Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4983 del 02/03/2018


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Civile Sent. Sez. L Num. 4983 Anno 2018
Presidente: NOBILE VITTORIO
Relatore: BRONZINI GIUSEPPE

SENTENZA

sul ricorso 3762-2016 proposto da:
EUROSPIN TIRRENICA S.P.A., in persona del legale
rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata
in ROMA, VIALE DELLA PIRAMIDE CESTIA,l/B, presso lo
studio dell’avvocato GIUSEPPE MARIA GIOVANELLI,
rappresentata e difesa dagli avvocati FRANCESCO
2017

TEMPERINI, LUCIANO BROZZETTI, giusta delega in atti;
– ricorrente –

4357
contro

CIARDINI MASSIMILIANO, elettivamente domiciliato in
ROMA, VIA ANAPO 20, presso lo studio dell’avvocato

Data pubblicazione: 02/03/2018

CARLA RIZZO, che lo rappresenta e difende unitamente
all’avvocato FABRIZIO DOMENICO MASTRANGELI, giusta
delega in atti;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 239/2015 della CORTE D’APPELLO

udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 09/11/2017 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE
BRONZINI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. FRANCESCA CERONI, che ha concluso per
l’inammissibilità o in subordine rigetto;
udito l’Avvocato LUCIANO BROZZETTI;
udito l’Avvocato FABRIZIO DOMENICO MASTRANGELI.

di PERUGIA, depositata il 07/12/2015 r.g.n. 136/2015;

R.G. 03762/201i

Fatti di causa
1.

Con la sentenza del 2.11.2015 la Corte di appello di Perugia,

in riforma della sentenza di prime cure, dichiarava l’illegittimità del
licenziamento intimato dall’ Eurospin Tirrenica spa a Massimiliano
reintegrazione dello stesso nel posto di

lavoro, con condanna al risarcimento del danno pari alle retribuzioni
globali di fatto maturate dalla date del recesso a quelle dell’effettiva
reintegrazione con accessori e con condanna al versamento dei
contributi non versati.
2.

A fondamento della propria decisione la Corte territoriale

ricordava che erano state accertate dalla società numerose operazioni
“aborto cassa” con le quali l’addetto alla cassa la disattivava dopo
aver registrato il prezzo della merce ed aver rilasciato al cliente uno
scontrino simile a quello normale ma che non comportava la
contabilizzazione del corrispettivo nel sistema informatico aziendale
(le chiusure giornaliere quindi non contabilizzavano le operazioni e
l’incasso dei corrispettivi). La società riusciva a scoprire l’accaduto
attraverso un controllo della memoria del sistema computerizzato, un
chip che memorizzava tutte le operazioni eseguite anche quelle
“abortite”: tale anomala prassi aveva consentito ad alcune cassiere di
trattenere indebitamente gli importi corrispondenti alle operazioni di ”
aborto cassa” per un totale di circa 50.000 euro. Due cassiere erano
state licenziate ed al Ciardini, responsabile del negozio di Cascina, era
stato contestato di avere autorizzato tale anomal& procedura di cui
evidentemente era a conoscenza ed anche di non avere controllato la
puntuale esazione del prezzo dovuto per le merci in relazione alle
stesse operazioni; il Ciardini era stato poi licenziato. Il Tribunale
aveva ritenuto la legittimità del recesso, ma per la Corte territoriale
erano fondate le censure mosse dal lavoratore alla decisione del
Tribunale. Mentre quest’ultimo aveva valorizzato una pretesa
1

Ciardini ed ordinava la

R.G. 03762/2016

autorizzazione dell’appellante alla prassi delle cassiere di scambiarsi
continuamente il posto senza compiere le operazioni di chiusura della
cassa, la Corte territoriale osservava che tale comportamento non era
stato contestato e quindi non poteva essere tenuta in considerazione

apparire poco significativa come elemento di dimostrazione
dell’agevolazione, da parte del Ciardini, delle operazioni anomale ed
essere conforme ad una prassi del negozio). La Corte di appello
inoltre escludeva che fosse emersa la prova che il Ciardini avesse mai
autorizzato il ricorso sistematico all'”aborto cassa” visto che i
testimoni non avevano confermato tale elemento. Inoltre nessuna
omissione poteva essere contestata al Ciardini posto che le operazioni
contestate avevano violato le regole aziendali che prevedevano
l’obbligo di informare il responsabile del negozio (-( non avevano
riscontri contabili (lasciavano un segno solo nel chip che per essere
esaminato necessitava ai apposite apparecchiature) e, quindi, il
responsabile non aveva avuto alcun modo di esserne a conoscenza,
come risultava anche dalle dichiarazioni dei testi. Il Ciardini non
aveva neppure potuto sentire necessariamente un doppio beep
sonoro (segnalate dal registratore una volta attivata un’operazione ”
aborto cassa”) perché era verosimile che le cassiere avessero attivato
tale procedura quando il Ciardini non era presente vicino alle casse
per essere impegnato nei numerosissimi compiti che gravavano su di
lui. La stessa prova così come articolata dalla società neppure
indicava come circostanza che il lavoratore potesse aver sentito il
rumore perché costantemente vicino alle casse.
3. Per la cassazione di tale decisione propone ricorso Eurospin
con tre motivi; resiste con controricorso la controparte.

Ragioni della decisione

2

stante il principio dell’immutabilità della contestazione (oltre ad

R.G. 03762/201i

1. Con il primo motivo si allega la violazione degli artt. 115 e 116
e dell’art. 1 commi 58, 59 e 60- L. n. 92/2012, in riferimento agli
artt. 346, 416, 434, 436 cod. civ. proc., e dell’art. 2697 cod. civ. Non
era vero che il Ciardini non fosse a conoscenza delle operazioni di ”

Marrocchelli che aveva dichiarato di averlo avvertito in una ventina di
casi.
2. Il motivo va dichiarato inammissibile in quanto, pur
deducendo violazioni di legge, solleva in realtà censure di fatto che
mirano ad una diversa ricostruzione del “fatto” come tale
inammissibile in questa sede sopratutto dopo la nuova formulazione
dell’art. 360 n. 5 cod. civ. proc. Il “fatto” di cui si discute e cioè la
consapevolezza da parte del Ciagtflini delle anomale operazioni ”
aborto cassa” da parte della cassiere è stato positivamente escluso
dalla Corte di appello e quindi la circostanza non può essere oggetto
di un nuovo esame sotto il profilo del vizio motivazionale ( cfr. cass.
n. 8052 e 8053/2014): le censure sono peraltro generiche in quanto
non offrono neppure una ricostruzione organica e completa delle
deposizioni testimoniali ma si limitano a riportare una riga delle
dichiarazioni rese da un singole teste sicché sono inidonee a scalfire,
anche solo in astratto, l’accertamento della Corte territoriale secondo
il quale non sarebbe stata offerta la prova della conoscenza delle
operazioni in discorso da parte del Ciardini.
3. Con il secondo motivo si allega la violazione dell’art. 7 L. n.
300/1970

e

dell’art.

2119

cod.

civ.;

la

contestazione

sull’autorizzazione allo scambio dei cassieri atteneva al controllo ed
alla vigilanza del negozio e quindi poteva essere valutata in sede
disciplinare.
4. Il motivo appare infondato posto che la Corte di appello ha
correttamente escluso si potesse tenere in considerazione una
3

aborto cassa”, come confermato dalle dichiarazioni del teste

R.G. 03762/201é

circostanza mai contestata per il principio dell’immutabilità della
contestazione: si tratta di un elemento fattuale in piena evidenza
diverso da quelli enumerati nella lettera di contestazione. Inoltre
anche la fondatezza del rilievo non potrebbe condurre

positivamente escluso che una ipotetica autorizzazione alle cassiere di
scambiarsi il posto potesse avere avuto alcun rilievo nelle condotte in
specifico addebitate (che hanno condotto alla sottrazione di 50.000
euro) ed ha anche osservato che tale scambio era conforme ad una
prassi seguita da tempo nel negozio. Su tale punti non vi è alcuna
impugnazione.
5. Con il terzo motivo si allega la violazione degli artt. 115 e 116
e dell’art. 1 commi 58, 59 e 60 L. n. 92/2012, in riferimento agli artt.
346, 416, 434, 436 cod. civ. proc., e degli artt.1175, 1218, 1321,
1372, 1375, 2094, 2105, 2119, 2697, 2727 e 2729 cod. civ. La Corte
di appello doveva ritenere la responsabilità del Ciadini sulla base di
indizi gravi, univoci e concordanti emergenti dagli atti di causa, da
correlarsi alla responsabilità di responsabile del negozio del Ciardini.
6.

Il motivo appare inammissibile in quanto in quanto, pur

deducendo violazioni di legge mira, ad una diversa ricostruzione del
“fatto” come tale inammissibile ìn questa sede sopratutto dopo la
nuova formulazione dell’art. 360 n. 5 cod. civ. proc. Il “fatto” di cui si
dìscute e cioè la consapevolezza da parte del Ciatgini delle anomale
operazioni ” aborto cassa” da parte della cassiere e

11 imputabilità

allo stesso di omissioni di sorta in relazione al compito di responsabile
del negozio è stato positivamente escluso dalla Corte di appello e
quindi la circostanza non può essere oggetto di un nuovo esame sotto
il profilo del vizio motivazionale ( cfr. cass. n. 8052 e 8053/2014). Il
motivo tende in sostanza a sostituire la convinzione del Giudice di
merito con quella della parte ricorrente essendo ogni pertinente
4

all’accoglimento del motivo perché la Corte territoriale ha

R.G. 03762/201é

circostanza del caso già stata esaminata con motivazione congrua e
logicamente coerente.
7. Si deve quindi rigettare il proposto ricorso. Le spese di lite liquidate come al dispositivo- seguono la soccombenza.

testo risultante dalla legge 24.12.2012 n. 228, deve provvedersi,
ricorrendone i presupposti, come da dispositivo.
PQM
Rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle
spese del giudizio di legittimità che si liquidano in euro 5,00 1 00 per
compensi, nonché in euro 200,00 per esborsi, spese forfettarie al
15% ed accessori come per legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del DPR n. 115/02, nel
testo risultante dalla legge 24.12.2012 n. 228, la Corte dà atto della
sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente,
dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello
dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma il 9.11.2017
Il Presidente

Il Consigliere est.

Funzionario Gittcliztrio
a. Giovanni UF1., ‘)
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IV seziow twaii,~,

Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del DPR n. 115/02, nel

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