Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5030 del 28/02/2017

Cassazione civile, sez. III, 28/02/2017, (ud. 13/12/2016, dep.28/02/2017),  n. 5030

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI AMATO Sergio – Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. DE STEFANO Franco – rel. Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 27225-2014 proposto da:

C.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ANTONIO

BERTOLONI, 27, presso lo studio dell’avvocato ANDREA MELUCCO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIUSEPPE TROISI giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

M.P.M., M.P.M.A., considerate

domiciliate ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI

CASSAZIONE, rappresentate e difese dall’avvocato PIERO GERIN,

MICHELE LUZZATTO giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1012/2014 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 22/04/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

13/12/2016 dal Consigliere Dott. FRANCO DE STEFANO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI RENATO che ha concluso per il rigetto.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.- C.D., sulla base di una procura generale rilasciatagli il 5.7.85 dalla moglie L.A.M., dalla quale era separato e con la quale aveva in corso controversia sulla proprietà di due immobili in (OMISSIS), vendette il (OMISSIS) questi ultimi alle sorelle M.P.M. e M.A., impegnandosi a tenerle sollevate da qualsiasi pretesa potesse provenire dalla moglie; avendo costei ottenuto con sentenza della corte di appello di Venezia n. 1070/07 l’annullamento del contratto di vendita perchè stipulato dal rappresentante in riconoscibile conflitto d’interessi con la rappresentata, le M.P. agirono contro il C., che oppose, a contestazione del danno reclamato, l’intervenuta transazione con la L.: sicchè il tribunale lagunare prima e la corte di appello di quel capoluogo poi liquidarono il danno sulla base dell’importo indicato in quest’ultima, dando per pacifico il pagamento – da parte delle M.P. – delle relative somme.

2.- Per la cassazione della sentenza della corte di appello di Venezia, pubblicata col n. 1012 il 22.4.14, ricorre oggi il C., affidandosi a tre motivi e chiedendo con un quarto paragrafo del ricorso la decisione nel merito; resistono con controricorso M.P.M. e M.A..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

3.- Il ricorrente C. si duole:

– col primo motivo, in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., n. 4 di “nullità della sentenza e del procedimento per violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c.”, negando essere incontestato che le controparti avessero effettivamente sborsato l’importo indicato nella transazione intercorsa con la proprietaria degli immobili, nè potendo applicarsi il testo vigente dell’art. 115 cod. proc. civ. sull’utilizzabilità, ai fini della decisione, dei fatti non resi oggetto di specifica contestazione;

– col secondo motivo, in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., n. 4 di “nullità della sentenza per violazione dell’art. 345 c.p.c.”, deducendo l’irritualità della produzione solo in appello della copia degli assegni a dimostrazione del pagamento delle somme recate dalla transazione intercorsa tra le controparti e la proprietaria, anche per il tenore testuale della norma applicabile in ragione del tempo di pronuncia della sentenza;

– col terzo motivo, in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., n. 3 di “violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 cod. civ.”, prospettando non essere stati provati i fatti costitutivi del diritto alla manleva o al risarcimento azionato dalle controparti.

4.- Il primo motivo è inammissibile, perchè tende a conseguire una rivalutazione delle condotte processuali operata invece in modo corretto dalla qui gravata sentenza; infatti, a prescindere da quale testo dell’art. 115 cod. proc. civ. sia stato in concreto applicato e visto che anche prima della sua riforma era correntemente ammessa – quale principio generale del processo – la facoltà di porre a fondamento della decisione i fatti non contestati, è evidente che la corte di appello ha desunto la non contestazione fin dal primo grado dalla circostanza della stessa produzione della transazione da parte del C.: ma non consta non avendolo del resto in ricorso specificamente indicato, in violazione dell’art. 366 cod. proc. civ., n. 6 – che egli, nel corso del giudizio di primo grado e soprattutto prima della maturazione delle preclusioni assertive onde attivare l’onere probatorio di controparte, abbia tenuto una condotta di specifica contestazione pure della per quanto diversa circostanza dell’effettivo esborso delle somme ivi espressamente indicate.

5.- In tale complessivo contesto, correttamente la corte territoriale ha dato per non contestato non solo il fatto che fosse intervenuta una transazione tra le acquirenti e la proprietaria malamente rappresentata, visto che l’esistenza di tale sopravvenuto patto era stata introdotta in lite proprio dal C. costituendosi in giudizio in primo grado, ma anche della corrispondenza del relativo danno agli importi consacrati nel patto prodotto proprio dal garante interessato.

6.- In altri termini:

– in primo luogo, può sostenersi che correttamente i giudici del merito abbiano ritenuto, in punto di fatto, che, nel contesto di primo grado di effettiva e concreta confutazione della pretesa risarcitoria, la stessa adduzione della stipula della transazione, non ulteriormente circostanziata, possa avere implicato la non contestazione specifica anche della diversa ed ulteriore circostanza del suo esatto adempimento mercè il pagamento degli importi da essa recati;

– in secondo luogo o in via dirimente, va qui osservato che, come si desume dal ragionamento esplicitato nel decisivo passaggio al secondo periodo di pagina 11 della qui gravata sentenza, la corte territoriale ha assunto gli importi indicati nella transazione ad elemento di contenimento dell’entità del danno originariamente prospettata, quale altrimenti derivante dal coacervo del prezzo corrisposto dalle acquirenti e delle somme da loro investite nelle unità immobiliari, destinate ad essere perdute per il vittorioso esito dell’azione della L., oltre a quelle liquidate alla proprietaria per risarcimento danni e spese nella sentenza n. 1070/07 della corte di appello di Venezia: danno comunque consistente in una diminuzione patrimoniale, obiettivamente sussistente a prescindere dalla circostanza dell’effettivo esborso delle somme oggetto della relativa obbligazione assunta con la transazione in favore della alienante vittoriosa nel separato giudizio (e quindi dell’esatto adempimento della medesima obbligazione, comunque gravante sulle M.P.).

7.- Il secondo motivo va, a sua volta, dichiarato inammissibile, una volta rilevato come, al momento della proposizione dell’appello (10.5.10, secondo quanto si evince dalla qui gravata sentenza) non era ancora stato modificato l’art. 345 cod. proc. civ. con l’eliminazione della facoltà di produrre in appello documenti non prodotti in primo grado, quando fossero indispensabili per la decisione.

8.- Sul punto, da un lato manca in ricorso qualsiasi disamina del profilo dell’indispensabilità ai fini della decisione e dell’impossibilità di una produzione in tempo anteriore e, dall’altro, benchè la questione relativa all’esatta individuazione della portata di tale norma sia stata di recente rimessa alle Sezioni Unite di questa Corte con ordinanza interlocutoria n. 22602/16, anche l’interpretazione più restrittiva che di essa dà la corrente giurisprudenza (come si evince dalla motivazione di detta ordinanza interlocutoria, alla quale può qui bastare un rinvio) avrebbe consentito la produzione di quei documenti.

9.- Infatti, l’espressa contestazione della circostanza dell’effettivo esborso degli importi indicati nella transazione, pure essendo questa stata prodotta dall’appellante principale C. fin dal primo grado, era avvenuta in modo aperto e chiaro con l’atto di appello, o, comunque, in primo grado dopo la maturazione delle preclusioni assertive o di merito, tanto che la produzione di quei documenti ben si poteva dire necessitata dalla condotta di controparte.

10.- Il terzo motivo è anch’esso inammissibile: non è pertinente il richiamo all’art. 2697 cod. civ., posto che la violazione o la falsa applicazione di questo precetto è configurabile soltanto nell’ipotesi che il giudice abbia attribuito l’onere della prova ad una parte diversa da quella che ne risulta gravata, non anche quando, a seguito di una valutazione delle acquisizioni istruttorie ritenuta incongrua, il giudice abbia errato nel ritenere che la parte onerata non abbia assolto tale onere, in questo caso avendosi soltanto un erroneo apprezzamento sull’esito della prova (da ultimo: Cass. Sez. Un., 31 maggio 2016, n. 11383; in precedenza, tra molte: Cass. 5 settembre 2006, n. 19064; Cass. 17 giugno 2013, n. 15107; Cass. 30 dicembre 2015, n. 26110).

11.- E, del resto, il merito della doglianza mira a contestare la ricostruzione del fatto operata dalla corte di merito: ciò che invece è sempre precluso in questa sede, a maggior ragione dopo la novella dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 5 che ha ridotto al minimo costituzionale il controllo in sede di legittimità sulla motivazione (Cass. Sez. Un. nn. 8053, 8054 e 19881 del 2014), rimanendo comunque gli apprezzamenti di fatto – se scevri, come lo sono nella specie, da quei soli ed evidenti vizi logici o giuridici ammessi dalle or ora richiamate pronunzie delle Sezioni Unite – istituzionalmente riservati al giudice del merito (tanto corrispondendo a consolidato insegnamento, su cui, per tutte, v. Cass. Sez. Un., n. 20412 del 2015, ove ulteriori riferimenti).

12.- Il ricorso, inammissibili tutti i motivi, va pertanto dichiarato inammissibile ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore delle controparti, tra loro in solido per l’identità della posizione processuale.

13.- Deve infine darsi atto – mancando ogni discrezionalità al riguardo (Cass. 14 marzo 2014, n. 5955) – della sussistenza dei presupposti per l’applicazione il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 in tema di contributo unificato per i gradi o i giudizi di impugnazione: norma in forza della quale il giudice dell’impugnazione è vincolato, pronunziando il provvedimento che definisce quest’ultima, a dare atto della sussistenza dei presupposti (rigetto integrale o inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione) per il versamento, da parte dell’impugnante soccombente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione da essa proposta, a norma del detto art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte:

– dichiara inammissibile il ricorso;

– condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore delle controricorrenti, liquidate in Euro 5.600,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, oltre maggiorazione per spese generali ed accessori nella misura di legge;

– ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater come modif. dalla L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della terza sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 13 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2017

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