Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4978 del 02/03/2018


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Civile Sent. Sez. L Num. 4978 Anno 2018
Presidente: NAPOLETANO GIUSEPPE
Relatore: MIGLIO FRANCESCA

SENTENZA

sul ricorso 10607-2012 proposto da:
DE

SALVADORI

LEONARDO

C.F.

DSLLRD46P13A154N,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A. CHINOTTO l,
presso lo studio dell’avvocato LILIA GRENGA,
rappresentato e difeso dall’avvocato CLAUDIO SANTINI,
giusta delega in atti;
– ricorrente –

2017

contro

4235

I.N.P.S.

ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA

SOCIALE C.F. 80078750587, quale successore ex lege
dell’I.N.P.D.A.P.,

in

persona

del

legale

Data pubblicazione: 02/03/2018

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato
in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’Avvocatura
Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso
dall’avvocato DARIO MARINUZZI, giusta delega in atti;
– controricorrente –

di VENEZIA, depositata il 30/12/2011 r.g.n. 425/2011;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 26/10/2017 dal Consigliere Dott.
FRANCESCA MIGLIO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. STEFANO VISONA’, che ha concluso per
il rigetto del ricorso;
udito l’Avvocato CLAUDIO SANTINI.

avverso la sentenza n. 800/2011 della CORTE D’APPELLO

Udienza del 26.10.2017 n.18 del ruolo
RG n.10607/12
Presidente: Napoletano – estensore :Miglio

RG. 10607/2012

Con sentenza del 30.12.2011, la Corte di appello di Venezia ha confermato la
sentenza del Tribunale di Vicenza, che aveva respinto la domanda, proposta da
Leonardo De Salvadori nei confronti dell’INPDAP, di condanna al pagamento delle
differenze di indennità premio di fine servizio cui il ricorrente riteneva di avere diritto
per il mancato computo nella base di calcolo della retribuzione di posizione.
La Corte territoriale ha ritenuto che la legge n. 152 del 1968 abbia delimitato in modo
vincolante gli emolumenti utili per il calcolo dell’indennità premio di fine servizio, così
da non consentirne l’estensione ad altre componenti, pure costituenti parte del globale
trattamento retributivo.
Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso Leonardo De Salvadori sulla base
di un motivo, suddiviso in quattro paragrafi, cui ha resistito con controricorso l’INPS,
quale successore ex lege dell’INPDAP.
Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c.

MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Con l’unico motivo di ricorso, il De Salvadori denuncia, ex art. 360 n. 3 c.p.c., la
violazione e falsa applicazione degli artt. 4 e 11 della legge n. 152 del 1968. Ad avviso
del ricorrente, la interpretazione restrittiva di tali norme, su cui è fondato il rigetto
della domanda, non sarebbe corretta con riferimento al calcolo della indennità premio
di fine servizio dei dipendenti del comparto Regioni e Autonomie Locali, trattandosi
dell’unico comparto del pubblico impiego che avrebbe espressamente contemplato, nei
propri contratti collettivi, la retribuzione di posizione come emolumento utile ai fini
della liquidazione del trattamento di fine servizio. Il ricorrente, poi, lamenta la
disparità di trattamento tra la posizione dei funzionari inquadrati in categoria D,
percettori di indennità di posizione qualora titolari di posizione organizzativa, e quella
dei dirigenti, per i quali la retribuzione di posizione è considerata ai fini del calcolo del
trattamento di fine servizio. Richiama, a sostegno delle proprie tesi, i principi enunciati
dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 351 del 2010. Lamenta, infine, l’omessa
pronuncia della Corte territoriale su uno specifico motivo di impugnazione della
sentenza riguardante l’irrituale termine concesso alla controparte dal giudice di primo
grado per il deposito di note difensive.
1.1. Il motivo è infondato.

1.7″q

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

valore degli assegni in natura.
Quanto all’inserimento, all’art. 49 del CCNL del 14/9/2000, della retribuzione di
posizione tra gli emolumenti utili ai fini della base di calcolo del trattamento di fine
rapporto, deve osservarsi che la giurisprudenza di questa Corte ha affermato che i
contratti collettivi, salvo che non siano a tanto abilitati da specifiche disposizioni di
legge, non possono in alcun modo disporre o comunque modificare i rapporti
previdenziali, distinti dai rapporti di lavoro, intercorrenti tra soggetti diversi e
disciplinati da norme legali inderogabili (Cass, n. 1063 del 2008).

La Corte territoriale ha, infatti, correttamente applicato la disciplina di cui alla legge n.
152 del 1968, che, all’art. 4, dispone che l’indennità premio di servizio è “pari a un
quindicesimo della retribuzione contributiva degli ultimi dodici mesi, considerata in
ragione dell’80%, ai sensi del successivo art. 11, per ogni anno di iscrizione
all’Istituto”. Il successivo art. 11, intitolato “misura del contributo previdenziale”,
dispone, al comma 1, che” il contributo dovuto per ogni iscritto ai fini del trattamento
di previdenza è stabilito a decorrere dal 1.3.1966, nella misura del 5% della
retribuzione contributiva annua considerata in ragione dell’ottanta per cento…” ; la
determinazione della retribuzione contributiva è fissata dal quinto comma del
medesimo art. 11, ove si stabilisce che la retribuzione contributiva è costituita dallo
stipendio o salario, comprensivo degli aumenti periodici, della tredicesima mensilità e
del valore degli assegni in natura, spettanti per legge o regolamento e formanti parte
integrante ed essenziale dello stipendio stesso.
Tale essendo il quadro normativo di riferimento, deve rilevarsene la sostanziale
incompatibilità con una nozione onnicomprensiva di retribuzione utile ai fini della
liquidazione della indennità in questione.
Come argomentato dalle Sezioni Unite di questa Corte, che hanno composto il
contrasto di orientamenti in materia (Cass. SU, n. 3673 del 1997) se la norma di cui
all’art.11 legge n. 152 del 1968 non fosse improntata ad una ratto negativa della
onnicomprensività, ossia se con la menzione di stipendio e salario si fosse inteso
designare il complessivo trattamento retributivo del lavoratore, ingiustificata e
incoerente risulterebbe la specifica menzione degli aumenti periodici, della tredicesima
mensilità e del valore degli assegni in natura come elementi dello stipendio o del
salario, da ricondurre all’ambito della retribuzione contributiva, limitatamente, peraltro,
all’ipotesi di una previsione di “legge” in ordine alla obbligatorietà della loro
erogazione.
Sulla base di tali argomentazioni si è consolidato, anche con riferimento ai dipendenti
degli enti locali, l’orientamento della Sezione Lavoro della Corte (Cfr. Cass. n. 18999
del 2010, n. 3833 del 2012, n. 10160 del 2001; n. 681 del 2003; n. 9901 del 2003),
secondo cui la retribuzione contributiva alla quale si commisura la indennità premio di
servizio, a norma dell’art. 4 della legge 8 marzo 1968 n. 152, è costituita solo dagli
emolumenti testualmente menzionati dall’art. 11, quinto comma, legge cit., la cui
elencazione ha carattere tassativo e il cui riferimento allo stipendio o salario richiede
una interpretazione restrittiva, alla luce della specifica menzione, come esclusivi
componenti di tale voce, degli aumenti periodici della tredicesima mensilità e del

Pertanto, solo per i lavoratori assunti a partire dal 1 gennaio 1996 è previsto che i
trattamenti di fine servizio siano regolati secondo le disposizioni del codice civile, con
conseguente superamento della struttura previdenziale dei trattamenti contemplati
dalla disciplina pubblicistica; per contro, in relazione ai lavoratori già in servizio al
31.12.1995 (fra i quali va compreso il ricorrente) è demandata alla contrattazione
collettiva soltanto la definizione delle modalità applicative della disciplina e la nuova
regolamentazione della materia, destinata a superare la previgente disciplina (ex art.
72, comma 3 d.lgs. n. 29 del 1993 ora trasfuso nell’art. 69 , comma 2 , d.lgs. n. 165
del 2001) va riferita ad un intervento di modifica complessivo del quadro normativo e
non a meri interventi specifici su alcuni punti, quali l’inclusione di specifiche voci
retributive nel calcolo del trattamento di fine servizio.
Ne consegue che la indennità di posizione, pur ricompresa dalla contrattazione
collettiva nella struttura della retribuzione, non va computata nella liquidazione della
indennità premio di servizio, in quanto voce non indicata dal predetto comma 5
dell’art. 11.
L’interpretazione condivisa dal collegio non confligge con le norme costituzionali,
rientrando nella discrezionalità del legislatore fissare la base di calcolo della indennità
premio di servizio, così come della indennità di buonuscita, una volta che il
trattamento retributivo complessivo sia rispettoso del canone della retribuzione
proporzionata e sufficiente, di cui all’art. 36 Cost.(Cfr. Corte Cost. n. 470 del 2002);
né è ravvisabile una disparità di trattamento, in ragione della non comparabilità della
disciplina di indennità a struttura previdenziale (con obbligazione a carico di un ente
pubblico gestore e contribuzione delle parti del rapporto di lavoro) con il trattamento
di fine rapporto, che ha diversa struttura e criteri di computo, essendo rimessa al
legislatore la determinazione della base di calcolo dei diversi trattamenti di fine lavoro,
in modo da realizzarne l’equivalenza (Corte Cost. n. 243 del 1993).
Non coglie nel segno neppure il riferimento alla sentenza della Corte Costituzionale n.
351/2010, in quanto, nel caso esaminato nella predetta pronuncia, è proprio il d.lgs.
n. 229 del 1999, in attuazione della legge delega n. 419 del 2008 (la cui finalità era
eliminare le differenze di trattamento previdenziale tra tutti i soggetti che, pur
provenienti da settori diversi, pubblici e privati, si trovassero ad espletare le funzioni
di vertice di aziende sanitarie) ad aver stabilito che la base di calcolo del trattamento

3/1

Deve peraltro rilevarsi che l’art. 2 della legge n. 335 del 1995 ha previsto che “per i
lavoratori assunti dal 1.1.1996 alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche di cui
all’art. 1 del decreto legislativo 3.2.1993 n. 29, i trattamenti di fine servizio,
comunque denominati, sono regolati in base a quanto previsto dall’art. 2120 c.c. in
materia di trattamento di fine rapporto”(comma 5); “la contrattazione collettiva
nazionale , in conformità alle disposizioni del titolo III del decreto legislativo 3.2.1993
n. 29, e successive modificazioni e integrazioni, definisce, nell’ambito dei singoli
comparti, entro il 30 novembre 1995, le modalità di attuazione di quanto previsto dal
comma 5, con riferimento ai conseguenti adeguamenti della struttura retributiva e
contributiva del personale di cui al medesimo comma (comma 6)”;la contrattazione
collettiva nazionale, nell’ambito dei singoli comparti, definisce, altresì, ai sensi di
comma 6, le modalità per l’applicazione, nei confronti dei lavoratori già occupati alla
data del 31.12.1995, della disciplina in materia di trattamento di fine
rapporto”(comma 7).

Così deciso in Roma, il 26 ottobre 2017
Il consigliere estensore

Il Presidente

previdenziale debba individuarsi nella retribuzione goduta per l’incarico di direttore
generale, amministrativo e sanitario di azienda sanitaria e non nel compenso virtuale
legato all’ultima prestazione lavorativa svolta presso l’ente di provenienza.
La Corte Costituzionale, nella citata pronuncia, precisa che “la delega imponeva al
Governo di mantenersi nell’ambito della legislazione vigente in materia previdenziale.
Ciò significa che non era consentito creare, con il decreto delegato forme nuove e
diverse di previdenza, sia con riguardo al trattamento di quiescenza, sia con
riferimento alla indennità premio di servizio. Si deve in proposito rilevare che nessuna
innovazione è stata introdotta sia nel metodo di determinazione della pensione,
previsto dalle leggi vigenti per i pubblici dipendenti, sia per il criterio di calcolo della
misura della indennità premio di servizio, che rimane quello fissato dall’art. 4 della
legge 8 marzo del 1968, n. 152.”
L’ultimo profilo di doglianza, relativo alla omessa motivazione in ordine alla dedotta
irritualità del termine concesso dal giudice di primo grado per il deposito di note
difensive in replica a quelle depositate dal ricorrente / è inammissibile per difetto di
autosufficienza ex art. 366 c.p.c., npn essendo stati trascritti il provvedimento del
primo giudice né l’atto di appello ed rilevante, in quanto inidoneo ad incidere sulla
“ratio decidendi”.
Per le esposte motivazioni, il ricorso deve essere rigettato.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso;
condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida
in euro 4.000,00 per compensi professionali, euro 200,00 per esborsi, oltre spese
generali in misura del 15% ed accessori di legge.

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