Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5027 del 24/02/2021

Cassazione civile sez. II, 24/02/2021, (ud. 17/11/2020, dep. 24/02/2021), n.5027

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio (da remoto) – Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello (da remoto) – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26069/2019 proposto da:

G.A., rappresentato e difeso dall’Avvocato MONICA

CASTIGLIONI, ed elettivamente domiciliato presso il suo studio in

RIMINI, VIA SOARDI 6;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, in persona del Ministro pro-tempore,

rappresentati e difesi ope legis dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in ROMA, VIA dei PORTOGHESI 12 sono

domiciliati;

– resistente –

avverso la sentenza n. 2244/2019 della CORTE d’APPELLO di BOLOGNA,

pubblicata in data 1/08/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

17/11/2020 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

G.A. proponeva opposizione avverso il provvedimento di diniego della protezione internazionale emesso dalla competente Commissione Territoriale.

Sentito dalla Commissione, il richiedente aveva riferito di essere cittadino ivoriano, di religione musulmana; di essere nato a (OMISSIS), e di aver vissuto dall’età di quattro anni, dopo la morte della madre, in un altro villaggio con il padre e la seconda moglie di questi; di aver frequentato la scuola per dodici anni e di aver aiutato il padre nell’allevamento delle mucche; che, dopo la morte del padre nel (OMISSIS), gli zii gli avevano fatto interrompere gli studi imponendogli di occuparsi del bestiame; che, in seguito allo smarrimento di un bovino, era stato legato e picchiato con bastoni dagli zii; che, successivamente, alcune persone, dopo averlo immobilizzato a un albero, avevano rubato dieci capi di bestiame; che, per il timore delle reazioni da parte degli zii, era fuggito, con l’aiuto di un cacciatore, prima in Libia e poi in Italia.

Con ordinanza del 27.2.2018 il Tribunale di Bologna rigettava la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato e quella relativa alla protezione sussidiaria, riconoscendo invece i presupposti per la concessione di un permesso di soggiorno per motivi umanitari sul rilievo delle particolari condizioni di salute del richiedente che non consentivano, all’attualità, l’allontanamento dal territorio.

Avverso detta ordinanza proponeva appello il MINISTERO dell’INTERNO, il quale censurava la decisione sul rilievo dell’inattendibilità del richiedente, riconosciuta dallo stesso Tribunale; rilevava altresì che le generiche circostanze di salute (intervento chirurgico a un ginocchio) erano inidonee a supportare la concessione del permesso per motivi umanitari.

Con sentenza n. 2244/2019, depositata in data 1.8.2019, la Corte d’Appello di Bologna accoglieva l’appello, condividendo il giudizio di inattendibilità dell’appellante, già espresso dalla Commissione Territoriale e dal Tribunale di Bologna, per l’estrema genericità delle dichiarazioni. La mancanza di credibilità del racconto risultava assorbente; tuttavia, nel referto del (OMISSIS) si richiedeva un nuovo controllo dopo sei mesi per programmare l’intervento, ma l’appellato non aveva prodotto documenti ulteriori relativi al decorso delle condizioni di salute, nè aveva allegato alcuna circostanza. Pertanto, non risultavano più attuali le condizioni di salute che avevano giustificato la concessione del permesso umanitario in primo grado.

Avverso la sentenza propone ricorso per cassazione G.A. sulla base di un motivo. Il Ministero dell’Interno si è costituito tardivamente al solo fine dell’eventuale partecipazione alla udienza di discussione della causa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il motivo, il richiedente denuncia la “Nullità della sentenza per violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per erronea applicazione di norme nazionali e sovranazionali e omesso esame di fatti decisivi – Carenza motivazionale”. Osserva il ricorrente che l’intervento chirurgico al ginocchio destro aveva richiesto un decorso post operatorio e riabilitativo, durante il quale il medesimo ha cercato di ristabilirsi e di svolgere attività lavorativa. La documentazione medica in atti e il percorso lavorativo e scolastico giustificherebbero il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari in quanto il rimpatrio potrebbe determinare un grave danno alla salute, stante la situazione socio-politica-sanitaria della Costa d’Avorio. La Corte d’Appello non aveva valutato affatto la situazione sanitaria della Costa d’Avorio, nè il percorso di integrazione svolto dal ricorrente. Il ricorrente sottolinea che in Costa d’Avorio i problemi più gravi legati ai diritti umani sono gli abusi delle forze di sicurezza, tra cui omicidi extragiudiziali e maltrattamento di detenuti, e l’incapacità del governo di far rispettare lo Stato di diritto; le condizioni nelle carceri sono molto dure; l’apparato giudiziario è inefficace e non indipendente; la corruzione nel governo è pervasiva; la situazione della sicurezza si aggravava nel 2017. Quanto alla situazione sanitaria, solo il 5% della popolazione dispone di un qualche tipo di previdenza sociale. Pertanto, in caso di rimpatrio, il ricorrente si troverebbe in una condizione di estrema vulnerabilità, idonea a pregiudicare l’esercizio dei diritti fondamentali, oltre al fatto di trovarsi da solo e privo di risorse economiche. D’altro canto, il ricorrente ha dimostrato di essersi integrato nel nuovo contesto sociale. Di conseguenza, anche ritenendo inverosimile il racconto del ricorrente, si configura una condizione concreta che giustifica il rientro posticipato, in quanto il rimpatrio sottoporrebbe il ricorrente a una situazione di vulnerabilità da proteggere, in quanto si metterebbe a rischio il diritto alla salute, sancito dall’art. 32 Cost..

1.1. – Il motivo è inammissibile.

1.2. – La censura cumula una denuncia di nullità del provvedimento impugnato, un omesso esame di un fatto decisivo e controverso e una violazione e/o falsa applicazione di legge ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5.

Al riguardo questa Corte ha affermato che, in tema di ricorso per cassazione, è inammissibile la mescolanza e la sovrapposizione di mezzi di impugnazione eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, non essendo consentita la prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quelli della violazione di norme di diritto, sostanziali e processuali, che suppone accertati gli elementi di fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma, e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione (Cass. n. 7628 del 2020; Cass. n. 11222 del 2018; Cass. n. 27458 del 2017).

Nel caso in esame, il ricorrente sottopone all’esame di questa Corte una serie di aspetti diversi, alcuni prospettati in diritto, altri in fatto, alcuni riguardanti la protezione sussidiaria, altri la protezione umanitaria con riguardo a profili differenti, con la conseguenza che viene riversato nel ricorso, l’intero contenuto delle fasi di merito devolvendo alla Corte di cassazione l’individuazione degli eventuali vizi invalidanti la decisione impugnata.

In tema di ricorso per cassazione, non è infatti consentita la sovrapposizione di mezzi d’impugnazione tra loro eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 (Cass. n. 25586 del 2020) non essendo permessa la prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto, che suppone accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione; o quale l’omessa motivazione, che richiede l’assenza di motivazione su un punto decisivo della causa rilevabile d’ufficio, e l’insufficienza della motivazione, che richiede la puntuale e analitica indicazione della sede processuale nella quale il giudice d’appello sarebbe stato sollecitato a pronunciarsi, e la contraddittorietà della motivazione, che richiede la precisa identificazione delle affermazioni, contenute nella sentenza impugnata, che si porrebbero in contraddizione tra loro.

Infatti, l’esposizione diretta e cumulativa delle questioni concernenti l’apprezzamento delle risultanze acquisite al processo e il merito della causa mira a rimettere al giudice di legittimità il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, onde ricondurle ad uno dei mezzi d’impugnazione enunciati dall’art. 360 c.p.c., per poi ricercare quale o quali disposizioni sarebbero utilizzabili allo scopo, così attribuendo, inammissibilmente, al giudice di legittimità il compito di dare forma e contenuto giuridici alle lagnanze del ricorrente, al fine di decidere successivamente su di esse (Cass. n. 26874 del 2018).

1.3. – Va, peraltro, posto in rilievo che il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea valutazione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione (peraltro, entro i limiti del paradigma previsto dal nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).

Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (Cass. n. 24054 del 2017; ex plurimis, Cass. n. 24155 del 2017; Cass. n. 26110 del 2016; Cass. n. 195 del 2016). Sicchè, il motivo con cui si denunzia il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 3, deve essere dedotto, a pena di inammissibilità, non solo mediante la puntuale indicazione delle norme assuntivamente violate, ma anche mediante specifiche e intelligibili argomentazioni intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie; diversamente impedendosi alla Corte di cassazione di verificare il fondamento della lamentata violazione.

Risulta, quindi, inammissibile, la deduzione di errori di diritto individuati (come nella specie) per mezzo della sola indicazione delle norme pretesamente violate, ma non dimostrati attraverso una circostanziata critica delle soluzioni concrete adottate dal giudice del merito nel risolvere le questioni giuridiche poste dalla controversia, operata nell’ambito di una valutazione comparativa con le diverse soluzioni prospettate nel motivo e non attraverso la mera contrapposizione di queste ultime a quelle desumibili dalla motivazione della sentenza impugnata (ex plurimis, Cass. n. 24298 del 2016; Cass. n. 2831 del 2009; Cass. n. 5353 del 2007; Cass. n. 828 del 2007).

1.4. – Quanto poi alle censure riferite alla violazione del parametro di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (peraltro erroneamente evocato con riferimento alla asserita omissione del procedimento ermeneutico; ovvero al difetto di motivazione), va posto in rilievo che costituisce principio consolidato di questa Corte che il novellato paradigma (nella nuova formulazione adottata dal D.L. n. 83 del 2012, convertito dalla L. n. 134 del 2012, applicabile alle sentenze impugnate dinanzi alla Corte di cassazione ove le stesse siano state pubblicate in epoca successiva al 12 settembre 2012, e quindi ratione temporis anche a quella oggetto del ricorso in esame consente (Cass. sez. un. 8053 del 2014) di denunciare in cassazione – oltre all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, e cioè, in definitiva, quando tale anomalia si esaurisca nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione – solo il vizio dell’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, vale a dire che, ove esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia (Cass. n. 14014 del 2017; Cass. n. 9253 del 2017).

Nel rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente avrebbe dunque dovuto specificamente e contestualmente indicare oltre al “fatto storico” il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività” (Cass. n. 14014 del 2017; Cass. n. 9253 del 2017). Viceversa, nei motivi in esame, della enucleazione e della configurazione della sussistenza (e compresenza) di siffatti presupposti (sostanziali e non meramente formali), onde potersi ritualmente riferire al parametro di cui dell’art. 360 c.p.c., n. 5, non v’è alcuna idonea e specifica indicazione.

1.5. – Peraltro, è principio consolidato che l’apprezzamento del giudice di merito, nel porre a fondamento della propria decisione una argomentazione, tratta dalla analisi di fonti di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e le circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (ex plurimis, Cass. n. 9275 del 2018; Cass. n. 5939 del 2018; Cass. n. 16056 del 2016; Cass. n. 15927 del 2016).

Ne consegue che tale accertamento è censurabile in sede di legittimità unicamente nel caso in cui (contrariamente a quanto risulta nella presente fattispecie, che appare congrua e coerentemente supportata) la motivazione stessa risulti talmente inadeguata da non consentire di ricostruire l’iter logico seguito dal giudice per attribuire al rapporto negoziale un determinato contenuto, oppure nel caso di violazione delle norme ermeneutiche; con la precisazione che nessuna di tali censure può risolversi in una critica del risultato interpretativo raggiunto dal giudice, che si sostanzi nella mera contrapposizione di una differente interpretazione (tra le tante, Cass. n. 26683 del 2006; Cass. n. 18375 del 2006; Cass. n. 1754 del 2006).

1.6. – Va dunque sottolineato come il controllo affidato a questa Corte non equivalga alla revisione del ragionamento decisorio, ossia alla opinione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe in una nuova formulazione del giudizio di fatto, in contrasto con la funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità (Cass. n. 20012 del 2014; richiamata anche da Cass. n. 25332 del 2014). Sicchè, in ultima analisi, tale motivo si connoterebbe quale riproposizione, notoriamente inammissibile in sede di legittimità, di doglianze di merito che attengono all’apprezzamento motivatamente svolto dalla Corte di merito (Cass. n. 24817 del 2018).

Viceversa, i ricorrenti mostrano di anelare ad una impropria trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, giudizio di merito, nel quale ridiscutere tanto il contenuto di fatti e le vicende processuali, quanto gli apprezzamenti espressi dalla Corte di merito non condivisi, e per ciò solo censurati al fine di ottenerne la sostituzione con altri più consoni ai propri desiderata; quasi che nuove istanze di fungibilità nella ricostruzione dei fatti di causa possano ancora legittimamente porsi dinanzi al giudice di legittimità (Cass. n. 5939 del 2018). Ma compito della Cassazione non è, infatti, quello di condividere o non condividere la ricostruzione degli accadimenti contenuti nella decisione impugnata, nè quello di procedere ad una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, al fine di sovrapporre la propria valutazione delle prove a quella compiuta dal giudice del merito (cfr. Cass. n. 3267 del 2008); dovendo invece il giudice di legittimità limitarsi a controllare se costui abbia dato conto delle ragioni della sua decisione e se il ragionamento probatorio, da esso reso manifesto nella motivazione del provvedimento impugnato, si sia mantenuto entro i limiti del ragionevole e del plausibile; ciò che appunto, nel caso di specie, è dato riscontrare (cfr. Cass. n. 9275 del 2018).

6. – Il ricorso è pertanto inammissibile. Nulla per le spese nei riguardi del Ministero dell’Interno, che non ha svolto attività difensiva. Va emessa la dichiarazione ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 17 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 febbraio 2021

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