Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5012 del 28/02/2017


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Cassazione civile, sez. III, 28/02/2017, (ud. 25/10/2016, dep.28/02/2017),  n. 5012

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – rel. Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8113/2014 proposto da:

ROMA CAPITALE, (OMISSIS), in persona del Sindaco pro tempore Prof.

M.I. R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIROLAMO

SAVONAROLA 6, presso lo studio dell’avvocato SERGIO TORRI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato RODOLFO MURRA, giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

SO.CO.BE.AN SRL, in persona dell’Amministratore Unico e legale

rappresentante pro tempore, Sig.ra G.C.C.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA A. RICHELMY 38, presso lo

studio dell’avvocato GIANCARLO GENTILE, che la rappresenta e difende

giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

contro

C.R., M.M., M.S.,

B.M., MILANO ASSICURAZIONI SPA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 4406/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 02/08/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

25/10/2016 dal Consigliere Dott. MARIA MARGHERITA CHIARINI;

udito l’Avvocato ANNA DI LELLA per delega;

udito l’Avvocato GIANCARLO GENTILE;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO Gianfranco, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza n. 4406/2013 del 2 agosto 2013, la Corte di Appello di Roma, in integrale riforma della pronuncia di primo grado, condannava il Comune di Roma al risarcimento, in favore di C.R., M.S., B.M. e M.M., dei danni a vario titolo occorsi agli stessi in conseguenza del sinistro accaduto il giorno (OMISSIS), ravvisando la responsabilità ex art. 2051 c.c., dell’ente per le condizioni del demanio stradale comunale, e, segnatamente, per la presenza di una chiazza oleosa sulla carreggiata all’uscita di una curva nella direzione di marcia dei veicoli coinvolti, e non eliminata per oltre due ore da quando l’automobilista V., come dallo stesso testimoniato, aveva telefonicamente avvertito il 113 della presenza della stessa, dovendosi ritenere che la Polizia di Stato avesse avvisato il Comune del pericolo poichè per il principio della vicinanza della prova spettava a questo ente provare che la centrale operativa dei VVUU. non aveva ricevuto nessuna comunicazione di allarme tra le ore 17 e le ore 19 del (OMISSIS) in modo da controllare la veridicità della testimonianza. La Corte di merito respingeva poi la domanda di manleva del Comune nei confronti della società SO.CO.BE.AN a r.l., appaltatrice del servizio di manutenzione della strada, per non avere tale ente proposto appello incidentale condizionato avverso la decisione di primo grado che, nel rigettare l’eccezione di carenza di legittimazione passiva del Comune, aveva affermato che la società appaltatrice non si era resa responsabile di nessun inadempimento al contratto di appalto, non criticando questa statuizione, ma limitandosi a riproporre la domanda di manleva.

Avverso detta sentenza, ha spiegato ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, Roma Capitale; resiste con controricorso la SO.CO.BE.AN s.r.l..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, rubricato “omesso esame circa un punto decisivo della controversia, in relazione alla interpretazione degli elementi di prova emersi nel corso del giudizio di primo grado (art. 360 c.p.c., n. 5 e art. 116 c.p.c.)” parte ricorrente espone che la ricostruzione della vicenda fattuale operata nella sentenza impugnata (in specie, per quanto concerne la prova della avvenuta segnalazione della esistenza di una situazione di pericolo sul manto stradale) sia frutto di mere supposizioni e di una deposizione testimoniale non attendibile, per essere inverosimile che dopo una segnalazione di una vistosa macchia d’olio sul manto stradale non vi fosse stato intervento di nessuna autorità e perchè nel verbale dei VV.UU. intervenuti non vi era traccia della segnalazione.

Il motivo è inammissibile perchè si risolve in una ipotetica, più appagante interpretazione dei fatti, non proponibile in sede di giudizio di legittimità già sotto l’egida dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, anteriore alla novella operata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134 e a fortiori in alcun modo deducibile come vizio motivazionale (nella più circoscritta accezione introdotta dalla menzionata novella) avverso una pronuncia, quale quella gravata, resa nell’agosto 2013.

2. Con il secondo motivo, lamenta “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in violazione dell’art. 360, n. 3 e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 2043 c.c.”, poichè la sentenza, fondando il convincimento su un’unica escussione testimoniale, ha ritenuto provata la segnalazione dell’estemporaneo pericolo all’ente comunale e l’inerzia di quest’ultimo nel rimuoverlo, protratta per un ingiustificato lasso di tempo e così ravvisando i presupposti per l’affermazione di responsabilità ex art. 2051 c.c. – ed addossato al Comune l’onere di dimostrare di non aver ricevuto nessuna segnalazione da parte della Polizia di Stato, in violazione del principio per cui non è possibile dimostrare un fatto non avvenuto, e dell’onere della prova gravante sui danneggiati.

Il motivo è inammissibile perchè non censura il principio della vicinanza della prova su cui è imperniata la relativa motivazione della sentenza impugnata, riassunta in narrativa.

3. Con il terzo motivo, denunciando “omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio in violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3”, il ricorrente deduce che la Corte di Appello non abbia pronunciato sulla domanda di manleva spiegata in prime cure dal Comune di Roma nei riguardi della So.Co.Be.An. s.r.l., espressamente disattesa dalla sentenza di primo grado e reiterata con la comparsa di costituzione in appello.

Sostiene in particolare che la sentenza gravata non abbia ritenuto proposto l’appello incidentale avente ad oggetto la domanda di manleva basandosi unicamente sull’epigrafe della comparsa di costituzione in appello senza considerare il contenuto narrativo dell’atto e le conclusioni in esso rassegnate.

Pur non assumendo alcuna valenza inficiante l’erroneo inquadramento giuridico operato da parte ricorrente (con un improprio affastellamento tra le ben differenti fattispecie disciplinate dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5), il motivo non può trovare accoglimento.

Come si inferisce da una piana esegesi dell’iter motivazionale della sentenza gravata (in cui si afferma che il Comune di Roma, anzichè limitarsi a riproporre la richiesta, avrebbe dovuto spiegare appello incidentale condizionato, cioè “avrebbe dovuto appellare (…) le sopra menzionate statuizioni (…) e sostenere tale appello con appositi motivi di impugnazione”), la Corte romana ha ritenuto che le deduzioni contenute nella comparsa di costituzione dell’ente, mancando espresse censure avverso la statuizione di prime cure (tra cui l’affermato adempimento della società appaltatrice al contratto di appalto) non configurassero un appello incidentale nè, a maiori, integrassero motivi dotati del carattere della specialità prescritto, a pena di inammissibilità del gravame, dell’art. 342 c.p.c., con conseguente soccombenza e condanna al rimborso delle spese della chiamata in causa.

In buona sostanza, il dictum ora descritto rinviene il suo fondamento in una duplicità di ragioni, ciascuna ex se giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata: a fronte di ciò, il ricorrente, nemmeno riproducendo il contenuto della comparsa di costituzione in appello (con evidente dubbio sull’osservanza del principio di autosufficienza), alcuna parola spende per dimostrare la conformità dei motivi addotti in secondo grado al connotato, normativamente imposto, della specialità, avuto riguardo alla seconda, autonoma ratio decidendi del giudice di primo grado.

4. Disatteso il ricorso, il regolamento delle spese del giudizio di legittimità si conforma al principio della soccombenza ex art. 91 c.p.c., con liquidazione operata, alla stregua dei parametri fissati dal D.M. n. 55 del 2014, come in dispositivo.

Avuto riguardo all’epoca di proposizione del ricorso per cassazione (posteriore al 30 gennaio 2013), la Corte dà atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17): in base al tenore letterale della disposizione, il rilievo della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento in favore della controricorrente delle spese del giudizio di legittimità, che liquida nell’importo di Euro 3.300,00, per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200 ed agli accessori, fiscali e previdenziali, di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

La presente sentenza è stata redatta con la collaborazione del Magistrato assistente di studio, Dott. R.R..

Così deciso in Roma, il 25 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2017

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