corte d’appello ha rilevato che seppur quegli ordini d’investimento riguardavano prodotti finanziari diversi da quelli oggetto del presente giudizio, tuttavia siccome erano stati richiamati dalla banca per connotare la tipologia di investimenti propria degli attori, la accertata falsità delle relative sottoscrizioni faceva venire meno la fondatezza della tesi della banca circa la pregressa esperienza finanziaria dei sigg.ri B.- Cr., ai fini del giudizio di adeguatezza dell’operazione in (OMISSIS). Inoltre, la Corte d’appello, per corroborare l’assunto del profilo di rischio non alto degli odierni investitori, ha richiamato le dichiarazioni del C. dalle quali è risultato che gli attori preferivano effettuare investimenti dal basso rendimento ma sicuri nel risultato (v. p. 18 della sentenza impugnata, nella quale i giudici d’appello hanno rilevato come anche la stessa banca aveva riconosciuto la rischiosità delle obbligazioni dei Paesi emergenti). Secondo la medesima Corte d’appello, l’omissione delle avvertenze di cui al citato art. 29 reg. Consob era sufficiente – quantomeno in via presuntiva – ad evidenziare la sussistenza del nesso causale tra la violazione della banca degli obblighi facenti capo agli intermediari finanziari e il danno subito dai clienti, infatti, in tali ipotesi, l’intermediario era soggetto a un obbligo di astensione che poteva essere superato solo qualora fosse stato l’investitore a richiedere l’esecuzione dell’operazione attraverso un ordine scritto nel quale fosse riportata in maniera completa e precisa l’avvertenza che l’operazione non era adeguata con la specifica indicazione delle ragioni di tale inadeguatezza.

Infine, la Corte d’appello accoglieva anche la domanda di manleva proposta dalla banca a carico del C. quale dipendente che aveva materialmente ricevuto gli ordini d’investimento. L’accoglimento non era, tuttavia, integrale avendo la Corte riconosciuto la concorrente responsabilità della stessa banca nella causazione del danno; il concorso di colpa della banca, stimato dai giudici nella misura dei due terzi, comportava la corrispondente riduzione del risarcimento in favore dell’istituto di credito manlevato.

Banco Popolare società cooperativa (a seguito di fusione per incorporazione con Banco Popolare di Verona e Novara scrl) ricorre per cassazione contro la predetta sentenza della Corte veneta affidando l’impugnazione a sette motivi. Resistono con controricorso B.F., B.D. e Cr.An. mentre C.C. ha spiegato controricorso con ricorso incidentale sulla base di sette motivi.

Tutte le parti hanno depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

Con il primo motivo di ricorso principale (che può essere esaminato unitamente al primo motivo di ricorso incidentale avente analoga rubrica e contenuto), la banca ricorrente deduce il vizio di violazione di legge, in particolare del D.Lgs. n. 5 del 2003, art. 8, comma 4 nonché degli artt. 106,112,115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3., perché la Corte d’appello aveva errato nel ritenere che non si fosse verificata l’ipotesi estintiva del processo, in quanto la banca – che non contesta affatto il ragionamento in diritto della Corte di appello – ha chiarito di aver proposto soltanto una domanda di garanzia impropria nei confronti del C. mentre non aveva – a suo dire – sostenuto la tesi che quest’ultimo fosse responsabile esclusivo dell’illecito.

Con il secondo motivo di ricorso principale (che può essere esaminato unitamente al secondo motivo di ricorso incidentale avente analoga rubrica e contenuto), la banca ricorrente prospetta, in via di subordine e nel merito, il vizio di violazione di legge, in particolare dell’art. 2729 c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, avendo la Corte d’appello erroneamente ritenuto inadeguato l’investimento proposto dalla banca agli attori e per tale ragione ravvisando la sussistenza di un inadempimento di quest’ultima.

In particolare, la ricorrente lamenta che l’errore dei giudici d’appello sia consistito nel ritenere che l’Istituto di credito abbia inteso dimostrare il reale profilo di rischio dei clienti e l’adeguatezza dell’investimento sulla sola base delle loro precedenti scelte e, quindi, sulla sola base di documentazione ritenuta apocrifa, ma che, invece, era rilevante nonostante l’apocrifia, in quanto i precedenti ordini d’investimento erano stati pacificamente condivisi dagli investitori (v. nota 14 a p. 14 del ricorso), alla luce degli estratti conto inviati periodicamente dalla banca e mai contestati (v. p. 20 del ricorso) e della restante documentazione attestante la pregressa esperienza finanziaria dei predetti investitori (v. pp. 23, 24-26).

Con il terzo motivo di ricorso principale, proposto in via di ulteriore subordine (che può essere esaminato unitamente al terzo motivo di ricorso incidentale avente analoga rubrica e contenuto), la banca ricorrente lamenta il vizio di omessa pronuncia in ordine alla domanda di risoluzione del contratto, con violazione della norma di cui all’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, l’accoglimento della quale domanda avrebbe comportato gli effetti restitutori di cui all’art. 1458 c.c., circostanza che avrebbe evitato alla banca l’ulteriore pregiudizio patito a causa della errata valorizzazione da parte del giudice dell’appello, dei titoli, che sarebbero, invece, tornati nella disponibilità della banca.

Con il quarto motivo di ricorso principale, proposto in via di ulteriore gradato subordine (che può essere esaminato unitamente al quarto motivo di ricorso incidentale avente analoga rubrica e contenuto), la banca ricorrente censura il vizio di violazione di norme di legge, in particolare, dell’art. 2729 c.c. nonché degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, avendo la Corte di appello di Venezia errato nella valutazione del valore dei titoli oggetto di causa (attestandosi sul 28-30% del valore nominale) che è sì il valore che gli aveva attribuito essa banca, ma nel 2006, cioè, al momento della costituzione in giudizio di primo grado, avendo anche evidenziato come tale valorizzazione fosse molto variabile nel tempo per la volatilità del medesimo titolo, “rimanendo inalterata l’oggettiva esistenza del bene” a suo tempo acquistato dal privato, tanto che nelle conclusioni, sotto il profilo risarcitorio la banca aveva anche chiesto lo scomputo delle obbligazioni “per l’equivalente del valore”. Pertanto, la Corte distrettuale aveva omesso di “attualizzare” il valore dei bond (OMISSIS) alla data di emissione della pronuncia della sentenza di condanna della banca che è intervenuta quasi nove anni dopo dalla prima valorizzazione del 2006 (alla data del maggio 2015, il valore dei predetti titoli non si attestava più intorno al 30%, ma intorno al 76/78% del loro valore nominale).

Con il quinto motivo di ricorso principale, (che può essere esaminato unitamente al quinto motivo di ricorso incidentale avente analoga rubrica e contenuto), la banca ricorrente contesta il vizio di violazione di norme di legge, in particolare, degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, avendo la Corte di appello di Venezia utilizzato una erronea nozione del fatto notorio, ritenendo che il fatto rappresentato dal valore titoli oggetti di causa pari al 28-20% del prezzo di acquisto costituisse fatto notorio.

Con il sesto motivo di ricorso principale, la banca ricorrente propone il vizio di violazione di norme di legge, in particolare, dell’art. 1223 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, avendo la Corte d’appello omesso l’esame di un fatto decisivo (esclusività dell’apporto causale dato dal C., il cui comportamento era per di più connotato dall’elemento psicologico del dolo rispetto alla colpa, al più, ravvisabile in capo alla banca) e, quindi, ritenuto sussistere una concorrente responsabilità della banca con il terzo chiamato in termini di concorso di quest’ultima nella produzione del danno, sicché, erroneamente la Corte territoriale aveva accolto soltanto parzialmente e non integralmente la domanda di manleva proposta dalla banca nei confronti del predetto terzo chiamato.

Con il settimo motivo di ricorso principale, la banca ricorrente deduce la violazione di norme di diritto, in particolare degli artt. 1227 e 1255 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, avendo la Corte di appello erroneamente ritenuta la sussistenza di un concorso fra il C. e la Banca nella causazione del danno, ed omesso di parametrare il regresso spettante alla banca nei confronti di quest’ultimo al rispettivo grado di colpa e all’entità delle conseguenze derivate, ovvero, in ulteriore subordine e nel dubbio circa la rispettiva efficienza causale delle singole condotte rispetto al danno, avendo la Corte di appello nell’applicazione del menzionato art. 2055 c.c., ignorato la presunzione di uguaglianza delle colpe, di cui al comma 3 di tale medesimo articolo.

Con il sesto motivo di ricorso incidentale, il Sig. C. prospetta la violazione degli artt. 1223 e 2055 c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, ovvero omesso l’esame di fatti decisivi (assoluzione passata in giudicato in sede penale, assenza di esclusività dell’apporto causale nelle operazioni contestate, espressa dichiarazione dei correntisti di aver voluto dette operazioni). Lamenta che la Corte d’appello aveva ritenuto sussistere una concorrente responsabilità del chiamato in causa, C.C., con la banca, nella produzione del danno e accolto erroneamente, seppur parzialmente, la domanda di manieva proposta dalla Banca nei confronti del medesimo controricorrente.

Con il settimo motivo di ricorso incidentale, subordinato rispetto al precedente, il Sig. C. prospetta la violazione delle medesime norme indicate nel sesto motivo, al fine di chiedere una rideterminazione della percentuale del proprio concorso di colpa, ex art. 1227 c.c., tenendo conto della adeguata valutazione delle concorrenti condotte causali.

Il primo motivo sia del ricorso principale che del ricorso incidentale è inammissibile perché avrebbe dovuto riportare il testo della chiamata in garanzia impropria per evidenziare che non conteneva – come, invece, sostenuto dalla Corte d’appello – alcun riferimento alla responsabilità esclusiva del chiamato.

Il secondo motivo proposto in via subordinata rispetto al precedente sia nel ricorso principale che in quello incidentale è inammissibile, perché nel sollevare censure di merito all’accertamento dei fatti da parte della Corte d’appello, mira a una rivalutazione del materiale istruttorio, che è una finalità inammissibile nel presente giudizio di legittimità (Cass. nn. 27000/16, 11892/16).

Il terzo motivo proposto in via subordinata rispetto al precedente sia nel ricorso principale che in quello incidentale è inammissibile, in quanto la domanda di risoluzione è stata proposta davanti alla Corte d’appello dagli investitori e solo loro sono legittimati a lamentare un’eventuale omessa pronuncia, mentre la banca non ha interesse a rilevare un vizio relativamente a una domanda che non faceva parte delle sue difese nella fase di merito.

Il quarto motivo proposto in via subordinata rispetto al precedente sia nel ricorso principale che in quello incidentale è fondato (con assorbimento del quinto motivo sia del ricorso principale che di quello incidentale), perché la Corte d’appello avrebbe dovuto prendere in considerazione il valore dei titoli alla data della decisione e non già alla data della domanda, infatti le condizioni dell’azione vanno considerate alla data della decisione, né sussiste alcun notorio su fatti suscettibili di accertamenti tecnici, quale il valore dei titoli (v. Cass. n. 33154/19).

Il sesto e settimo motivo di ricorso principale, che possono essere oggetto di un esame congiunto, sono infondati, perché secondo la giurisprudenza di questa Corte, per le attività illecite poste in essere dall’incaricato di un istituto di credito sussiste la responsabilità indiretta della banca (cfr. da ultimo, Cass. n. 28634/20, che esclude la responsabilità della banca solo in caso di condotta agevolatrice del danneggiato che presenti i caratteri se non della collusione quantomeno della consapevole acquiescenza alla violazione delle regole gravanti sull’incaricato), la quale peraltro può concorrere con la responsabilità diretta della banca allorché il danno sia causalmente collegato anche al fatto proprio di quest’ultima (v. Cass. n. 18928/17).

Nel caso di specie, la Corte del merito non solo non ha accertato alcuna condotta agevolatrice dei coniugi B.- Cr., ma la medesima Corte ha, invece, accertato, la concorrente responsabilità della struttura bancaria, non adeguatamente organizzata, nell’ambito della quale i comportamenti del C. (e non solo di costui) ebbero modo di esplicarsi e, dunque, di un concorso nella produzione del danno, ai sensi dell’art. 1227 c.c., comma 1 che la Corte ha stimato, come già riferito sopra in narrativa, nella misura dei due terzi. Gli accertamenti di fatto su cui si basano le predette statuizioni dei giudici di appello non possono essere rivisitati in sede di legittimità.

Il sesto e settimo motivo del ricorso incidentale, che possono essere oggetto di un esame congiunto, perché entrambi riferiti al concorso causale di C.C. nella causazione del danno patrimoniale ai coniugi B.- Cr., quale funzionario della banca che aveva ricevuto gli ordini d’investimento oggetto di controversia, sono inammissibili, perché censurano il merito della valutazione in fatto della Corte d’appello di Venezia e mirano a rivedere la percentuale di concorso di colpa del funzionario nella causazione del danno agli investitori che risulta, con motivazione congrua, fissata in ragione di un terzo a carico di C.C. e per i restanti due terzi a carico della banca.

In accoglimento del quarto e quinto motivo sia del ricorso principale che di quello incidentale, rigettati il sesto e settimo motivo sia del ricorso principale che incidentale, dichiarati inammissibili il primo secondo e terzo motivo di entrambi i ricorsi, la sentenza va cassata e rinviata alla Corte d’appello di Venezia, affinché, alla luce di quanto sopra esposto, riesamini il merito della controversia.

PQM

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

Accoglie il quarto e quinto motivo sia del ricorso principale che di quello incidentale, rigetta il sesto e settimo motivo sia del ricorso principale che incidentale, dichiara inammissibili il primo secondo e terzo motivo di entrambi i ricorsi.

Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Venezia, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 11 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 16 febbraio 2022

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