Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 5009 del 24/02/2021

Cassazione civile sez. II, 24/02/2021, (ud. 22/09/2020, dep. 24/02/2021), n.5009

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23039/2019 proposto da:

S.A., rappresentato e difeso dall’Avvocato STEFANIA

SANTILLI, ed elettivamente domiciliato presso il suo studio in

MILANO, VIA LAMARMORA 42;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, in persona del Ministro pro-tempore,

rappresentato e difeso ope legis dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in ROMA, VIA dei PORTOGHESI 12 è

domiciliato;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 5243/2019 del TRIBUNALE di MILANO del

18/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

22/09/2020 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con ricorso D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35, depositato in data 17.7.2018, S.A. adiva il Tribunale di Milano proponendo opposizione avverso il provvedimento di diniego della domanda di protezione internazionale, emesso dalla competente Commissione Territoriale il 21.2.2018 e notificato in data 19.6.2018, chiedendo il riconoscimento dello status di rifugiato politico o la protezione sussidiaria, ovvero il diritto al rilascio di un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie.

Sentito dalla Commissione, il ricorrente dichiarava di essere nato a (OMISSIS) e di essere cresciuto a (OMISSIS); di appartenere al gruppo etnico dagomba e di essere di religione musulmana. Il suo nucleo familiare era composto dai genitori e da una sorella, ma la madre era morta prima della sua partenza. Non era andato a scuola e aveva lavorato come agricoltore. Quanto ai motivi che lo avevano indotto a espatriare, dichiarava che si era trattato di scelta collegata alla “successione di un regno”. Più precisamente a (OMISSIS) ci era una contesa per il ruolo di re tra le famiglie degli A. e degli Ad.: il (OMISSIS), in occasione di una festa del villaggio, nella quale entrambe le famiglie intendevano primeggiare, c’era stata una rissa che si era conclusa con lo sgozzamento del re. Per questo aveva deciso di fuggire. Quando c’era stata la rivolta le case vicine a quella del re erano state bruciate. Si era recato in Burkina Faso, ma non aveva più avuto contatti con il resto della famiglia. Precisava che durante i disordini nulla gli era accaduto, ma che non avendo più contatti con la sua famiglia non avrebbe saputo dove andare. Riferiva di avere incontrato delle persone che gli avevano detto che in Libia avrebbe avuto un lavoro. Ma quando era arrivato in Libia era rimasto deluso e aveva deciso di fuggire in Italia.

Con decreto n. 5242/2019, depositato in data 18.6.2019, il Tribunale di Milano rigettava il ricorso. La domanda di protezione internazionale non poteva essere accolta: in particolare, se risultavano veritieri gli scontri interetnici a (OMISSIS) nel (OMISSIS), tuttavia il ricorrente non era riuscito a fornire una ragionevole spiegazione della sua decisione di fuggire a causa di questi disordini. Mentre nel ricorso si allegava che il ricorrente sarebbe stato testimone dell’omicidio del re, nelle dichiarazioni invece affermava di non aver in alcun modo partecipato alla rivolta in quanto si trovava in casa. Anche la descrizione della vita condotta in Bukina Faso e i motivi che l’avrebbero spinto ad andare in Libia non potevano essere accettati in termini di credibilità: appariva poco realistico che il ricorrente avesse atteso 10 anni per giungere alla conclusione che l’ospitalità precaria in una moschea dove non aveva di che sfamarsi non fosse per lui soddisfacente.

Anche con riferimento alla protezione sussidiaria non ricorreva alcuna delle ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14. E neppure la domanda di protezione umanitaria poteva essere accolta per assenza di una specifica condizione di vulnerabilità. Il ricorrente rendeva una versione non credibile dei fatti che nel (OMISSIS) lo avrebbero portato a rifugiarsi in Burkina Faso interrompendo ogni rapporto con la famiglia d’origine. Al momento della decisione il ricorrente era un adulto di 32 anni, la cui condizione non poteva essere valutata come se fosse stato un minore, sicchè la sua condizione di orfano di madre non risultava indicativa di una condizione di vulnerabilità in caso di ritorno in Burkina Faso. Con riferimento alla vita trascorsa in Italia, il ricorrente risultava esclusivamente aver svolto le tipiche attività organizzate dai centri di accoglienza, per cui si trattava di una situazione da sola non indicativa di un effettivo radicamento.

Avverso tale decreto propone ricorso per cassazione S.A. sulla base di quattro motivi. Resiste il Ministero dell’Interno con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la “Violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 10 e 11, in combinato disposto con l’art. 46 par. 3 Direttiva 2013/32/UE e art. 47 Carta dei diritti fondamentali dell’U.E. a presidio del diritto a un ricorso effettivo”, là dove il Tribunale, in relazione alla richiesta di nuova audizione dell’istante, riteneva di non rinnovare l’audizione considerando sufficienti gli elementi contenuti nel fascicolo. In questo modo il Giudice di merito impediva al richiedente l’accesso a quel ricorso effettivo imposto da un’interpretazione delle norme nazionali conforme al diritto dell’U.E..

1.1. – Il motivo non è fondato.

1.2. – Ove non sia disponibile la videoregistrazione con mezzi audiovisivi dell’audizione dinanzi alla Commissione territoriale, il giudice di merito, chiamato a decidere del ricorso avverso la decisione adottata dalla Commissione, è tenuto a fissare l’udienza di comparizione delle parti a pena di nullità del suo provvedimento decisorio, salvo il caso in cui il richiedente abbia dichiarato di non volersi avvalere del supporto contenente la registrazione del colloquio (Cass. n. 618 del 2020; Cass. n. 17076 del 2019; Cass. n. 32029 del 2018; Cass. n. 17717 del 2018; Cass. n. 27182 del 2018). L’obbligo non riguarda tuttavia anche il rinnovo dell’audizione, che grava esclusivamente sull’autorità amministrativa incaricata di procedere all’esame del richiedente: ne consegue che il giudice può decidere in base ai soli elementi contenuti nel fascicolo, ivi compreso il verbale o la trascrizione del colloquio svoltosi dinanzi alla Commissione (Cass. n. 2817 del 2019, v. anche Corte di giustizia UE, sent. 26 luglio 2017 in causa C-348/16).

Non sussiste, infatti, alcun automatismo tra la mancanza di videoregistrazione e la rinnovazione dell’ascolto del richiedente (Cass. n. 21584 del 2020, n. 17717 del 2018), che costituisce quindi una scelta discrezionale, che compete al giudice di merito operare in base alle concrete circostanze di causa e alla necessità di vagliarle anche alla luce di quanto dichiarato di fronte alla Commissione; e ciò, a meno che: a) non vengano dedotti fatti nuovi a sostegno della domanda; b) il giudice ritenga necessaria la acquisizione di chiarimenti in ordine alle incongruenze o alle contraddizioni rilevate nelle dichiarazioni del richiedente; c) quest’ultimo non ne faccia istanza, precisando gli aspetti in ordine ai quali intende fornire i predetti chiarimenti, e sempre che la domanda non venga ritenuta manifestamente infondata o inammissibile. Essendo, peraltro, decisivo che, nella specie, dal contenuto dell’impugnato decreto non si evidenzia che la difesa del ricorrente avesse introdotto ulteriori temi di indagine, nè allegato fatti nuovi, ritenendo così di avere a disposizione tutti gli elementi necessari ai fini della decisione.

2. – Con il secondo motivo, il ricorrente deduce la “Violazione o falsa applicazione di legge in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3,4,5,6 e 14, D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27, artt. 2 e 3 CEDU. Violazione dei parametri normativi relativi alla credibilità delle dichiarazioni del richiedente fissati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lett. c), non avendo compiuto l’esame delle dichiarazioni in relazione alla condizione personale del ricorrente e aver ignorato l’aderenza delle informazioni provenienti dal richiedente stesso con le COI; violazione degli obblighi di cooperazione istruttoria incombenti sull’autorità giurisdizionale ex art. 360 c.p.c., n. 3”. Ove il Tribunale avesse correttamente applicato le norme richiamate, avrebbe concluso per la sussistenza di un rischio di incorrere in una persecuzione o, almeno, per la sussistenza del diritto alla protezione sussidiaria, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14.

2.1. – Il motivo è inammissibile.

2.2. – La valutazione, in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c). Tale apprezzamento è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (cfr. sempre Cass. n. 3340 del 2019, cit.).

2.3. – Questa Corte ha, d’altronde, chiarito che “in materia di protezione internazionale, l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona”, cosicchè “qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria nel Paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori” (Cass. n. 16925 del 2018).

2.4. – Si rileva dunque come il ricorrente, sotto l’egida formale del vizio di violazione di legge, pretenda, ora, una inammissibile nuova valutazione del giudizio di credibilità del richiedente (apodittica e disancorata rispetto alla singola fattispecie esaminata), proponendo censure che sconfinano con tutta evidenza sul terreno delle mere valutazioni di merito, come tali rimesse alla cognizione dei giudici della precedente fase di giudizio e che (come detto) possono essere censurate innanzi al giudice di legittimità solo attraverso le ristrette maglie previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Laddove, poi, non è possibile pretendere l’attivazione dei poteri istruttori officiosi del tribunale per l’acquisizione di ulteriori informazioni sulla situazione sociopolitica del Ghana, in presenza di una valutazione giudiziale negativa della credibilità del richiedente, valutazione quest’ultima che rende superfluo ogni ulteriore approfondimento istruttorio in ordine al reclamato status di rifugiato.

3. – Con il terzo motivo, il ricorrente censuta la “Violazione o falsa applicazione della Convenzione di Ginevra del 28.7.1951, ratificata con L. n. 722 del 1954, della Dir. 2004/83/CE, attuata con D.Lgs. n. 251 del 2007 e, in particolare degli artt. 2, 7, 8 e 14 dello stesso Decreto”, là dove il tribunale si sottraeva al dovere di cooperare nell’accertamento delle condizioni che legittimavano l’accoglimento del ricorso, acquisendo anche d’ufficio le informazioni necessarie a conoscere l’ordinamento giuridico e la situazione del paese d’origine. Secondo il ricorrente nella fattispecie si potrebbe ravvisare l’esistenza di una faida etnica. Il Tribunale avrebbe dovuto verificare l’esistenza di leggi che vietano le faide e in seguito verificare se tali atti siano stati tollerati dalle autorità.

3.1. – Il motivo è inammissibile.

3.2. – Giova ricordare che, secondo la giurisprudenza espressa da questa Corte (Cass. n. 24414 del 2019), in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è, invece, esterna all’esatta interpretazione della norma e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, sottratta al sindacato di legittimità (Cass. n. 3340 del 2019).

Va dunque ribadito che costituisce principio pacifico quello secondo cui il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deve essere dedotto, a pena di inammissibilità del motivo giusta la disposizione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 6, non solo con la indicazione delle norme assuntivamente violate (che, nella specie, non risulta completa, con riguardo al ventaglio delle diverse rationes decidendi sottese al rigetto del gravame), ma anche, e soprattutto, mediante specifiche argomentazioni intelligibili ed esaurienti intese a motivatamente dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità, diversamente impedendosi alla Corte regolatrice di adempiere al suo istituzionale compito di verificare il fondamento della lamentata violazione.

Risulta, quindi, inidoneamente formulata la deduzione di errori di diritto individuati per mezzo della sola preliminare indicazione delle singole norme pretesamente violate, ma non dimostrati attraverso una critica delle soluzioni adottate dal giudice del merito nel risolvere le questioni giuridiche poste dalla controversia, operata mediante specifiche e puntuali contestazioni nell’ambito di una valutazione comparativa con le diverse soluzioni prospettate nel motivo e non tramite la mera contrapposizione di queste ultime a quelle desumibili dalla motivazione della sentenza impugnata (Cass. n. 6259 del 2020; cfr., ex multis, Cass. n. 22717 del 2019 e Cass. n. 393 del 2020, rese in controversie analoghe a quella odierna).

3.3. – Ciò posto, questa Corte osserva come la parte ricorrente, sotto l’egida formale del vizio di violazione di legge, pretenda, ora, una nuova valutazione del giudizio di credibilità del richiedente, proponendo (come detto, nell’ambito non meglio definito di un unico motivo non specifico e non meglio enucleabile dalla rapsodica enunciazione di asseriti vizi della decisione impugnata) censure che sconfinano con tutta evidenza sul terreno delle mere valutazioni di merito, come tali rimesse alla cognizione dei giudici della precedente fase di giudizio e che possono essere censurate innanzi al giudice di legittimità solo attraverso le ristrette maglie previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Nè è possibile pretendere l’attivazione dei poteri istruttori officiosi del tribunale per l’acquisizione di ulteriori informazioni sulla situazione sociopolitica del Ghana, in presenza di una valutazione giudiziale negativa della credibilità del richiedente, valutazione quest’ultima che rende superfluo ogni ulteriore approfondimento istruttorio in ordine al reclamato status di rifugiato.

4. – Con il quarto motivo, il ricorrente lamenta la “Violazione o falsa applicazione di legge in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 2 e art. 10, comma 3, motivazione apparente in relazione alla domanda di protezione umanitaria e alla valutazione di assenza di specifica vulnerabilità; omesso esame di fatti decisivi circa la sussistenza dei requisiti di quest’ultima. Violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 4, 7, 14, 16, 17; D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8,10,32; D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6; art. 10, Cost.. Omesso esame circa un fatto decisivo in relazione ai presupposti della protezione umanitaria; mancanza o quantomeno apparente motivazione e nullità della sentenza per violazione di varie disposizioni – artt. 112,132 c.p.c. e art. 156 c.p.c., comma 2, art. 111 Cost., comma 6, ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5”, assumendo che il Tribunale aveva violato i parametri normativi per la protezione umanitaria poichè rifiutava di analizzare il contesto di provenienza del ricorrente, senza valutare la condizione soggettiva del ricorrente rispetto al paese d’origine (Ghana) ai fini del riconoscimento della situazione di vulnerabilità. Con ciò venendo meno al dovere d’integrazione istruttoria al fine di accertare le condizioni soggettive e oggettive relative alla protezione umanitaria.

4. – Il motivo è inammissibile.

4.1. – In tema di ricorso per cassazione, è inammissibile la mescolanza e la sovrapposizione di mezzi d’impugnazione eterogenei, facenti riferimento (così come nel primo motivo) alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, non essendo consentita la prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto, che suppone accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma, e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione; o quale l’omessa motivazione, che richiede l’assenza di motivazione su un punto decisivo della causa rilevabile d’ufficio, e l’insufficienza della motivazione, che richiede la puntuale e analitica indicazione della sede processuale nella quale il giudice d’appello sarebbe stato sollecitato a pronunciarsi, e la contraddittorietà della motivazione, che richiede la precisa identificazione delle affermazioni, contenute nella sentenza impugnata, che si porrebbero in contraddizione tra loro (Cass. n. 8368 del 2020).

4.2. – Nella specie (evidenzate le caratteristiche e la portata del vizio di violazione di legge: v. sub 3.2.), il parametro di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (nella novellata formulazione adottata dal D.L. n. 83 del 2012, convertito dalla L. n. 134 del 2012, applicabile ratione temporis) consente di denunciare in cassazione – oltre all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, e cioè, in definitiva, quando tale anomalia si esaurisca nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione – solo il vizio di omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, vale a dire che, ove esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia (Cass. sez. un. 8053 del 2014; Cass. n. 14014 e n. 9253 del 2017).

Nel rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente avrebbe dunque dovuto specificamente e contestualmente indicare oltre al “fatto storico” il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività” (Cass. n. 14014 e n. 9253 del 2017). Ma, nei motivi in esame, della enucleazione e della configurazione della sussistenza (e compresenza) di siffatti presupposti (sostanziali e non meramente formali), onde potersi ritualmente riferire al parametro di cui dell’art. 360 c.p.c., n. 5, non v’è specifica adeguata indicazione. Laddove, poi, si presenta altrettanto inammissibile l’evocazione del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, con riferimento non già ad un “fatto storico”, come sopra inteso, bensì a questioni o argomentazioni giuridiche (Cass. n. 22507 del 2015; cfr. Cass. n. 21152 del 2014); ciò in quanto nel paradigma ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non è inquadrabile il vizio di omessa valutazione di deduzioni difensive (Cass. n. 26305 del 2018).

4.3. – D’altro canto, questa Corte ha premesso che la protezione umanitaria costituisce una misura atipica e residuale, nel senso che essa copre situazioni, da individuare caso per caso, in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento della tutela tipica (status di rifugiato o protezione sussidiaria), tuttavia non possa disporsi l’espulsione e debba provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in situazione di vulnerabilità (Cass. n. 23604 del 2017; Cass. n. 252 del 2019). Ciò che si demanda al giudice è “una valutazione individuale, caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente in Italia, comparata alla situazione personale che egli ha vissuto prima della partenza e cui egli si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio. I seri motivi di carattere umanitario possono positivamente riscontrarsi nel caso in cui, all’esito di tale giudizio comparativo, risulti un’effettiva ed incolmabile sproporzione tra i due contesti di vita nel godimento dei diritti fondamentali che costituiscono presupposto indispensabile di una vita dignitosa (art. 2 Cost.)”.

A tale fine, peraltro, non è sufficiente l’allegazione di un’esistenza migliore nel Paese di accoglienza, sotto il profilo dell’integrazione sociale, personale o lavorativa, dovendo il riconoscimento di tale diritto allo straniero fondarsi su una valutazione comparativa effettiva tra i due piani, allo scopo di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile, costitutivo dello statuto della dignità personale, in comparazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel paese di accoglienza (Cass. n. 12537 del 2020; cfr. Cass. n. 4455 del 2018).

Poste tali premesse, nella specie non si rileva il denunciato omesso esame di domanda, dato che il Tribunale ha esplicitamente scrutinato, e respinto, con motivazione congrua, la domanda dell’odierno ricorrente volta al riconoscimento della protezione umanitaria.

4.4. – Il decreto impugnato ha qualificato, in primo luogo, come inattendibile il racconto del richiedente la protezione internazionale segnalando le lacune e le contraddizioni del racconto reso dallo stesso. Peraltro, in materia di protezione internazionale il positivo superamento del vaglio di credibilità soggettiva del richiedente protezione condotto alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, è preliminare all’esercizio da parte del giudice del dovere di cooperazione istruttoria e di quello di tenere per veri i fatti che il richiedente non è in grado di provare, in deroga al principio dispositivo (cfr. Cass. n. 15794 del 2019; Cass. n. 11267 del 2019; Cass. n. 16925 del 2018). E la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito, che è censurabile in cassazione nei limiti di cui dell’art. 360 c.p.c., comma 1, novellato n. 5; doglianza che non solo non è stata dedotta, ma che, ovviamente, non potrebbe consistere nella prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di questione attinente al merito (cfr. Cass. n. 3340 del 2019).

4.5. – Quanto all’accezione oggettiva della condizione di vulnerabilità del richiedente protezione umanitaria, il ricorso non si confronta con la sentenza impugnata nella parte in cui il Tribunale ha escluso per la zona di provenienza del richiedente, il Ghana, la sussistenza di una situazione di violenza indiscriminata e diffusa idonea ad esporre la popolazione civile ad un grave pericolo per la vita o l’incolumità fisica per il solo fatto di soggiornarvi.

Esso ha inoltre correttamente negato la sussistenza di elementi tali da far ritenere l’appellante un soggetto in situazione di vulnerabilità, non essendo state dimostrate specifiche situazioni di vulnerabilità, parimenti neppure dedotte (quali, tra l’altro, le condizioni di salute del ricorrente ritenute non adeguatamente comprovate). Il giudice di merito ha quindi correttamente concluso, avuto riguardo alle ragioni di natura essenzialmente economiche che avevano spinto l’appellante a lasciare il proprio Paese, per l’infondatezza della sua richiesta di protezione umanitaria.

D’altro canto, è stato giustamente posto in rilievo che “il parametro dell’inserimento sociale e lavorativo dello straniero in Italia può essere valorizzato come presupposto della protezione umanitaria non come fattore esclusivo, bensì come circostanza che può concorrere a determinare una situazione di vulnerabilità personale che merita di essere tutelata attraverso il riconoscimento di un titolo di soggiorno che protegga il soggetto dal rischio di essere immesso nuovamente, in conseguenza del rimpatrio, in un contesto sociale, politico o ambientale, quale quello eventualmente presente nel Paese d’origine, idoneo a costituire una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti fondamentali inviolabili” (Cass. n. 4455 del 2018).

5. – Il ricorso va dunque rigettato. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza. Va emessa la dichiarazione D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente a rimborsare a controparte le spese processuali del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 2.100,00, a titolo di compensi, oltre eventuali spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 22 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 febbraio 2021

 

 

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