Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5045 del 16/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 16/02/2022, (ud. 19/01/2022, dep. 16/02/2022), n.5045

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCODITTI Enrico – Presidente –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – rel. Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 9499/2021 proposto da:

P.R., elettivamente domiciliato in ROMA, presso la

CANCELLERIA della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato ALFONSO LANDI;

– ricorrente –

contro

TELECOM ITALIA S.P.A., elettivamente domiciliata in ROMA presso lo

studio dell’avvocato JEAN-JACQUES KERAMBRUN, che la rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1048/2020 emessa dalla CORTE D’APPELLO DI

SALERNO, depositata il 25/09/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 19/01/2022 dal Consigliere Relatore Dott. MARCO

DELL’UTRI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

con sentenza resa in data 25/9/2020 (n. 1048/2020), la Corte d’appello di Salerno ha confermato la decisione con la quale il giudice di primo grado ha rigettato la domanda proposto da P.R. per la condanna della Telecom Italia s.p.a. al ripristino della linea telefonica intestata all’attore, precedentemente distaccata dalla società convenuta in ragione del mancato pagamento, da parte del P. di quanto dallo stesso dovuto a titolo di corrispettivi;

a fondamento della decisione assunta, la corte territoriale ha rilevato come del tutto correttamente il giudice di primo grado avesse disatteso la domanda del P., non avendo quest’ultimo fornito alcuna adeguata dimostrazione dell’avvenuto pagamento di quanto dovuto in favore della società telefonica, o comunque della relativa comunicazione alla stessa, secondo quanto imposto dalle condizioni generali di contratto efficaci tra le parti;

avverso la sentenza d’appello, P.R. propone ricorso per cassazione sulla base di due motivi d’impugnazione;

la Telecom Italia s.p.a. resiste con controricorso;

a seguito della fissazione della Camera di consiglio, la causa è stata trattenuta in decisione all’odierna adunanza camerale, sulla proposta di definizione del relatore emessa ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., nonché per vizio di motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5), per avere la corte territoriale erroneamente omesso di rilevare, dalla documentazione prodotta dall’attore, la dimostrazione dell’avvenuto pagamento di quanto preteso dalla società telefonica e dell’avvenuta comunicazione di detto pagamento alla stessa; e tanto, sulla base di un’erronea interpretazione e lettura di tali elementi di prova;

con il secondo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., e degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonché per vizio di motivazione (in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5), per avere la corte territoriale erroneamente omesso di rilevare la mancata contestazione, da parte della Telecom Italia s.p.a., dell’avvenuto pagamento, da parte del P., delle somme di cui lo stesso aveva dato contezza attraverso la documentazione prodotta nel corso del giudizio;

entrambi i motivi – congiuntamente esaminabili per ragioni di connessione – sono inammissibili;

osserva al riguardo il Collegio come, attraverso le censure in esame (sotto entrambi i profili di cui all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5), il ricorrente si sia sostanzialmente spinto a sollecitare la corte di legittimità a procedere a una rilettura nel merito degli elementi di prova acquisiti nel corso del processo, in contrasto con i limiti del giudizio di cassazione e con gli stessi limiti previsti dall’art. 360 c.p.c., n. 5 (nuovo testo) sul piano dei vizi rilevanti della motivazione;

in particolare, sotto il profilo della violazione di legge, il ricorrente risulta aver prospettato le proprie doglianze attraverso la denuncia di un’errata ricognizione della fattispecie concreta, e non già della fattispecie astratta prevista dalle norme di legge richiamate (operazione come tale estranea al paradigma del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3), neppure coinvolgendo, la prospettazione critica del ricorrente, l’eventuale falsa applicazione delle norme richiamate sotto il profilo dell’erronea sussunzione giuridica di un fatto in sé incontroverso, insistendo propriamente lo stesso nella prospettazione di una diversa ricostruzione dei fatti di causa, rispetto a quanto operato dal giudice a quo;

nel caso di specie, al di là del formale richiamo, contenuto nell’epigrafe dei motivi d’impugnazione in esame, al vizio di violazione e falsa applicazione di legge, l’ubi consistam delle censure sollevate dall’odierno ricorrente deve piuttosto individuarsi nella negata congruità dell’interpretazione fornita dalla corte territoriale del contenuto rappresentativo degli elementi di prova complessivamente acquisiti, dei fatti di causa o dei rapporti ritenuti rilevanti tra le parti;

si tratta, come appare manifesto, di un’argomentazione critica con evidenza diretta a censurare una (tipica) erronea ricognizione della fattispecie concreta, di necessità mediata dalla contestata valutazione delle risultanze probatorie di causa; e pertanto di una tipica censura diretta a denunciare il vizio di motivazione in cui sarebbe incorso il provvedimento impugnato;

ciò posto, i motivi d’impugnazione così formulati devono ritenersi inammissibili, non essendo consentito alla parte censurare come violazione di norma di diritto, e non come vizio di motivazione, un errore in cui si assume che sia incorso il giudice di merito nella ricostruzione di un fatto giuridicamente rilevante, sul quale la sentenza doveva pronunciarsi, non potendo ritenersi neppure soddisfatti i requisiti minimi previsti dall’art. 360 c.p.c., n. 5, ai fini del controllo della legittimità della motivazione nella prospettiva dell’omesso esame di fatti decisivi controversi tra le parti;

a tale ultimo riguardo, varrà osservare come il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, possa ritenersi denunciabile per cassazione unicamente là dove attenga all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia);

sul punto, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua decisività, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (cfr. Sez. 2, Ordinanza n. 27415 del 29/10/2018, Rv. 651028 – 01);

pertanto, dovendo dunque ritenersi definitivamente confermato il principio, già del tutto consolidato, secondo cui non è consentito richiamare la corte di legittimità al riesame del merito della causa, le odierne doglianza del ricorrente devono ritenersi inammissibili, siccome dirette a censurare, non già l’omissione rilevante ai fini del citato art. 360 c.p.c., n. 5, bensì la congruità del complessivo risultato della valutazione operata nella sentenza impugnata con riguardo all’intero materiale probatorio, che, viceversa, il giudice a quo risulta aver elaborato in modo completo ed esauriente, sulla scorta di un discorso giustificativo dotato di adeguata coerenza logica e linearità argomentativa, senza incorrere in alcuno dei gravi vizi d’indole logico-giuridica unicamente rilevanti in questa sede;

e’ appena il caso di rilevare, da ultimo, l’assoluta inconsistenza della censura concernente la pretesa erroneità della sentenza impugnata nella parte in cui avrebbe omesso di considerare l’asserita mancata contestazione, da parte di Telecom Italia s.p.a., dell’avvenuto pagamento, da parte del P., delle somme portate dalla documentazione depositata in giudizio, avendo la corte territoriale, da un lato, espressamente documentato le ragioni dell’insussistenza di tale detta mancata contestazione e, dall’altro, avendo fondato la propria decisione, non già sul presupposto del mancato pagamento, da parte del P., delle somme indicate nella documentazione dallo stesso prodotta, bensì in forza della decisiva circostanza costituita dalla mancata dimostrazione dell’imputabilità di detto pagamento al titolo in forza del quale la società telefonica ebbe a sospendere l’esecuzione del servizio telefonico;

sulla base di tali premesse, dev’essere formalmente dato atto dell’inammissibilità del ricorso, con la conseguente condanna del ricorrente al rimborso, in favore della società controricorrente, delle spese del presente giudizio (distratte in favore dell’avv.to Kerambrun dichiaratosi antistatario), secondo la liquidazione di cui al dispositivo, oltre all’attestazione della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso, in favore della controricorrente, delle spese del presente giudizio, liquidate in complessivi Euro 2.500,00, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori come per legge, da distrarsi in favore dell’avv.to Kerambrun.

Dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sesta Sezione Civile – 3, della Corte Suprema di Cassazione, il 19 gennaio 2022.

Depositato in Cancelleria il 16 febbraio 2022

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