Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5110 del 28/02/2017

Cassazione civile, sez. trib., 28/02/2017, (ud. 17/10/2016, dep.28/02/2017),  n. 5110

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIELLI Stefano – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – rel. Consigliere –

Dott. PERRINO Angelina Maria – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – Consigliere –

Dott. CENTONZE Alessandro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 13366-2010 proposto da:

B.A., elettivamente domiciliato in ROMA VIA IPPONIO 14,

presso lo studio dell’avvocato EDUARDO CIERI, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato PAOLO TOMASSINI giusta delega a

margine;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– resistente con atto di costituzione –

avverso la sentenza n. 15/2010 della COMM. TRIB. REG. del LAZIO

depositata il 01/02/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/10/2016 dal Consigliere Dott. TRICOMI LAURA;

uditi per il ricorrente gli Avvocati CIERI e TOMASSINI che hanno

chiesto l’accoglimento;

udito per il resistente l’Avvocato URBANI NERI che ha chiesto il

rigetto;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SORRENTINO Federico che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. B.A. propone ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi e corroborato da memoria ex art. 378 c.c., avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio, meglio in epigrafe indicata, con la quale, rigettato l’appello del medesimo contro la decisione di primo grado, veniva confermato l’avviso di accertamento (OMISSIS) relativo all’IRPEF, IRAP ed IVA per l’anno 2000.

2. Il giudice di secondo grado ha osservato che il contribuente non aveva fornito elementi di prova documentale idonei a smentire la pretesa erariale correttamente fondata sui parametri previsti dai provvedimenti ministeriali in ragione dei quali erano stati determinati maggiori ricavi, e rimarcava l’esistenza di una sproporzione tra i costi elevati ed il contenuto reddito dichiarato.

3. L’Agenzia delle entrate ha partecipato alla discussione in udienza pubblica.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il Collegio ha deliberato, come da Decreto del Primo Presidente in data 14 settembre 2016, la redazione della motivazione in forma semplificata.

2.1. Con il primo motivo si denuncia la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 218 del 1997, art. 5, (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) per non avere considerato la CTR che l’atto impositivo non era stato preceduto dal contraddittorio tra le parti, elemento essenziale propedeutico all’emanazione dell’avviso.

2.2. Il motivo è inammissibile per carenza di autosufficienza, atteso che il ricorrente non ha riportato, come sarebbe stato suo onere, il tratto di ricorso in appello in cui avrebbe addotto la doglianza al giudice di secondo grado, di guisa che non è possibile verificare se la questione, che si palesa come nuova, sia stata ritualmente e tempestivamente introdotta nel giudizio.

3.1. Con il secondo motivo si denuncia la violazione della L. n. 212 del 2000, art. 7 e della L. n. 241 del 1990, art. 3 (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) perchè il giudice del gravame non avrebbe considerato che non poteva basarsi solamente sui parametri, peraltro indicati in maniera astratta, ma doveva attenersi a dati concreti che, nella fattispecie, mancavano.

3.2. Il motivo è infondato posto che la CTR esattamente ha osservato che, a fronte dell’applicazione dei criteri concernenti i parametri, era onere del contribuente fornire la prova del suo assunto e che, nella specie, quest’ultimo non lo aveva assolto.

4.1. Con il terzo motivo si denuncia la violazione della L. n. 400 del 1988, art. 17 e del D.P.R. n. 600 del 1973, art.39, comma 1, lett. d), (art. 360 c.p.c., comma f, n. 3), contestando la illegittimità dei parametri adottati con il DPCM 29.01.1996, come mod. dal DPCM 27.03.1997, emesso in mancanza della preventiva consultazione del Consiglio di Stato; si lamenta anche l’erroneità del ragionamento logico deduttivo seguito dalla CTR, secondo il quale il reddito di impresa sarebbe diretta espressione dei costi e non, come correttamene andrebbe computato, della differenza tra costi e ricavi.

3.2. Il motivo è inammissibile quanto al primo profilo poichè la doglianza non colpisce alcuna statuizione della CTR, ma appare rivolta direttamente avverso il DPCM in questione. E’ inammissibile anche quanto al secondo profilo poichè la censura non colpisce una autonoma ratio decidendi, ma un semplice argomento (la sproporzione tra i costi sostenuti ed i redditi dichiarati) posto a sostegno della validità della ricostruzione parametrica operata dall’Amministrazione, ma privo di decisività.

4.1. Con il quarto motivo si lamenta l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in ordine alla mancata instaurazione del contraddittorio ed alla astrattezza dei parametri (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).

4.2. L’esame del motivo è assorbito dalla declaratoria di inammissibilità del primo motivo.

3. Conclusivamente il ricorso va rigettato, infondato il secondo motivo, inammissibili i motivi primo e terzo ed assorbito il quarto.

Le spese per la fase di legittimità seguono la soccombenza nella misura liquidata in dispositivo.

PQM

La Corte di cassazione, rigetta il ricorso, infondato il secondo motivo, inammissibili i motivi primo e terzo ed assorbito il quarto;

– condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che liquida nel compenso di Euro 1.700,00, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 17 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2017

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