Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4967 del 15/02/2022

Cassazione civile sez. I, 15/02/2022, (ud. 02/12/2021, dep. 15/02/2022), n.4967

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

Dott. CENICCOLA Aldo – est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 16778/2020 proposto da

M.S., (CF (OMISSIS)), elettivamente domiciliato in Roma presso

la cancelleria della Corte di Cassazione, rapp.to e difeso dall’avv.

Stefania Mariani, del Foro di Ascoli Piceno;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, in persona del Ministro p.t. ((OMISSIS)),

rapp.to e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato

in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12, costituito al solo fine di

partecipare ex art. 370 c.p.c., comma 1, all’eventuale udienza di

discussione della controversia;

– resistente –

avverso il decreto n. 3197 del 12 marzo 2020, del Tribunale di

Ancona;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 2 dicembre 2021 dal relatore Dott. Aldo Ceniccola.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Con decreto n. 3197 del 12 marzo 2020 il Tribunale di Ancona rigettava la domanda proposta da M.S., nato in (OMISSIS) il (OMISSIS), volta ad ottenere, in via gradata, il riconoscimento dello status di rifugiato, la protezione sussidiaria e la protezione umanitaria.

Osservava il tribunale che il ricorrente aveva narrato di essere fuggito dal (OMISSIS) nel 2015 e che nel 2010 un’alluvione aveva distrutto la sua abitazione; nel 2011 la madre era stata colpita da una paralisi e necessitava di costanti cure mediche. Non riuscendo, perciò, a sostenere la propria famiglia, il richiedente aveva deciso di recarsi in Libia per poi giungere in Italia nel 2018.

Il timore evidenziato dal richiedente, consistente nel pericolo di non poter restituire i soldi presi in prestito dalla moglie mentre si trovava in Libia, restava confinato, secondo il tribunale, nei limiti di una vicenda di vita privata e di aspirazione ad miglioramento socio-economico, connessa alla necessità di sostenere la famiglia d’origine tuttora residente in patria.

Il tribunale, dunque, escludeva il riconoscimento dello status di rifugiato, non sussistendo alcuna persecuzione grave nei suoi confronti; escludeva il riconoscimento della protezione sussidiaria, non ricorrendone i presupposti; escludeva, infine, la sussistenza delle condizioni della protezione umanitaria, osservando che varie leggi, approvate nel Paese di provenienza, tutelano il debitore contro la pratica dei tassi usurari.

Quanto alla verifica di un’eventuale condizione di vulnerabilità, il giudice del merito osservava che il percorso di socializzazione del ricorrente non poteva considerarsi pienamente realizzato, in quanto, in assenza di altri elementi, l’instaurazione di un rapporto di lavoro in epoca successiva al ricorso non costituiva indice univoco di un’integrazione lavorativa, occorrendo un arco temporale più ampio al fine di verificare la stabilità del rapporto e l’effettività della retribuzione percepita.

Anche il permesso di soggiorno per calamità naturali, di cui all’art. 20 bis t.u. imm., inserito dal D.L. n. 113 del 2018, art. 1, lett. h), non poteva essere riconosciuto, in quanto l’evento dell’alluvione narrato dal richiedente non possedeva un carattere di eccezionalità.

Avverso tale decreto il richiedente propone ricorso per cassazione fondato su tre motivi. Il Ministero si è costituito al solo fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il primo motivo (prospettato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3) lamenta il malgoverno delle regole concernenti la valutazione della credibilità del ricorrente, evidenziando, da un lato, la mancata attivazione del dovere di cooperazione istruttoria e dall’altro che le fonti internazionali più accreditate riferiscono di una situazione di particolare allarme circa la tutela delle vittime dell’usura nel Paese di provenienza. Inoltre dalle stesse dichiarazioni rese dal richiedente emergeva chiaramente come la moglie, che aveva formalmente contratto il prestito, fosse continuamente sottoposta a pressioni per restituire il denaro, senza poter contare sull’aiuto delle autorità di polizia spesso coinvolte in fenomeni di corruzione.

2. Il secondo motivo (svolto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5) lamenta l’inosservanza, da parte del tribunale, del potere dovere di accertare, nella logica della protezione sussidiaria, se le autorità locali fossero efficacemente in grado di offrire un’adeguata protezione al richiedente in relazione alle minacce ricevute.

2.1. Tali motivi, che possono essere congiuntamente esaminati in ragione della loro connessione, sono inammissibili.

2.2. Il tribunale, infatti, ha valutato il racconto del richiedente prescindendo da ogni valutazione circa la credibilità del racconto (cfr. l’inciso “anche laddove credibili” contenuto a pag. 2 del decreto), escludendo la riconducibilità della narrata vicenda al concetto di persecuzione grave per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un gruppo sociale o professione di opinione politica.

2.3. Quanto alle problematiche connesse all’usura, poi, il tribunale ha evidenziato che diverse leggi approvate nel Paese di provenienza tutelano il debitore contro tale reato, prevedendo alcune limitazioni sull’ammontare dell’interesse e sul numero di rate nelle quali il prestito può essere scomposto.

2.4. Le considerazioni svolte dal ricorrente, pertanto, finiscono con l’esprimere un mero – e, come tale, inammissibile (cfr. da ultimo Cass. n. 7782 del 23/09/2021) – dissenso rispetto alle motivate valutazioni delle risultanze processuali effettuate dal tribunale a proposito della vicenda narrata dal ricorrente.

3. Il terzo motivo (svolto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5) lamenta il mancato riconoscimento della protezione umanitaria, evidenziando la totale pretermissione, da parte del tribunale, del giudizio di comparazione tra la condizione del richiedente in Italia (che, lavorando, avrebbe la possibilità di ripianare il debito contratto a tassi usurari), e la condizione che si troverebbe a vivere in caso di rientro nel Paese di origine (ove si troverebbe esposto a vessazioni ed angherie da parte dei creditori).

3.1. Il motivo inammissibile.

3.2. Il tribunale, dopo aver evidenziato che la legislazione del Paese di origine offre una sufficiente protezione del debitore contro il denunciato fenomeno dell’usura, ha sostanzialmente evidenziato che il parametro dell’inserimento lavorativo non costituisce fattore esclusivo, ma circostanza che può concorre con altre a determinare una situazione di vulnerabilità personale, precisando che, nel caso in esame, non risulta affatto dimostrata quella condizione di globale inserimento del ricorrente nel tessuto sociale ed economico italiano.

3.3. Tali considerazioni, che dimostrano l’avvenuta corretta sussunzione dei fatti allegati alle norme di legge di cui il ricorrente ha chiesto l’applicazione, comportano che le doglianze sviluppate nella censura finiscono col riguardare il complessivo governo del materiale istruttorio (quanto alla sussistenza, o meno, della prova dei presupposti per la invocata protezione umanitaria), senza considerare che la denuncia di violazione di legge ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ivi formalmente proposta, non può essere mediata dalla riconsiderazione delle risultanze istruttorie (cfr. da ultimo Cass., n. 13828 del 23/09/2021).

4. Va, infine, osservato che la conseguente inammissibilità del ricorso, in applicazione del criterio della ragione più liquida, esclude la necessità di soffermarsi, in questa sede, sulla questione concernente l’invalidità della procura ad litem, che appare – nel caso – priva della certificazione della data di rilascio, questione risolta in senso affermativo da una recente pronuncia di questa Corte (cfr. Cass. Sez. Un. 15177/2021), seguita dalla rimessione alla Corte costituzionale della questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 35-bis, comma 13, introdotto dal D.L. 17 febbraio 2017, n. 13, art. 6, comma 1, lett. g), convertito con modificazioni dalla L. 13 aprile 2017, n. 46 (cfr. Cass. 17970/2021).

5. In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile e, in assenza di svolgimento di difese effettive da parte del Ministero, nessuna statuizione deve essere adottata sulle spese di lite.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 2 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2022

 

 

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