Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4963 del 15/02/2022

Cassazione civile sez. I, 15/02/2022, (ud. 26/10/2021, dep. 15/02/2022), n.4963

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

Dott. CENICCOLA Aldo – est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 25498/2020 proposto da

U.C.U., rapp.to e difeso per procura in calce al

ricorso dall’avv. Francesco Tartini, con il quale elettivamente

domicilia in Roma alla v. del Casale Strozzi n. 31 presso lo studio

legale Barberio;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, in persona del Ministro p.t. ((OMISSIS)),

rapp.to e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato

in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12, costituito al solo fine di

partecipare ex art. 370 c.p.c., comma 1, all’eventuale udienza di

discussione della controversia;

– resistente –

avverso il decreto n. 8056/20, depositato in data 17 settembre 2020,

del Tribunale di Venezia;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 26 ottobre 2021 dal relatore Dott. Aldo Ceniccola.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Il Tribunale di Venezia, sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, con decreto in data 17 settembre 2020, confermava il provvedimento di rigetto pronunciato dalla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale di Verona, in ordine alla istanza avanzata da U.C.U. nato in (OMISSIS) il (OMISSIS), volta, in via gradata, ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, del diritto alla protezione sussidiaria e del diritto alla protezione umanitaria.

Il ricorrente aveva dichiarato che il proprio coinquilino era stato arrestato in quanto ritenuto complice di una banda che aveva compiuto numerose rapine. Da ciò era scaturito il timore che quell’uomo, con il quale aveva avuto degli screzi, lo accusasse falsamente di complicità, sicché, fuggito da (OMISSIS) e recatosi nell'(OMISSIS), apprendeva che la polizia aveva ucciso il coinquilino; in preda al timore di essere a sua volta ucciso, abbandonava il Paese di origine.

Il tribunale escludeva, in primo luogo, che la vicenda narrata dal ricorrente fosse riconducibile ad un’ipotesi rilevante ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato. Evidenziava, poi, che il ricorrente non aveva compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda, in quanto, pur a distanza di molti anni dai fatti narrati, collocati temporalmente nel (OMISSIS), nulla aveva documentato quanto alle eventuali indagini nei suoi confronti da parte delle forze dell’ordine; nessuna certezza, inoltre, vi era sulla circostanza che la polizia lo stesse effettivamente cercando, tanto è vero che, dopo essere fuggito, egli era riuscito a recarsi in (OMISSIS) in aereo, senza essere fermato dalle forze dell’ordine. L’ormai rilevante lasso di tempo (circa 10 anni dai fatti narrati) deponeva, infine, per l’esclusione dell’attualità del pericolo rappresentato.

Il tribunale, infine, escludeva la sussistenza delle condizioni per il riconoscimento della protezione umanitaria, non essendo state documentate le pur riferite problematiche di salute del richiedente, evidenziando, altresì, che la sola attività lavorativa documentata (contratto a tempo determinato con guadagni mensili oscillanti tra 200 e 550 Euro) fosse inidonea a garantirgli un’esistenza dignitosa in Italia, tenuto conto che nel Paese di origine svolgeva il lavoro di commerciante e poteva godere del sostegno dei familiari che, in effetti, lo avevano sempre assistito.

Averso tale decreto U.C.U. ha proposto ricorso per cassazione affidato a cinque motivi. Il Ministero dell’interno ha depositato una memoria al solo dichiarato fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il primo motivo, concernente il mancato riconoscimento della protezione sussidiaria, lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), avendo il tribunale trascurato che il principale timore manifestato dal ricorrente in caso di rientro in patria sarebbe quello di cadere vittima di un’esecuzione, in quanto ingiustamente sospettato di appartenere ad una banda di rapinatori e sequestratori resasi responsabile dell’uccisione di vari poliziotti. Il reale timore del ricorrente sarebbe, dunque, quello di rimanere ucciso per effetto di una vendetta della polizia (OMISSIS).

1.1. Il motivo è inammissibile.

1.2. Il tribunale ha puntualmente esaminato l’aspetto in questione, concentrando la sua attenzione sulla premessa di fatto posta a fondamento del pericolo paventato, negando radicalmente, nel caso di specie, la sussistenza di elementi tali da far ritenere che il ricorrente sia effettivamente ricercato dalla polizia, osservando, inoltre, che se da un lato in patria vivono ancora parenti ed amici in grado di fornirgli informazioni aggiornate, dall’altro il ricorrente è del resto riuscito a recarsi in (OMISSIS) in aereo senza essere fermato dalle autorità. Il giudice di merito ha, poi, aggiunto che l’ormai rilevante lasso di tempo trascorso dai fatti depone, in ogni caso, per l’esclusione dell’attualità del pericolo. La puntuale esposizione di tali considerazioni rende, dunque, immune il decreto impugnato dalla censura in oggetto.

2. Il secondo e terzo motivo rappresentano la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3 e art. 35-bis, la violazione del principio del beneficio del dubbio e la mera apparenza motivazionale (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4). Il tribunale, infatti, partendo dal presupposto che, trattandosi di un timore riferito ad attività clandestine ed illegali delle forze di polizia, non poteva certo esigere una prova documentale al riguardo, avrebbe dovuto semmai valutare se tale pericolo potesse o meno ritenersi fondato, verificando quantomeno la coerenza esterna del racconto con le informazioni generali e specifiche disponibili riguardo al Paese di origine. La vicenda illustrata dal ricorrente, poi, andava in ogni caso valutata alla luce del beneficio del dubbio, affermato sia dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 4, sia dalla giurisprudenza di legittimità.

2.1. I motivi, che in quanto connessi possono essere congiuntamente esaminati, sono inammissibili.

2.2. Il ricorrente, anche in tal caso, dà per scontato che da quanto narrato innanzi alla Commissione emergano effettivamente talune condizioni che inducano a ritenere sussistente il pericolo di ritorsioni da parte della polizia nei suoi confronti.

2.3. Nel caso in esame, tuttavia, il giudice di merito ha chiaramente ed esaustivamente smentito il presupposto collocato dal ricorrente a fondamento della prospettazione, osservando che il richiedente non era stato in grado di indicare alcuna circostanza dalla quale potesse desumersi quantomeno il sospetto che la polizia avesse intrapreso delle indagini nei suoi confronti (“nulla ha documentato quanto ad indagini svolte nei suoi confronti dalle forze dell’ordine”), sicché la mancata verifica di cui il ricorrente si duole (riguardo alle ritorsioni ed agli abusi a suo dire solitamente commessi da parte delle forze di polizia (OMISSIS)) appare del tutto priva di rilevanza.

3. Il quarto e quinto motivo (rispettivamente concernenti la mera apparenza della motivazione e la conseguente nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4; nonché la violazione di legge, in relazione all’errata applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6), rappresentano la mancata valutazione della condizione di pericolo in cui potrebbe venire a trovarsi il ricorrente in caso di rientro in (OMISSIS) e della mancata comparazione tra la prospettiva di rimpatrio e l’attuale situazione in Italia.

3.1. I motivi, da esaminarsi congiuntamente in quanto connessi, sono inammissibili.

3.2. Non solo, infatti, il tribunale ha correttamente trattato della situazione della (OMISSIS) utilizzando COI aggiornate (trattando della insussistenza delle condizioni di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), ma, attraverso un puntuale accertamento di fatto, ha evidenziato l’assenza di qualsiasi indice di vulnerabilità, correttamente comparando la situazione del richiedente in Italia (caratterizzata dalla stipula di un contratto a tempo determinato ormai scaduto e dalla percezione di redditi talmente esigui da non garantire un’esistenza dignitosa) con quella in cui si troverebbe a seguito del rientro in patria: non a caso il tribunale ha, in proposito, evidenziato che prima della partenza il richiedente era un commerciante e godeva degli aiuti dei propri familiari.

3.3. Esclusa, dunque, l’esistenza del vizio di apparenza motivazionale, deve piuttosto riconoscersi che attraverso la prospettazione ulteriore del vizio di violazione di legge e con deduzioni peraltro generiche, il motivo si traduce, nella richiesta di un nuovo giudizio di merito in relazione alla sussistenza del profilo di vulnerabilità soggettiva, invece escluso in radice dal giudice di merito, con apprezzamento in fatto che può essere censurato in questa sede solo nei ristretti limiti del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

4. In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile e, in assenza di svolgimento di difese effettive da parte del Ministero, nessuna statuizione deve essere adottata sulle spese di lite.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 26 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2022

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