Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5062 del 05/03/2018


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Civile Sent. Sez. L Num. 5062 Anno 2018
Presidente: BALESTRIERI FEDERICO
Relatore: PAGETTA ANTONELLA

SENTENZA

sul ricorso 4314-2016 proposto da:
LANDCRAFF DI KANAGASUNTHARAM RAVISHANDRAN & C S.N.C.,
in persona del legale rappresentante pro tempore,
elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MARIANNA
DIONIGI 29, presso lo studio dell’avvocato MARINA
MILLI, che lo rappresenta e difende, giusta delega in
2017

atti;
– ricorrente –

4407

contro

BIALE REY BUENSALIDO, elettivamente domiciliato in
ROMA, VIA PIETRO DELLA VALLE 2, presso lo studio

Data pubblicazione: 05/03/2018

dell’avvocato FRANCESCO SCHILLACI, che lo rappresenta
e difende unitamente all’avvocato FRANCESCA AIELLO,
giusta delega in atti;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 3354/2015 della CORTE D’APPELLO

udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 14/11/2017 dal Consigliere Dott. ANTONELLA
PAGETTA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. MARCELLO MATERA che ha concluso per il
rigetto del ricorso;
udito l’Avvocato MARINA MILLI;
udito l’Avvocato FRANCESCO SCHILLACI.

.

di ROMA, depositata il 10/08/2015 R.G.N. 7298/13;

Fatti di causa

1. Il Tribunale di Roma, in accoglimento del ricorso di Rey Buensalido Biale,
dichiarava la esistenza tra questi e l’allora Landcraff s.n.c. di Grado Torres Myrna
Sonia & C., di un rapporto di lavoro subordinato avente decorrenza dal 15.9.2008 al
30 11.2011 e condannava la società al pagamento della somma di C 19.405,28 a

c.c.n.l. imprese di manutenzione e sistemazione del verde pubblico e privato qualifica di giardiniere – ; dichiarava la inefficacia del licenziamento orale intimato
dalla società ed, in giuridica continuità del rapporto, condannava la società al
risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni omesse (calcolate nella misura di
C 1.186,44 mensili) dalla data di notifica del ricorso alla sentenza; respingeva la
domanda riconvenzionale di risarcimento del danno avanzata dalla società.
2. La Corte di appello di Roma, in parziale riforma della decisione di primo grado,
nel resto confermata, ha condannato Rey Buensalido Biale al pagamento in favore
della società della somma di C 500,00 a titolo di risarcimento del danno oltre interessi
legali dalla data della domanda giudiziale.
2.1. La Corte di merito, per quel che ancora rileva, ha preliminarmente respinto la
eccezione di nullità della sentenza di primo grado per essere stato rinvenuto nel
fascicolo d’ufficio, dal procuratore della resistente, prima dell’udienza di discussione, il
testo della sentenza, completo di epigrafe, fatto, motivazione e data uguale a quella
dell’udienza; ciò sul rilievo che tale testo costituiva una mera bozza o prospetto
predisposto in vista della lettura del dispositivo e delle ragioni di fatto e di diritto alla
base della decisione. Quanto all’eccezione relativa al fatto che nel verbale di udienza
non risultava che vi fosse stata discussione della causa, il giudice di appello, premesso
che alcun rilievo poteva avere la mancata partecipazione del difensore della
resistente, assente per sua scelta, ha osservato che dalla mancata espressa
verbalizzazione della discussione orale non poteva ipotizzarsi l’effettiva mancanza
della stessa la quale non poteva che essere stata limitata dall’assenza predetta e dalla
precedente concessione di un termine per note del quale entrambe le parti si erano
avvalse così espletando compiutamente il proprio diritto di difesa.
2.2. Nel merito il giudice di secondo grado ha confermato, sulla base di puntuale
richiamo alle deposizioni testimoniali, la ricostruzione di prime cure in punto di

titolo di differenze retributive calcolate sulla base dell’inquadramento nel V livello

decorrenza del rapporto, di mansioni espletate, di orario osservato e di cessazione del
rapporto per effetto di licenziamento orale, che aveva determinato la continuità
giuridica dello stesso e il diritto del lavoratore al risarcimento del danno dalla data di
messa in mora. In ordine all’orario di lavoro ha precisato che dalla motivazione della
sentenza di primo grado e dalla somme in concreto attribuite al ricorrente – solo a
titolo di lavoro ordinario – si evinceva che l’affermazione del giudice di prime cure in
punto di orario osservato, “pertanto la prova non è stata data” si riferiva chiaramente

3. Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso la s.n.c. Landcraff di
Kanagasuntharam Ravishandran & C. ( già Landcraff s.n.c. di Grado Torres Myrna
Sonia & C.) ,sulla base di cinque motivi ; la parte intimata ha resistito con tempestivo
controricorso .
Ragioni della decisione
1. Con il primo motivo di ricorso la società ricorrente deduce violazione dell’art.
111 Cost. sotto il profilo della violazione del diritto alla tutela giurisdizionale ed in
particolare del principio del contraddittorio, censurando la decisione di appello per non
avere conferito rilievo al rinvenimento in udienza nel fascicolo d’ufficio di primo
grado, prima della discussione, del testo già predisposto della sentenza.
2.

Con il secondo motivo deduce violazione dell’art. 429 cod. proc. civ.

censurando la sentenza impugnata per avere affermato che dalla mancata espressa
verbalizzazione della discussione orale non poteva ipotizzarsi la effettiva mancanza
della stessa. Sostiene che il giudice di prime cure avrebbe dovuto, ai sensi dell’art. 51
cod. proc. civ., astenersi anziché provvedere all’esito della udienza di discussione,
alla lettura integrale della sentenza e alla sua sottoscrizione; assume, ancora, che il
giudice di appello avrebbe dovuto motivare la contraddizione tra la sentenza nella
quale si dà atto dell’avvenuta discussione ed il verbale di udienza che non ne contiene
traccia.
3. Con il terzo motivo deduce violazione dell’art. 429 e dell’art. 51 cod. proc. civ.
per avere il giudice di appello erroneamente definito ” bozza” lo scritto rinvenuto nel
fascicolo di ufficio prima dell’udienza di discussione di primo grado atteso che tale
scritto costituiva una vera e propria sentenza, completa di epigrafe, intestazione,
tant’è che il giudice di prime cure, all’esito dell’udienza, si era limitato a sottoscriverlo

al superamento dell’orario contrattuale e non al pur dedotto orario a tempo pieno.

e a darne lettura. Reitera quindi la deduzione di nullità della sentenza e del
procedimento argomentando dall’obbligo di astensione del giudice di prime cure.
4. Con il quarto motivo di ricorso deduce, assente e contraddittoria motivazione
“su un motivo principale dell’appello” tale da determinare un netto contrasto tra
motivazione e dispositivo. Premette che in primo grado aveva contestato sia che il
rapporto dedotto fosse a tempo pieno sia la prestazione di lavoro straordinario e che

con precisione gli orari di inizio e fine lavoro, i giorni ed i periodi lavorativi e che la
prova non era stata data, aveva condannato ugualmente la datrice di lavoro al
pagamento delle differenze retributive sull’orario di lavoro; la Corte di merito aveva
respinto il motivo di gravame sul punto avanzato dalla società ritenendo che la
affermazione del giudice in ordine all’assenza di prova dell’orario di lavoro si riferisse
all’orario contrattuale e non all’orario ordinario, pure dedotto. Assume l’erroneità di
tale interpretazione in quanto priva di riscontro nella decisione di primo grado.
5. Con il quinto motivo deduce violazione degli artt. 91 e 92 cod. proc. civ. per
avere la sentenza impugnata condannato essa società all’integrale rifusione delle
spese di lite pur avendo parzialmente accolto la domanda di risarcimento del danno
formulata in via riconvenzionale.
6. Il primo motivo di ricorso è infondato.
6.1. Si premette che, per come pacifico, la sottoscrizione da parte del giudice di
primo grado del testo scritto, completo di epigrafe e contenente la motivazione della
decisione, rinvenuto nel fascicolo di ufficio, è avvenuta solo al termine dell’udienza di
discussione. Trova pertanto applicazione la consolidata giurisprudenza di questa
Corte, alla quale si ritiene di dare continuità, secondo la quale la predisposizione ad
opera del giudice, prima dell’udienza di precisazione delle conclusioni e della
discussione orale, di una bozza di decisione da rendere ai sensi dell’art. 281

sexies

cod. proc. civ., non è nulla, né lesiva del diritto di difesa delle parti, in quanto attività
prodromica alla decisione, destinata ad integrare una ipotesi di soluzione, suscettibile
di conferma o di modifica all’esito della discussione delle parti. ( Cass. 21/05/2014 n.
11259; Cass. 14/05/2014 n. 10453).
7. Il secondo motivo è da respingere.

il giudice di prime cure, pur affermando che nessun teste era stato in grado di riferire

7.1. In primo luogo, la modalità di deduzione della violazione di norme di diritto ai
sensi dell’art. 360 comma primo n. 3 cod. proc. civ., non è conforme all’insegnamento
di questa Corte secondo il quale il motivo con cui si denunzia il vizio della sentenza
previsto dall’art. 360 comma primo n. 3 cod. prov. civ. deve essere dedotto, a pena
di inammissibilità, non solo mediante la puntuale indicazione delle norme
assuntivamente violate, ma anche mediante specifiche e intelligibili argomentazioni
intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto

regolatrici della fattispecie, diversamente, impedendosi alla Corte di Cassazione di
verificare il fondamento della lamentata violazione. ( Cass. 03/08/2007 n. 5353,
Cass. 17/05/2006 n. 11501)
7.2. Parte ricorrente, infatti, non individua alcuna affermazione in diritto della
sentenza in contrasto con le norme delle quali lamenta la violazione ma si limita a
dedurre che, in concreto, in primo grado, la decisione era stata adottata senza essere
preceduta dalla prescritta discussione orale in quanto di tale discussione non era dato
atto nel verbale di udienza e che il Collegio avrebbe dovuto motivare sulla discrasia
tra le risultanze del verbale di udienza e la affermazione contenuta nella sentenza di
primo grado che dava atto dello svolgimento della discussione.
7.3. La censura risulta, quindi, inammissibile sotto il profilo della dedotta
violazione di legge dovendosi altresì rilevare che parte ricorrente non argomenta in
alcun modo per contrastare la puntuale ricostruzione del giudice di appello che, con
ragionamento presuntivo, ha ritenuto, in coerenza con quanto affermato dalla
sentenza di primo grado, comunque effettuata la discussione orale della causa, pur in
assenza di espressa attestazione in verbale.
8. Il terzo motivo è inammissibile per una pluralità di profili.
8.1. La censura in ordine all’improprietà terminologica delle espressioni usate dal
giudice di appello nel qualificare come “bozza” o “prospetto” il testo scritto rinvenuto
nel fascicolo di ufficio risulta del tutto ininfluente ove si consideri che solo con la
sottoscrizione da parte del giudice di primo grado, pacificamente successiva alla
chiusura della discussione, il detto testo ha assunto carattere di sentenza e cioè di
provvedimento conclusivo del giudizio di primo grado, vincolante per le parti. Tanto
assorbe anche l’ulteriore rilievo, peraltro genericamente articolato, in punto di
violazione dell’obbligo di astensione da parte del primo giudice, dovendo altresì

contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme

rilevarsi che non essendo tale questione stata trattata dal giudice di appello, costituiva
onere del ricorrente dimostrarne l’avvenuta rituale deduzione nelle fasi di merito e in
particolare nel ricorso in appello (Cass. 22/01/2013 n. 1435; Cass. 28/07/2008 n.
20518 ). Parte ricorrente si è, invece, sottratta a tale onere in quanto non ha

dimostrato mediante sufficiente esposizione della vicenda processuale che la questione
attinente alla violazione dell’obbligo di astensione era stata ritualmente proposta in

9. Il quarto motivo è da respingere.
9.1. E’ infatti da evidenziare la inammissibilità della deduzione, peraltro non
veicolata da pertinente enunciazione del motivo di ricorso, relativa alla errata
interpretazione da parte del giudice di appello della sentenza di primo grado. A tal fine
è sufficiente rilevare il difetto di autosufficienza del ricorso per cassazione il quale, con
riferimento alla pretesa relativa all’orario di lavoro, non riproduce né riassume le
allegazioni e deduzioni a riguardo formulate nell’originario ricorso ; tantomeno dà
compiuta contezza del contenuto della sentenza di primo grado non risultando a tal
fine idonea la riproduzione di alcune frasi attribuite a tale sentenza, intervallate da
puntini sospensivi che non consentono alcuna sicura ricostruzione del relativo contesto
argomentativo ( v. ricorso pagg. 19 e 20) . Quanto ora rilevato esclude in astratto
ogni possibilità di verifica della correttezza della interpretazione del dictum del primo
giudice operata dal giudice di appello. In ogni caso la astratta necessità di tale verifica
risulta superata dal fatto che il giudice di appello ha proceduto in via autonoma alla
ricostruzione dell’orario osservato dal lavoratore, come emerge dal puntuale richiamo
alle prove testimoniali e documentali ( v. sentenza di appello, pag. 5) pervenendo
sulla base di tale valutazione al medesimo risultato del giudice di prime cure.
9.2. Con riguardo all’ulteriore profilo, con il quale si denunzia il vizio di
motivazione, se ne rileva la inammissibilità ai sensi dell’art. 348 ter, quinto comma,

cod. proc. civ., che esclude che possa essere impugnata ex art. 360, n. 5, cod. proc. civ.
la sentenza di appello che conferma la decisione di primo grado, previsione applicabile
ai giudizi di appello che, come quello in oggetto, sono stati introdotti con appello
depositato dopo 1’11 settembre 2012 (Cass. 18/12/2014 n. 26860). E’ ancora, in ogni
caso, da evidenziare la non conformità della articolazione del motivo all’attuale
configurazione dell’art. 360, comma primo n. 5 cod. proc. civ., applicabile ratione

appello.

temporis, per il quale si richiede l’omesso esame di fatto storico avente rilevanza
decisiva, oggetto di discussione tra le parti ( v. Cass. Sezioni Unite 07/04/2014
n.8053), fatto storico neppure individuato dall’odierno ricorrente.
10. Il quinto motivo è infondato.
10.1. Il giudice di appello, nel porre le spese di lite interamente a carico della
società, stante la assoluta prevalente soccombenza di questa, “peraltro anche nelle

giurisprudenza di questa Corte, secondo il quale soltanto la parte interamente
vittoriosa non può essere condannata, nemmeno per una minima quota al pagamento
delle spese processuali (Cass.22/02/2016 n. 3438; Cass. 07/03/2012 n 3595 /2012)
, Cass. n. 3438/2016).
10.2. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in materia di spese processuali,
l’identificazione della parte soccombente è rimessa al potere decisionale del giudice
del merito, insindacabile in sede di legittimità, anche in questo caso con l’unico limite
di violazione del principio per cui le spese non possono essere poste a carico della
parte totalmente vittoriosa ( Cass. 16 giugno 2011 n. 13229) . Rientrando dunque
nella discrezionalità del giudice di merito l’opportunità di compensare (in tutto ovvero
in parte) le spese processuali nell’ipotesi di reciproca soccombenza, non può
censurarsi la soluzione opposta in cui sia stato ritenuto di attribuire l’onere delle spese
processuali esclusivamente sulla base di una complessiva valutazione dell’esito della
lite. Il criterio della soccombenza, peraltro, non si fraziona a seconda dell’esito delle
varie fasi del giudizio, ma va riferito unitariamente al risultato finale della lite, senza
che rilevi che in qualche grado o fase del giudizio la parte poi definitivamente
soccombente abbia conseguito un esito ad essa favorevole ( cfr., tra le altre, Cass.
13/03/2013 n. 6369; Cass. 29/09/2011 n. 19880; Cass. 23/07/2010 n. 17351; Cass.
09/03/2004 n. 4778).
10.3.

Infine, in tema di liquidazione delle spese giudiziali, nessuna norma

prevede, per il caso di soccombenza reciproca delle parti, un criterio di valutazione
della prevalenza della soccombenza dell’una o dell’altra basato sul numero delle
domande accolte o respinte per ciascuna di esse, dovendo essere valutato l’oggetto di
lite nel suo complesso ( Cass. 24/01/2013 n. 1703). Ciò anche in considerazione del
fatto che l’obbligo del rimborso delle spese processuali si fonda sul principio di
causalità nel senso che la parte soccombente va individuata in quella che, azionando

due fasi di inibitoria”, ha fatto applicazione di un principio, conforme alla

una pretesa accertata come infondata o resistendo ad una pretesa fondata , abbia
dato causa al processo o alla sua protrazione e deve qualificarsi tale in relazione
all’esito finale della controversia ( cfr., tra le altre, Cass. 30/03/2010 n. 7625; Cass.
08/06/2007 n. 13430; Cass. 27/11/2006 n. 25141).
11. Al rigetto del ricorso segue la condanna della società al pagamento delle spese
di lite.

gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità dell’art. 13, comma 1 quater, d.P.R.
30 maggio 2002, n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, legge 24 dicembre
2012, n. 228.

P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese
di lite che liquida in C 4.000,00 per compensi professionali, C 200,00 per esborsi,
oltre spese forfettarie nella misura del 15% e accessori come per legge.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 cater, del d.P.R. n. 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti
per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello
dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art.13.

Roma, 14 novembre 2017

12. La circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30

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