Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5016 del 02/03/2018


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 5016 Anno 2018
Presidente: ORICCHIO ANTONIO
Relatore: CARRATO ALDO

Distanze
legali

SENTENZA
sul ricorso (iscritto al N.R.G. 25313/’13) proposto da:

FELICE MARIO (C.F.: FLC MRA 41P01 C486S) e FELICE AGNESE (C.F.: FLC GNS
56E68 C486E), nella qualità di successore a titolo particolare di Felice Giovanni,
rappresentati e difesi, in forza di procura speciale apposta a margine del
ricorso, dall’Avv. Claudio Neri ed elettivamente domiciliati presso lo stesso
(studio Avv. Speranza Cristina), in Roma, v. Cipro, n. 77;
– ricorrenti contro
CIRELLI ANTONELLA (C.F.: CRL NNL 62E71 B5193), rappresentata e difesa, in
virtù di procura speciale a margine del controricorso, dall’Avv. Giovanni Messere
ed elettivamente domiciliata presso lo studio dell’Avv. Pasquale Porfilio, in
Roma, v. Mario Menchini, n. 21; – controricorrentee
avverso la sentenza della Corte di appello di Campobasso n. 95/2013,
depositata il 2 maggio 2013;
Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 23 gennaio
2018 dal Consigliere relatore Aldo Carrato;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale
Alessandro Pepe, che ha concluso per il rigetto del ricorso;
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Data pubblicazione: 02/03/2018

udito l’Avv. Claudio Neri per i ricorrenti.
FATTI DI CAUSA
Con atto di citazione notificato nel giugno 1996, la Signora Cirelli Antonella,
nella qualità di proprietaria di un fondo sito in agro di Cercemaggiore (distinto
in catasto al fol. 32, p.11e 839-840-1118), conveniva in giudizio, dinanzi al
Tribunale di Campobasso, i proprietari confinanti Felice Mario e Felice Giovanni

che gli stessi avevano illegittimamente realizzato alla distanza di mt.l. 1,20 dal
confine con la part.11a n. 1118 e a mt.l. 4 dal confine con l’altra particella n.
839, cosi violando il maggiore distacco (di mt.l. 5) previsto dal Programma di
fabbricazione del predetto Comune e dalle correlative norme tecniche di
attuazione, oltre che in assenza di titolo ad edificare, nonché al risarcimento dei
danni conseguenti, da liquidarsi anche in via equitativa.
Nella costituzione dei suddetti convenuti (che instavano per il rigetto della
domanda principale e formulavano, a loro volta, anche domanda
riconvenzionale per ottenere la dichiarazione dell’avvenuto acquisto, a titolo
derivativo o per usucapione, della striscia di terreno compresa fra il canale di
scolo esistente “in loco” e la loro restante proprietà), il Tribunale di
Campobasso, con sentenza n. 96/2004, accoglieva, per quanto di ragione, la
domanda principale relativamente all’accertata violazione delle distanze legali,
con conseguente condanna dei convenuti all’arretramento del fabbricato di loro
proprietà fino al rispetto del prescritto distacco di mt.I 5 dal confine oltre che al
risarcimento dei danni nella misura di euro 257,51; dichiarava, altresì, fondata
la domanda riconvenzionale formulata dai medesimi convenuti.
Sull’appello proposto da Felice Giovanni e Felice Mario, cui resisteva l’appellata
Cirelli Antonella (la quale avanzava, a sua volta, appello incidentale), la Corte di
appello di Campobasso, con sentenza n. 95/2013 (depositata il 2 maggio
2013), rigettava entrambi i gravami, confermando l’impugnata sentenza e
disponendo la compensazione integrale delle spese del giudizio di secondo
grado.
A sostegno dell’adottata pronuncia, la Corte molisana – per quanto ancora qui
rileva – valutava, in primo luogo, il motivo, dedotto dagli appellanti principali,
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ai fine di sentirli condannare all’abbattimento o all’arretramento del fabbricato

relativo all’omessa pronuncia sull’eccezione di prescrizione da parte del giudice
di prime cure, statuendo che, pur non essendo stata la stessa effettivamente
esaminata, era, tuttavia infondata, poiché, trattandosi di “actio negatoria
servitutis”, essa non si sarebbe potuta estinguere per prescrizione. La Corte
territoriale ravvisava, quindi, l’inammissibilità dell’eccezione – proposta sempre
dagli appellanti principali – relativa all’usucapione del diritto di servitù

quindi, in violazione dell’art. 345 c.p.c. (nel testo “ratione temporis”
applicabile). Quanto alle altre doglianze sul merito del proposto appello, la
Corte di secondo grado confermava la correttezza delle valutazioni logichegiuridiche del primo giudice che aveva rilevato – per quanto di ragione – la
dedotta violazione delle distanze legali sulla scorta delle previsioni dello
strumento urbanistico concretamente e temporalmente applicabile nella
fattispecie e che aveva proceduto all’individuazione del confine tra le due
contigue proprietà in base ai rispettivi titoli di acquisto, le cui risultanze
avrebbero dovuto considerarsi prevalenti rispetto ai dati catastali.
Avverso la sentenza di secondo grado hanno proposto ricorso per cassazione
Felice Mario e Felice Agnese (quest’ultima nella qualità di successore a titolo
particolare di Felice Giovanni, in virtù del sopravvenuto atto di donazione del
17/2/2004 per notar Ricciardi), articolato in due motivi. Ha resistito con
controricorso l’intimata Cirelli Antonella, il cui difensore ha anche depositato
memoria illustrativa ai sensi dell’art. 378 c.p.c.
RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Con il primo motivo i ricorrenti hanno dedotto – in relazione all’art. 360,
comma 1, nn. 3 e 5, c.p.c. – la violazione e falsa applicazione delle norme
relative alla disciplina dei piani di lottizzazione ed, in particolare, della norma di
cui all’art. 9, ultimo comma, ultimo periodo, del D.M. n. 1444/1968 ed agli
artt. 13-22-23-28 e 30 della legge n. 1150/1942, nonché l’omesso esame circa
il fatto decisivo per il giudizio che era stato oggetto di discussione fra le parti,
concernente la rilevanza delle prescrizioni del piano di lottizzazione che
sarebbe stato applicabile in relazione alle distanze nella specifica controversia
fra le parti.
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riguardante le distanze, siccome formulata per la prima volta in appello e,

1.1. La censura è infondata e deve, perciò, essere rigettata.
Osserva il collegio che, nel caso di specie, la Corte di appello molisana ha, nella
A-fri
sentenza impugnata, evidenziato che dagli i prodotti dai medesimi ricorrenti
relativi all’indicato piano di lottizzazione non era emersa alcuna prescrizione
specifica sulle distanze in deroga a quella (imponente il distacco di 5 metri)
prevista dal programma di fabbricazione e dalle relative norme tecniche di

costruzioni ricadenti nello stesso piano di lottizzazione, era necessario che
venisse rispettata la suddetta distanza di 5 metri dal confine, per l’appunto
prescritta dal vigente strumento generale urbanistico, da qualificarsi come
complesso normativo integrativo di quello codicistico.
In tal senso, quindi, il giudice di secondo grado non ha affatto omesso di
esaminare la circostanza assunta come decisiva relativa alla prospettata
applicabilità del dedotto piano di lottizzazione che avrebbe dovuto essere
derogativa della disciplina sulle distanze prevista dal programma di
fabbricazione, ma – assumendo puntuale posizione sulla stessa – ha attestato
che dai relativi atti prodotti dai Felice, per l’appunto relativi al citato piano
lottizzatorio, non era stato possibile evincere alcuna disposizione specifica sulle
distanze in deroga a quella di 5 mt. prescritta dal vigente strumento
urbanistico, non desumendosi, in particolare, né alcuna indicazione specifica
dalle prodotte planimetrie con i correlati grafici né apposite prescrizioni da
rispettare per l’attività edificatoria nel comparto lottizzato (con conseguente
inconfigurabilità dei presupposti per la valutabilità dell’eventuale applicabilità,
in concreto, delle possibili ulteriori prescrizioni comunali, a loro volta
derogative, riconducibili all’invocato art. 9, ultimo comma, del

D.M.

n.

1444/1968).
Inoltre, la Corte territoriale ha, sul piano generale, correttamente rilevato – in
conformità alla giurisprudenza di questa Corte (cfr., ad es., Cass. n.
12966/2006 e Cass. n. 9751/2010) – che le distanze legali imposte da un
valido ed efficace strumento urbanistico non sono derogabili per effetto di
convenzioni private, le quali, comunque, non possono incidere illegittimamente
sui diritti di terzi.
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attuazione in concreto applicabili, con la conseguenza che, anche per le

In particolare modo deve, in questa sede, riconfermarsi il principio secondo cui
solo le norme sulle distanze di cui all’art. 873 c.c., dettate a tutela di reciproci
diritti soggettivi dei singoli e miranti unicamente ad evitare la creazione di
intercapedini antigieniche e pericolose, sono derogabili mediante convenzione
tra privati; invece, le norme degli strumenti urbanistici locali che impongono di
mantenere le distanze fra fabbricati o di questi dai confini, non sono suscettibili

quella di interessi generali, pubblici in materia urbanistica e come tali
inviolabili, con la conseguente invalidità delle convenzioni in contrasto con
dette norme, anche tra i proprietari di fondi confinanti che le hanno pattuite.
In altri termini, in materia di distanze legali nelle costruzioni, le prescrizioni
contenute nei piani regolatori e nei regolamenti edilizi comunali, essendo
dettate, contrariamente a quelle del codice civile, a tutela dell’interesse
generale a un prefigurato modello urbanistico, non tollerano deroghe
convenzionali da parte dei privati; tali deroghe, se concordate, sono invalide,
né tale invalidità può venire meno per l’avvenuto rilascio di concessione
edilizia, poiché il singolo atto non può consentire la violazione dei principi
generali dettati, una volta per tutte, con gli indicati strumenti urbanistici.
2. Con la seconda censura i ricorrenti hanno denunciato la violazione e falsa
applicazione degli artt. 822-823-824 c.c., dell’art.
dell’art. 22 della legge n. 2248/1865

2 d. P.R. n. 393/1959,

all. E e degli artt. 113, comma 1, e 115

c.p.c., deducendo che, sul presupposto che il confine del loro fondo con la
strada provinciale era delimitato dal muro della strada provinciale, nella
fattispecie – diversamente da quanto statuito con la sentenza impugnata – le
misurazioni del loro fondo sarebbero dovute partire da tale muro, con la
conseguenza che la distanza dal confine della proprietà della Cirelli sarebbe
risultata superiore alla misura di 5 mt. dalla stessa invocata ed applicata da
entrambi i giudici di merito.
2.1. Anche questa doglianza è destituita di fondamento e va respinta.
Infatti la Corte di appello di Campobasso ha affermato – con valutazione di
merito insindacabile nella presente sede di legittimità – che la circostanza
dell’esistenza del muro in epoca antecedente all’atto di acquisto non era stata
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di essere derogate perché dirette, più che alla tutela di interessi privati, a

sufficientemente provata e che, in ogni caso, essa non emergeva nemmeno dal
titolo di acquisto, laddove si discorreva genericamente di confine con strada
provinciale, in consonanza con la planimetria allegata al tipo di frazionamento
che individuava il confine sud con il nastro stradale.
3. In definitiva, sulla scorta delle argomentazioni complessivamente esposte, il
ricorso deve essere integralmente rigettato, con la conseguente condanna dei

presente giudizio, liquidate nella misura di cui in dispositivo.
Ricorrono, infine, le condizioni per dare atto della sussistenza dei presupposti
per il versamento, da parte dei medesimi ricorrenti, sempre con vincolo
solidale, del raddoppio del contributo unificato ai sensi dell’art. 13, comma 1quater, d.P.R. n. 115/2002.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido fra loro, al
pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in complessivi euro
3.100,00, di cui euro 200,00 per esborsi, oltre iva e contributo forfettario nella
misura del 15% come per legge.
Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei
ricorrenti, con vincolo solidale, del raddoppio del contributo unificato ai sensi
dell’art. 13, comma 1-quater, d.P.R. n. 115/2002.

Così deciso nella camera di consiglio della 2^ Sezione civile in data 23 gennaio
2018.

soccombenti ricorrenti al pagamento, in solido fra loro, delle spese del

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