Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5078 del 05/03/2018


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Civile Sent. Sez. L Num. 5078 Anno 2018
Presidente: NOBILE VITTORIO
Relatore: PATTI ADRIANO PIERGIOVANNI

SENTENZA
sul ricorso 25612-2012 proposto da:
FERRETTI LAURA C.E. FRRLRA69R61I174E, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA PANAMA 74, presso lo studio
dell’avvocato GIANNI EMILIO IACOBELLI, che la
rappresenta e difende, giusta delega in atti;
– ricorrente 2017
4883

contro

POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. 97103880585, in persona
del legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA LUIGI GIUSEPPE FARAVELLI 22,
presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA, che la

Data pubblicazione: 05/03/2018

rappresenta e difende, giusta delega in atti;

controricorrente

avverso la sentenza n. 8862/2011 della CORTE
D’APPELLO di ROMA, depositata il 12/12/2011 R.G.N.
236/2009;

udienza del 07/12/2017 dal Consigliere Dott. ADRIANO
PIERGIOVANNI PATTI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. RENATO FINOCCHI GHERSI che ha concluso
per il rigetto del ricorso principale, assorbito il
ricorso incidentale condizionato;
udito l’Avvocato RAFFIO MASSIMO per delega verbale
Avvocato IACOBELLI GIANNI EMILIO;
udito l’Avvocato SCAMU CESIRA TERESINA per delega
verbale Avvocato MARESCA ARTURO.

udita la relazione della causa svolta nella pubblica

RG 25612/2012
FATTI DI CAUSA
Con sentenza in data 12 dicembre 2011, la Corte d’appello di Roma rigettava l’appello
proposto da Laura Ferretti avverso la sentenza di primo grado, che, sul presupposto
della risoluzione del rapporto per mutuo consenso, ne aveva rigettato le domande nei

le parti, ai sensi dell’art. 8 del CCNL 26 novembre 1994 per esigenze eccezionali
conseguenti alla fase di ristrutturazione e di rimodulazione degli assetti occupazionali
in corso, per il periodo dal 16 ottobre 1998 al 30 aprile 1999, di accertamento
dell’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato dalla data di stipulazione e di
condanna della società alla riammissione in servizio e al pagamento, a titolo
risarcitorio in proprio favore, delle retribuzioni maturate.
A motivo della decisione, la Corte territoriale riteneva la natura di eccezione in senso
proprio della deduzione di risoluzione del contratto per mutuo consenso, non esigente
formalità particolari né tanto meno la formulazione di una domanda riconvenzionale e,
nel merito, la ricorrenza di elementi sintomatici di una volontà abdicativa del
lavoratore tale da giustificare un consensuale scioglimento del rapporto, nell’onere
probatorio datoriale, individuabili nel caso di specie nell’inerzia della lavoratrice per
oltre sette anni dalla data di cessazione del rapporto (dal 30 aprile 1999) alla messa a
disposizione delle proprie energie lavorative (nel luglio 2006) e nella documentata
prestazione di lavoro alle dipendenze di altri dal 10 febbraio 2000 al 30 luglio 2001.
Avverso tale sentenza la lavoratrice proponeva, con atto notificato il 13 novembre
2011, ricorso per cassazione con quattro motivi, cui resisteva Poste Italiane s.p.a. con
controricorso, contenente ricorso incidentale condizionato con unico motivo; entrambe
le parti comunicavano memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Con il primo motivo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt.
100, 101, 112, 418 c.p.c., in relazione agli artt. 24 e 111 Cost., anche sotto il profilo
dell’error in procedendo,

per omesso rilievo d’ufficio dell’inammissibilità della

deduzione di risoluzione del rapporto per mutuo consenso, in quanto non qualificabile

confronti di Poste Italiane s.p.a. di nullità del termine apposto al contratto stipulato tra

RG 25612/2012
alla stregua di eccezione in senso stretto, ma (siccome espressione di un autonomo e
distinto petitum)

di domanda riconvenzionale, proposta senza il rispetto della

disciplina stabilita dall’art. 418 c.p.c. e pertanto con maturazione della relativa
decadenza; comunque in violazione del principio del contraddittorio e del diritto di

2. Con il secondo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 434,
437, anche in relazione all’art. 342 c.p.c., dell’art. 112 c.p.c., in relazione agli artt.
416, 418, 434, 436, 437 c.p.c., anche sotto il profilo dell’error in procedendo e
contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia, per vizio di
ultrapetizione della sentenza per avere pronunciato, con relativa nullità della stessa (e
pure analogamente di quella di primo grado, non rilevata dalla Corte d’appello), sulla
risoluzione per mutuo consenso (non già del contratto a termine cessato, ma) del
rapporto (eventualmente convertito a tempo indeterminato, per effetto
dell’accertamento preliminare di nullità del contratto a tempo determinato, invece
omesso), in mancanza di una domanda riconvenzionale ritualmente proposta: per tale
dovendo essere qualificata la deduzione datoriale e non eccezione riconvenzionale,
siccome non volta alla mera elisione degli effetti della pretesa attorea in virtù del suo
rigetto, ma introduttiva di una causa autonoma e successiva di risoluzione del rapporto
(costituitosi a tempo indeterminato per effetto della nullità del contratto a termine),
attributiva di beni determinati (mancata costituzione di un rapporto di lavoro a tempo
indeterminato, inesistenza di obblighi retributivi, previdenziali, risarcitori, di
riconoscimento di anzianità) in contrapposizione a quelli richiesti con la domanda
principale di nullità del termine del contratto a tempo determinato con le relative
conseguenze suddette.
3. Con il terzo, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2113 c.c.
e 411 c.p.c., per la ritenuta possibilità, attraverso la risoluzione per mutuo consenso,
di una tacita rinuncia a un diritto, quale la conversione del rapporto di lavoro a tempo
indeterminato, nell’inosservanza delle formalità previste dalla legge.
4.

Con il quarto, la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1421,

1422, 2697 e 2729 c.c., per inidoneità, attesa l’imprescrittibilità dell’azione di nullità

difesa della lavoratrice, comportante nullità della sentenza.

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parziale del contratto a termine, dell’elemento temporale di per sé solo a costituire
indice di una chiara e certa volontà della parte lavoratrice di definitiva cessazione del
rapporto lavorativo convertito a tempo indeterminato: neppure potendosi ravvisare
significativi elementi in tale senso essenzialmente nella prestazione di attività

dell’iniziativa giudiziale, considerata anche la deterrenza della circolare di Poste Italiane
s.p.a. del 1999, di esclusione di assunzioni a termine di lavoratori in contenzioso con
essa), con erroneo ragionamento presuntivo della Corte territoriale, in contrasto con il
rispetto dell’onere probatorio datoriale, non assolto.
5. Con unico motivo, Poste Italiane s.p.a. a propria volta, in via di ricorso incidentale
condizionato, deduce l’applicabilità dell’art. 32, comma quinto, sesto e settimo I.
183/2010, quale ius superveniens, nel giudizio pendente, in mancanza di formazione
di un giudicato sul capo risarcitorio e con liquidazione di un’indennità, nella vigenza di
accordi collettivi nazionali con le organizzazioni sindacali sulla stabilizzazione del
rapporto di lavoro, nella misura minima di 2,5 mensilità e comunque non eccedente la
dimidiazione di quella massima.
6. I primi due motivi (rispettivamente relativi a violazione e falsa applicazione: degli
artt. 100, 101, 112, 418 c.p.c., in relazione agli artt. 24 e 111 Cost., anche sotto il
profilo dell’error in procedendo, per omesso rilievo d’ufficio dell’inammissibilità della
deduzione di risoluzione del rapporto per mutuo consenso; degli artt. 434, 437, anche
in relazione all’art. 342 c.p.c., dell’art. 112 c.p.c., in relazione agli artt. 416, 418, 434,
436, 437 c.p.c.; entrambi anche sotto il profilo

dell’error in procedendo

ea

contraddittoria motivazione, per vizio di ultrapetizione della pronuncia di risoluzione
per mutuo consenso in mancanza di una domanda riconvenzionale ritualmente
proposta) possono essere congiuntamente esaminati, per ragioni di stretta
connessione.
6.1. Essi sono infondati.
6.2. In proposito, occorre osservare che ricorre l’ipotesi di eccezione riconvenzionale,
allorquando il fatto dedotto dal convenuto sia diretto a provocare il mero rigetto della
domanda avversaria; integra invece una vera e propria domanda riconvenzionale,

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lavorativa alle dipendenze di terzi (per meno di diciotto mesi e alcuni anni prima

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preclusa in sede di gravame, l’istanza con la quale venga chiesto, oltre al rigetto
dell’altrui pretesa, l’ulteriore declaratoria di tutte le conseguenze giuridiche connesse
all’invocato mutamento della situazione precedente (Cass. 13 giugno 2013, n. 14852,
in affermazione di principio ai sensi dell’art. 360b1s n. 1 c.p.c.). Ed ancora, che la

base della difesa del convenuto (ossia dal fatto o dal rapporto giuridico invocato a suo
fondamento), ma dal relativo oggetto, vale a dire dal risultato processuale che lo
stesso intenda con essa ottenere, limitato nel secondo caso al rigetto della domanda
proposta dall’attore: sicchè, non sussistono limiti al possibile ampliamento del tema
della controversia da parte del convenuto a mezzo di eccezioni, purché a loro
fondamento siano allegati fatti o rapporti giuridici prospettati come idonei a
determinare l’estinzione o la modificazione dei diritti fatti valere dall’attore ed in base
ai quali si chieda la reiezione delle domande da questo proposte e non una pronunzia
di accoglimento di ulteriori e diverse domande (Cass. 25 ottobre 2016, n. 21472).
6.3. In tema di contratto di lavoro a tempo determinato, giova ribadire come la
deduzione, da parte del datore di lavoro convenuto per l’accertamento della
conversione del rapporto a tempo indeterminato per l’illegittima apposizione del
termine, che il rapporto si è risolto per mutuo consenso non integri una domanda
riconvenzionale, in quanto non finalizzata ad ottenere un provvedimento positivo,
sfavorevole al lavoratore, ma semplicemente il rigetto della sua domanda (Cass. 4
agosto 2015, n. 16339, con richiami di precedenti in motivazione; Cass. 21 aprile
2017, n. 20291).
6.4. E allora, per riprendere le espressioni della ricorrente, non sussiste alcuna
autonoma richiesta di attribuzione di beni determinati (petitum) diversa ed ulteriore
rispetto a quella formulata con la domanda principale di nullità del termine del
contratto a tempo determinato con le relative conseguenze ripristinatorie del rapporto
e risarcitorie, ma una dialettica contrapposizione ad essa negativa, appunto nel senso
della sua reiezione: e pertanto di mancata costituzione di un rapporto di lavoro a
tempo indeterminato, di inesistenza di obblighi retributivi, previdenziali, risarcitori, di
riconoscimento di anzianità.

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distinzione tra domanda ed eccezione riconvenzionale non dipende dal titolo posto a

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6.5. Sicchè, non si configurano le violazioni denunciate, avendo la Corte territoriale
correttamente pronunciato, con motivazione congrua in esatta applicazione dei
consolidati principi di diritto suenunciati (per le ragioni esposte al quinto e sesto
capoverso di pg. 2 della sentenza), in base ad una tempestiva eccezione di parte

di pg. 1 della sentenza): al di là di ogni disputa, qui irrilevante, sulla natura di una tale
eccezione, se tale in senso stretto (Cass. 7 Maggio 2009 n. 10526; Cass. 29 marzo
1982 n. 1939) ovvero in senso lato, in quanto rappresentante “un fatto
oggettivamente estintivo dei diritti nascenti dal contratto, che può essere accertato
d’ufficio” (Cass. 6 agosto 1997 n. 7270; Cass. 22 novembre 2006 n. 24802; Cass. 24
maggio 2007 n. 12075; Cass. 20 giugno 2012 n. 10201; Cass. 17 marzo 2014 n.
6125).
7. Il terzo (violazione e falsa applicazione degli artt. 2113 c.c. e 411 c.p.c. per ritenuta
possibilità, attraverso la risoluzione per mutuo consenso, di una tacita rinuncia al diritto
alla conversione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato) può essere
congiuntamente esaminato con il quarto (violazione e falsa applicazione degli artt.
1421, 1422, 2697 e 2729 c.c. per erronea individuazione, nell’elemento temporale
combinato con la prestazione di attività lavorativa alle dipendenze di terzi, di una
volontà della lavoratrice di definitiva cessazione del rapporto lavorativo), per ragioni di
stretta connessione.
7.1. Anch’essi sono infondati.
7.2. Premesso che l’art. 1372, primo comma c.c. stabilisce che il contratto può essere
sciolto per mutuo consenso o per cause ammesse dalla legge e che questa Corte ha
costantemente affermato che il mutuo consenso sullo scioglimento del rapporto deve
essere espresso oppure, salvo che non sia richiesta la forma scritta ad substantiam,
desumibile da comportamenti concludenti (Cass. 26 ottobre 2015, n. 21764; Cass. 4
luglio 2006, n. 15264), la mancata impugnazione, nel caso dei contratti a tempo
determinato, della clausola che fissa il termine viene considerata indicativa della
volontà di estinguere il rapporto di lavoro tra le parti a condizione che la durata di tale
comportamento omissivo sia particolarmente rilevante e che concorra con altri

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datoriale di risoluzione per mutuo consenso del rapporto (così al penultimo capoverso

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elementi convergenti ad indicare, in modo univoco ed inequivoco, la volontà di
estinguere ogni rapporto di lavoro tra le parti; e il relativo giudizio attiene al merito
della controversia (Cass. s.u. 27 ottobre 2016, n. 21691, p.ti 56, 57).
7.3. Sicchè, l’apprezzamento in ordine all’idoneità degli elementi presuntivi a

senza che il convincimento da questi espresso in relazione al complesso degli indizi,
soggetti ad una valutazione globale e non singolare di ciascuno, possa essere
suscettibile di un diverso o rinnovato apprezzamento in sede di legittimità (Cass. 4
agosto 2011, n. 16932 con affermazione del principio ai sensi dell’art. 360bis, n. 1
c.p.c.; Cass. 13 febbraio 2015, n. 2906; Cass. 21 aprile 2017, n. 20291), qualora,
come appunto nel caso di specie (per le ragioni esposte dal settimo capoverso di pg. 2
al primo di pg. 3 della sentenza) non sussistano vizi logici o errori di diritto.
8. Dalle superiori argomentazioni, assorbenti l’unico motivo incidentale condizionato,
discende coerente il rigetto del ricorso, con la regolazione delle spese del giudizio
secondo il regime di soccombenza.

P.Q.M.
La Corte
rigetta il ricorso principale, assorbito l’incidentale condizionato; condanna Laura
Ferretti alla rifusione, in favore della controricorrente, giIle spese del giudizio, che
liquida in C 200,00 per esborsi e C 4.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso
per spese generali 15% e accessori di legge.

Così deciso in Roma il 7 dicembre 2017

consentire inferenze nel senso detto rientra nei compiti affidati al giudice del fatto,

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