Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5015 del 02/03/2018

Civile Ord. Sez. 2 Num. 5015 Anno 2018
Presidente: ORILIA LORENZO
Relatore: COSENTINO ANTONELLO

ORDINANZA

sul ricorso 14738-2013 proposto da:
A.A.
– ricorrente contro

S.S.

– intimati –

avverso la sentenza n. 558/2013 della CORTE D’APPELLO

Data pubblicazione: 02/03/2018

‘t

di CATANIA, depositata il 12/03/2013;
udita la relazione della causa svolta nella camera di
consiglio del 12/01/2018 dal Consigliere ANTONELLO

COSENTINO.

R.G. n. 14738/2013

Rilevato:
che con atto di citazione notificato l’11 maggio 2001 il sig.
Sebastiano D’Urso conveniva in giudizio davanti al tribunale di Catania,
sez. distaccata di Mascalucia, il sig. A.A., esponendo che

Area di Giove, aveva eseguito lavori di ristrutturazione del proprio
fabbricato senza le dovute cautele e chiedendo che il medesimo fosse
condannato alla esecuzione dei lavori necessari all’eliminazione dei
danni provocati al fabbricato dell’attore – in particolare la lesione della
pavimentazione in prossimità di uno scavo effettuato sotto il piano di
campagna al fine di realizzare un cantinato – ed alla esecuzione delle
opere necessarie per la messa in sicurezza del proprio immobile,
nonché al risarcimento dei danni “patiti e patiendr;
che il tribunale, istruita la causa a mezzo c.t.u., dichiarava
inammissibile la domanda di risarcimento del danno in forma specifica
e condannava il convenuto al risarcimento del danno nella misura di C
100,00 e al pagamento delle spese processuali nella misura di 4/5,
compensando fra le parti il residuo quinto;
che Sebastiano D’Urso, attore in primo grado, proponeva appello in
data 20 aprile 2005 avverso la sentenza del tribunale;
che A.A. si costituiva resistendo al gravame e
proponendo appello incidentale avverso il capo relativo alle spese;
che, a seguito di interruzione del processo per il sopravvenuto
decesso dell’appellante Sebastiano D’Urso, il sig. S.S.,
legatario del de cuius e successore a titolo particolare nel diritto
controverso, riassumeva in giudizio con atto di intervento e
riassunzione nei confronti dell’appellato A.A. e dell’erede
del D’Urso, sig. R.R.;

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il convenuto, proprietario del fondo limitrofo al proprio in Pedara, C.so

R.G. n. 14738/2013

che a seguito della riassunzione effettuata dal successore a titolo
particolare dell’appellante, non si costituivano né l’appellato, né l’erede
dell’appellante;
che la corte d’appello di Catania, con la sentenza n. 558 del 12

A.A. e accoglieva parzialmente il gravame, ascrivendo
all’appellato A.A. la violazione della disciplina antisismica
di cui all’art. 9, comma 3, della legge n. 1684 del 1962 e
condannando il medesimo ad eseguire le opere indicate nella relazione
del c.t.u. del 22 ottobre 2010;
che il sig. A.A. ha proposto ricorso per cassazione
avverso la sentenza di secondo grado, sulla scorta di quattro motivi;
che il sig. S.S. si è costituito con controricorso;
che la causa è stata chiamata all’adunanza di camera di consiglio del
12 gennaio 2018, per la quale non sono state depositate memorie;

considerato:
che con il primo motivo di ricorso, promiscuamente riferito ai nn. 3,
4 e 5 dell’articolo 360 c.p.c., il ricorrente – dopo aver sottolineato che
egli si era regolarmente costituito nel giudizio di secondo grado
introdotto dall’appello dell’ D’Urso – censura la statuizione della corte
territoriale che lo ha dichiarato contumace per mancata riproposizione
della costituzione a seguito della riassunzione operata da S.S. e denuncia l’omesso esame “di tutte le difese poste in
essere da Pappalardo Mauro nelle udienze successive all’atto
riassuntivo, ivi comprese le memorie conclusionali e le note di
replica”),;
che il motivo è inammissibile con riferimento ai vizi denunciati in
relazione ai nn. 4 e 5 dell’articolo 360 c.p.c., giacché il ricorrente non

2

V

marzo 2013, dichiarava la contumacia di A.A. e di R.R.

R.G. n. 14738/2013

precisa quali eccezioni, istanze o difese – ulteriori rispetto a quelle già
proposte nella comparsa di costituzione conseguita all’appello del
D’Urso – egli abbia svolto

“nelle udienze successive all’atto

riassuntivo, ivi comprese le memorie conclusionali e le note di replica”;

n. 4, c.p.c., nel consentire la denuncia di vizi di attività del giudice che
comportino la nullità della sentenza o del procedimento, non tutela
l’interesse all’astratta regolarità dell’attività giudiziaria, ma garantisce
soltanto l’eliminazione del pregiudizio concretamente subito dal diritto
di difesa della parte in dipendenza del denunciato error in procedendo;
con la conseguenza che, ove il ricorrente non indichi lo specifico e
concreto pregiudizio subito, l’addotto error in procedendo non acquista
rilievo idoneo a determinare l’annullamento della sentenza impugnata
(cfr. sentt. 18635/11, 15676/14, 22978/15);
che, quanto al profilo di gravame relativo al vizio di cui all’articolo
360 n. 5 c.p.c., è sufficiente rilevare che tale disposizione concerne
l’omesso esame non di argomentazioni difensive ma di fatti storici, che
abbiano formato oggetto di discussione e che appaiano decisivi ai fini
di una diversa soluzione della controversia (Cass. 23940/17);
che peraltro il motivo in esame è anche infondato, giacché la
statuizione impugnata è conforme al principio che,
in seguito alla riassunzione del processo interrotto, la parte già
costituita che non rinnovi il proprio atto di costituzione deve essere
dichiarata contumace (Cass. 12191/98, Cass. 19613/11, Cass.
26372/14), mentre il precedente giurisprudenziale invocato dal
ricorrente (Cass. 12790/12) ), non è pertinente, perché concerne la
riassunzione a seguito di sospensione e non la riassunzione a seguito
di interruzione;

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che infatti questa Corte ha costante affermato che l’articolo 360,

R.G. n. 14738/2013

che con il secondo motivo, riferito all’art. 360 n. 3 c.p.c.,

il

ricorrente – invocando il principio che lo ius superveniens in materia
edilizia non opera, in caso di maggiore restrittività della nuova
normativa, in relazione alle opere già compiutamente edificate – censura

alla normativa antisismica con riferimento ai parametri di cui al D.M. 14
gennaio 2008, posteriore alla realizzazione del manufatto medesimo;
che il motivo non attinge specificamente la motivazione della

sentenza gravata, la quale si fonda sull’ affermazione del consulente
(contenuta nello stralcio della relazione peritale del 22.10.10 trascritto
a pag. 7, ultimi righi, della sentenza) che il nuovo corpo di fabbrica di
A.A. non era conforme alla normativa antisismica
“all’epoca vigente”;

né nel ricorso vengono riportati, come imposto

dall’articolo 366 n. 6 c.p.c., i passaggi della suddetta relazione peritale
del 22.10.10 idonei, secondo il ricorrente, a dimostrare
contrasto con l’ affermazione trascritta in sentenza,

che, in

il consulente

avesse giudicato il manufatto de quo conforme alla normativa vigente
al tempo della sua realizzazione;
che col terzo motivo di ricorso, riferito anch’esso all’art. 360 n. 3
c.p.c., il ricorrente censura la statuizione con cui la corte di appello,
in contrasto con il tribunale, ha ritenuto che la doglianza relativa alla
violazione delle distanze legali dedotta dal D’Urso con memoria ex art.
183, comma 6 c.p.c. costituisse mera emendatio libelli e non mutatio
libelli, ritenendola dunque ammissibile e, per l’effetto, accogliendola;
che il motivo va disatteso, in quanto la doglianza non attinge
specificamente il rilievo che la domanda rassegnata dal D’Urso nella
memoria depositata ai senso dell’articolo 183 c.p.c. non deduceva in
alcun modo la violazione delle distanze legali (i.e. delle distanze fra
costruzioni previste dal codice civile o dai regolamenti locali), ma la

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la sentenza gravata per aver valutato la conformità del suo manufatto

R.G. n. 14738/2013

mancanza del giunto di dilatazione tra la nuova fabbrica ed il muro
comune (pag. 6, primo e secondo capoverso, della sentenza); rilievo
da cui correttamente la corte distrettuale ha tratto la conclusione,
persuasivamente argomentata nell’ultimo capoverso di pagina 6 della
mutatio libelli nelle

difese del D’Urso;
che con il quarto motivo, riferito ai nn. 3 e 5 dell’articolo 360 c.p.c.,
il ricorrente censura la statuizione con cui la corte distrettuale, fra le
varie soluzioni prospettate dal c.t.u. per mettere in sicurezza i
fabbricati, ha preferito quella maggiormente onerosa per il convenuto;
che con detta statuizione la corte territoriale, secondo il ricorrente,
da un lato avrebbe violato il principio del neminem laedere, il principio
di proporzione tra vantaggio di una parte e pregiudizio dell’altra
(desumibile dall’articolo 833 c.c.) e il disposto dell’articolo 41, comma
2, Cost.; d’altro lato, avrebbe omesso l’esame del fatto decisivo
oggetto di discussione tra le parti rappresentato dall’avere il c.t.u.
proposto la soluzione poi accolta dalla corte etnea solamente per
completezza diagnostica, segnalandone la maggiore invasività ed
onerosità per il ricorrente rispetto a quella di cui alla prima parte del
punto b) della relazione;
che tanto la denuncia di violazione di legge quanto quella di omesso
esame di fatto decisivo sono infondate;
che, quanto alla prima, il Collegio osserva che il principio del
neminem laedere e l’articolo 41 Cost. non hanno alcuna attinenza alla
fattispecie, mentre il principio del divieto di atti emulativi, fissato
nell’articolo 833 c.c., non opera quando sussista un interesse del
proprietario (nella specie correttamente individuato dal giudice di
merito nell’interesse di S.S. ad evitare il
coinvolgirnento del proprio immobile); cfr. Cass. 1209/16:

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“L’atto

sentenza gravata, della insussistenza di alcuna

R.G. n. 14738/2013

emulativo vietato ex art. 833 c.c. presuppone lo scopo esclusivo di
nuocere o di recare pregiudizio ad altri, in assenza di una qualsiasi
utilità per il proprietario, sicché non è riconducibile a tale categoria un
atto comunque rispondente ad un interesse del proprietario, né

fra gli interessi in gioco o formulare un giudizio di meritevolezza e
prevalenza fra gli stessi”;
che la denuncia di omesso esame di fatto decisivo è pur essa
infondata, avendo la corte territoriale esaminato tutte le proposte del
c.t.u. e motivato sulle ragioni della propria opzione;
che quindi in definitiva il ricorso va rigettato in relazione a tutti i
motivi in cui esso si articola;
che le spese seguono la soccombenza.
che deve altresì darsi atto della sussistenza dei presupposti per il
versamento, da parte del ricorrente, del raddoppio del contributo
unificato ex art. 13, comma 1 quater, d.p.r. 115/02;
PQM
La Corte rigetta il ricorso.
Condanna il ricorrente a rifondere al contro ricorrente le spese
del giudizio di cassazione, che liquida in C 1.500, oltre C 200 per
esborsi ed oltre accessori di legge.
Ai sensi dell’articolo 13, comma 1 quater, d.p.r. 115/02, si dà
atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei
ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a
quello dovuto per il ricorso a norma dell’articolo 1 bis dello stesso
articolo 13.
Così deciso in Roma il 12 gennaio 2018

potendo il giudice compiere una valutazione comparativa discrezionale

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