Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5089 del 16/02/2022

Cassazione civile sez. I, 16/02/2022, (ud. 02/12/2021, dep. 16/02/2022), n.5089

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. CENICCOLA Aldo – est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 26784/2020 proposto da:

B.M., elettivamente domiciliato in Roma presso la cancelleria

della Corte di Cassazione, rapp.to e difeso dall’avv. Nunzia Lucia

Messina, del Foro di Catania;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, in persona del Ministro p.t. ((OMISSIS)),

rapp.to e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato

in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12, costituito al solo fine di

partecipare ex art. 370 c.p.c., comma 1, all’eventuale udienza di

discussione della controversia;

– resistente –

avverso il decreto n. 9667 del 28 settembre 2020, del Tribunale di

Ancona;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

giorno 2 dicembre 2021 dal relatore Dott. Aldo Ceniccola.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Con decreto n. 9667 del 28 settembre 2020 il tribunale di Ancona rigettava la domanda reiterata proposta da B.M., nato a (OMISSIS), volta ad ottenere in via gradata il riconoscimento della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria. Osservava il tribunale che correttamente la Commissione territoriale aveva dichiarato inammissibile la domanda reiterata in quanto il ricorrente non aveva prodotto né il verbale di audizione relativo alla prima domanda, né il ricorso originariamente presentato, né il primo provvedimento emesso dal tribunale di Ancona, sicché non era possibile valutare se le ragioni addotte nel successivo ricorso fossero state già oggetto di deduzione nel procedimento culminato nella decisione del 2016.

Ne’ poteva considerarsi sufficiente il richiamo generico alla situazione generale del Paese di origine, posto che il ricorrente non aveva allegato l’esistenza di una condizione peggiorativa, rispetto al momento del passaggio in giudicato della prima decisione, e nemmeno sussisteva alcuna delle ipotesi previste dal D.Lgs. n. 25 del 2018, art. 14, in quanto, esaminando le Coi aggiornate, doveva escludersi che la situazione politica in Guinea fosse caratterizzata da fattori di particolare instabilità; doveva pure escludersi l’esistenza di rischi alla persona del richiedente in caso di rimpatrio, non essendo stati né allegati né dimostrati elementi nuovi a sostegno della domanda reiterata e necessari per rivedere il giudizio di credibilità.

Anche la protezione umanitaria doveva essere esclusa: posto che la domanda reiterata era stata formulata in epoca successiva all’entrata in vigore del D.L. n. 133 del 2018, non solo non era possibile riconoscere il permesso di soggiorno per motivi umanitari (ormai venuto meno), ma neppure era lecito riconoscere alcuna delle altre ipotesi tipizzate dalla nuova normativa, nemmeno fatte oggetto di specifica domanda.

Il richiedente propone ricorso per cassazione fondato su 4 motivi. Il Ministero si è costituito al solo fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, avendo il tribunale statuito senza alcuna verifica e/o comparazione dei fatti e dei documenti allegati alla richiesta reiterata, dichiarando la mancanza di novità della domanda, come ritenuto dalla Commissione, ed omettendo di fornire una motivazione logica ed adeguata dell’adottata decisione.

1.1. Il motivo è inammissibile.

1.2. Nonostante nella rubrica e nel corpo del motivo venga più volte ribadito che la censura è formulata ai sensi della nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, il ricorrente (che del resto omette del tutto di spiegare quale sia stato il fatto decisivo il cui esame sarebbe stato trascurato dal giudice di merito) si duole semmai dell’assenza della motivazione, dolendosi del fatto che il percorso logico-argomentativo seguito dal tribunale sia del tutto carente, omettendo di spiegare le ragioni concrete poste a fondamento del rigetto.

1.3. In proposito deve però rilevarsi che, se è vero che il tribunale ha più volte manifestato una decisa condivisione della valutazione di inammissibilità espressa dalla Commissione, tale convinta adesione è stata accompagnata da un’esternazione molto puntuale delle ragioni che lo hanno indotto a riscontrare l’assenza di elementi di novità nella domanda reiterata. Non sussiste, pertanto, il vizio lamentato dal ricorrente.

2. Il secondo motivo lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, che il tribunale avrebbe erroneamente posto a carico del ricorrente l’onere di produrre documenti già acquisiti, durante l’iter amministrativo, dalla Commissione territoriale e che dovevano, appunto, essere trasmessi da quest’ultima.

2.1. Il motivo è inammissibile.

2.2. In realtà il tribunale ha riscontrato la indisponibilità non semplicemente della documentazione amministrativa, ma degli atti relativi alla prima domanda rientranti nel dominio del ricorrente (ricorso originario, verbale di audizione, provvedimento emesso nel 2016 dal tribunale di Ancona) e, pur condividendo il giudizio della Commissione circa l’assenza di novità della domanda, ha poi esaminato nel merito l’unico elemento asseritamente nuovo dedotto dal ricorrente e riguardante il mutamento della situazione del Paese di origine, escludendo che nelle more sia intervenuto un peggioramento.

2.3. In ogni caso il ricorrente, nel formulare il motivo in oggetto, al di là di una generica doglianza riguardante la lamentata ma insussistente inversione dell’onere della prova, continua a non chiarire quale sarebbe stata la rilevanza dei documenti non acquisiti dal tribunale, se cioè da essi potesse concretamente trarsi qualche elemento significativo, idoneo a scalfire il giudizio del tribunale.

3. Il terzo motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, lamenta l’errore del tribunale nell’aver ritenuto applicabile alla domanda reiterata le disposizioni del D.L. n. 113 del 2018, laddove, da un lato, la disciplina applicabile dovrebbe cristallizzarsi con riferimento al momento della presentazione della prima domanda e, dall’altro, in ogni caso, la domanda reiterata venne presentata quando era ancora in vigore la protezione umanitaria.

3.1. Il motivo è inammissibile.

3.2. Quanto all’individuazione della data di presentazione della domanda reiterata, l’argomento secondo il quale la data del deposito era anteriore all’entrata in vigore delle nuove disposizioni è stato già affrontato dal tribunale, il quale ha puntualmente osservato che la data alla quale il ricorrente fa riferimento (anteriore all’abrogazione della protezione umanitaria) non poteva essere presa in esame, in quanto attestata da un semplice foglio intitolato “richiesta di protezione internazionale”, ma priva di qualsivoglia attestazione di deposito innanzi alla Questura o altro organo competente, sicché la data corretta doveva essere individuata nel 18 marzo 2019, epoca dell’effettiva presentazione della domanda innanzi alla Questura di Siracusa.

3.3. Anche l’ulteriore rilievo secondo il quale il regime della domanda reiterata avrebbe dovuto seguire quello della domanda originaria è infondato, in ragione dell’autonomia tra le due domande dal punto di vista processuale.

3.4. Tale principio trova conferma in Cass. n. 20629 del 19/07/2021 che, sia pure a fini differenti da quelli in esame, ha confermato l’applicabilità del principio tempus regit actum, rilevando che la nuova domanda è del tutto autonoma rispetto a quelle in origine formulate: “In tema di protezione internazionale, ove, durante la vigenza del D.L. n. 13 del 2017, conv. con modif. in L. n. 46 del 2017, venga reiterata la domanda di protezione internazionale, già presentata e rigettata quando era in vigore la disciplina precedente, la statuizione del tribunale sul ricorso contro la decisione di inammissibilità della Commissione territoriale non è appellabile ma ricorribile per cassazione, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 13, dovendosi dare applicazione al principio “tempus regit actum”, poiché la nuova domanda, come pure l’impugnazione della relativa decisione in sede amministrativa, sono del tutto autonome rispetto a quelle in origine formulate”.

4. Il quarto motivo lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, la mancata valutazione dei presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria: il giudice di merito, secondo il ricorrente, non solo avrebbe applicato il D.L. n. 113 del 2018, senza considerare la normativa vigente al momento della presentazione della domanda, ma avrebbe omesso di attuare una valutazione sinergica tra la situazione individuale del richiedente e le condizioni di tutela dei diritti fondamentali nel Paese di origine, trascurando di contestualizzare le condizioni di vivibilità nel luogo di appartenenza del richiedente e di considerare l’aspetto individuale e soggettivo nel contesto del Paese di origine comparato allo stato di integrazione del soggetto.

4.1. Il motivo è inammissibile in quanto evoca la sopravvivenza di un parametro (quello riguardante il giudizio comparativo) che è proprio della protezione umanitaria e che però risulta inapplicabile, come più sopra precisato, al caso concreto.

5. Va, infine, osservato che la conseguente inammissibilità del ricorso, in applicazione del criterio della ragione più liquida, esclude la necessità di soffermarsi, in questa sede, sulla questione concernente l’invalidità della procura ad litem, che appare – nel caso – priva della certificazione della data di rilascio, questione risolta in senso affermativo da una recente pronuncia di questa Corte (cfr. Cass. Sez. Un. 15177/2021), seguita dalla rimessione alla Corte costituzionale della questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. 28 gennaio 2008, n. 25, art. 35-bis, comma 13, introdotto dal D.L. 17 febbraio 2017, n. 13, art. 6, comma 1, lett. g), convertito con modificazioni dalla L. 13 aprile 2017, n. 46 (cfr. Cass. 17970/2021).

6. In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile e, in assenza di svolgimento di difese effettive da parte del Ministero, nessuna statuizione deve essere adottata sulle spese di lite.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 2 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 16 febbraio 2022

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