Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4961 del 15/02/2022

Cassazione civile sez. I, 15/02/2022, (ud. 26/10/2021, dep. 15/02/2022), n.4961

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

Dott. CENICCOLA Aldo – est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 24147/2020 proposto da

I.H., rapp.to e difeso per procura in calce al ricorso

dall’avv. Francesco Tartini, con il quale elettivamente domicilia in

Roma alla v. del Casale Strozzi n. 31 presso lo studio legale

Barberio;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, in persona del Ministro p.t. ((OMISSIS)),

rapp.to e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato

in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12, costituito al solo fine di

partecipare ex art. 370 c.p.c., comma 1, all’eventuale udienza di

discussione della controversia;

– resistente –

avverso il decreto n. 7631/20, depositato in data 2 settembre 2020,

del Tribunale di Venezia;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 26 ottobre 2021 dal relatore Dott. Aldo Ceniccola.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Il Tribunale di Venezia, sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, con decreto in data 2 settembre 2020, confermava il provvedimento di rigetto pronunciato dalla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale di Verona, in ordine alla istanza avanzata da I.H. nato in (OMISSIS) il (OMISSIS), volta, in via gradata, ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, del diritto alla protezione sussidiaria e del diritto alla protezione umanitaria.

Il ricorrente aveva dichiarato, sia in sede amministrativa sia innanzi al giudice designato, di provenire dalla (OMISSIS) e di appartenere ad una famiglia che da sempre aveva partecipato ai movimenti di liberazione per l’indipendenza del (OMISSIS); in particolare il padre era stato arrestato a seguito della partecipazione alla guerra per l’indipendenza ed il nonno era stato a sua volta ucciso dai militari. Aveva inoltre narrato della morte della sorella, avvenuta durante uno scontro tra la polizia (OMISSIS) ed i manifestanti favorevoli all’indipendenza del (OMISSIS), e dichiarato che, a seguito della morte di un amico nel corso di tali scontri, ricercato dalla polizia, aveva deciso di fuggire nuotando in un fiume fino al villaggio più vicino, successivamente riuscendo a lasciare il Paese.

Il tribunale escludeva il riconoscimento dello status di rifugiato, ritenendo, concordemente con la Commissione, non credibile il racconto del richiedente, in quanto, a parte le contraddizioni rilevate dalla Commissione, egli aveva fornito particolari importanti della vicenda solo a seguito delle domande rivoltegli dalla Commissione, per cui era evidente che non aveva fatto riferimento ad un personale vissuto ma a notizie reperite sul web. Inoltre, ad escludere che il ricorrente fosse stato un militante della lotta per la liberazione del (OMISSIS), deponeva non solo il fatto che egli aveva confuso il gruppo (OMISSIS) con quello (OMISSIS), ma anche l’incapacità descrivere con precisione il significato della bandiera del (OMISSIS), i cui colori indossava al momento di intraprendere la rocambolesca fuga notturna.

Per le stesse ragioni il giudice di merito escludeva il riconoscimento della protezione sussidiaria ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. a) e b); quanto alle condizioni di cui alla lett. c) della stessa norma, il tribunale osservava che, secondo il report Easo del 2017, l'(OMISSIS) non è interessato da alcuna situazione di violenza generalizzata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale.

Ai fini, poi, della protezione umanitaria, il tribunale reputava insufficiente, quanto alla dimostrazione dell’integrazione socio-lavorativa, il lavoro stagionale in agricoltura svolto dal richiedente solo per alcuni mesi dell’anno, così come irrilevante era l’attuale situazione di pandemia di Sars Covid-19, in quanto nel Paese di provenienza non si riscontrava una diffusione della malattia paragonabile alla situazione italiana.

Averso tale decreto I.H. ha proposto ricorso per cassazione affidato a sette motivi. Il Ministero dell’interno ha depositato una memoria al solo dichiarato fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il primo motivo lamenta l’omesso esame di più fatti decisivi per il giudizio (art. 360 c.p.c., n. 5): in particolare, il tribunale non avrebbe preso in considerazione la circostanza che la sorella del ricorrente era rimasta uccisa, nello scontro tra polizia (OMISSIS) e manifestanti pro-indipendenza del (OMISSIS), vittima della stessa repressione violenta subita dal fratello; inoltre il tribunale avrebbe considerato non credibile la vicenda di poliziotti buttati giù nel fiume (in quanto trattavasi di episodio riferito dai giornali ad una data successiva a quella della fuga del ricorrente), senza considerare che episodi analoghi si erano verificati anche in precedenza ed anche nel giorno indicato dal ricorrente ((OMISSIS)); infine, quanto all’ulteriore circostanza indicata dal tribunale come degna di perplessità (e cioè che egli avrebbe fatto una telefonata dopo una lunga nuotata nel fiume), il ricorrente ha evidenziato di non aver mai precisato che la telefonata era avvenuta mediante il proprio cellulare.

2. Il secondo, terzo e quarto motivo lamentano, sempre in relazione al giudizio di credibilità, la violazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, e art. 35-bis e D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, commi 3 e 5, (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), l’apparenza motivazionale (art. 360 c.p.c., n. 4), il travisamento della prova e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., n. 5). Il tribunale avrebbe, infatti, contestato al ricorrente di aver narrato di circostanze rilevanti solo a seguito delle domande che gli erano state poste dalla Commissione, argomento, questo, illogico e del tutto perplesso. Il tribunale, poi, avrebbe del tutto erroneamente preso atto di una confusione tra i gruppi (OMISSIS) ed (OMISSIS), in cui sarebbe incorso il ricorrente, confusione che non si è affatto verificata esaminando attentamente i verbali delle dichiarazioni. Nessuna rilevanza avrebbe, poi, il presunto errore sul significato dei colori della bandiera del (OMISSIS), desunto dal tribunale attraverso l’esame di una fonte non privilegiata ((OMISSIS)).

2.1. I motivi, che in quanto connessi possono essere congiuntamente esaminati, sono inammissibili.

2.2. Va in proposito premesso che, secondo l’orientamento costantemente espresso da questa Corte, “In materia di protezione internazionale, la valutazione di affidabilità del richiedente è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici, indicati dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, oltre che di quelli generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare circa la veridicità delle dichiarazioni rese; sicché, il giudice è tenuto a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, i cui esiti in termini di inattendibilità costituiscono apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5” (cfr. tra le tante Cass. 19/06/2020, n. 11925).

2.3. A tali criteri generali il tribunale si è correttamente attenuto, escludendo la credibilità del ricorrente tenendo conto delle circostanze maggiormente rilevanti sottoposte al suo esame, esprimendo una valutazione che non solo resiste alle contestazioni svolte dal richiedente ma risulta anche effettuata secondo i criteri previsti dalla legge, dando luogo ad un apprezzamento di fatto, riservato al giudice del merito.

2.4. La motivazione addotta dal tribunale, infatti, lungi dall’essere meramente apparente, soddisfa lo standard del minimo costituzionale e si basa su una serie di convergenti elementi, contestualmente delibati, che depongono per la non credibilità del racconto, quali: la non conoscenza da parte del ricorrente, pur dichiaratosi membro di spicco dell'(OMISSIS), dei nomi del portavoce e del responsabile media del gruppo; la diversità dei racconti della fuga nel corso delle due audizioni; le incertezze nell’individuazione delle differenze tra il gruppo (OMISSIS) ed (OMISSIS); le incertezze nell’individuare il momento della chiusura del negozio e della partenza da parte della moglie; le incoerenze del racconto quanto alle proteste di piazza, culminate nell’episodio dei poliziotti lanciati giù dal fiume.

2.5. Trattasi, dunque, di un complesso di circostanze che il tribunale ha sinergicamente e complessivamente valutato, attenendosi al criterio della “procedimentalizzazione legale” della decisione, correttamente compiuta attenendosi ai criteri indicati nel D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, tenendo conto della situazione individuale e delle circostanze personali del richiedente di cui al comma 3 cit. articolo, senza dare rilievo esclusivo e determinante a mere discordanze o contraddizioni (come invece vorrebbe il ricorrente) concernenti aspetti solo secondari o isolati del racconto.

3. Il quinto ed il sesto motivo si soffermano sulla protezione sussidiaria, ingiustamente esclusa, secondo il ricorrente, dal tribunale usando fonti COI errate in quanto riferite all'(OMISSIS), ossia ad una regione diversa da quella di provenienza del ricorrente (che invece proviene dall’Abia State). Inoltre, secondo il ricorrente, il report Easo utilizzato dal tribunale non sarebbe quello aggiornato, visto che alla data della pronuncia (2020) vi erano dei rapporti più recenti.

3.1. Il motivo è inammissibile.

3.2. Il ricorrente ha omesso di indicare eventuali fatti significativi, alternativi a quelli indicati dal tribunale, e decisivi ai fini delle sorti della controversia, desumibili da fonti più aggiornate rispetto a quelle tenute presenti dal tribunale.

3.3. Sul punto, va ribadito che “In tema di protezione internazionale, ai fini della dimostrazione della violazione del dovere di collaborazione istruttoria gravante sul giudice di merito, non può procedersi alla mera prospettazione, in termini generici, di una situazione complessiva del Paese di origine del richiedente diversa da quella ricostruita dal giudice, sia pure sulla base del riferimento a fonti internazionali alternative o successive a quelle utilizzate dal giudice e risultanti dal provvedimento decisorio, ma occorre che la censura dia atto in modo specifico degli elementi di fatto idonei a dimostrare che il giudice di merito abbia deciso sulla base di informazioni non più attuali, dovendo la censura contenere precisi richiami, anche testuali, alle fonti alternative o successive proposte, in modo da consentire alla S. C. l’effettiva verifica circa la violazione del dovere di collaborazione istruttoria” (Cass. n. 26728 del 21/10/2019″. Ove manchi tale specifica allegazione, è precluso a questa Corte procedere ad una revisione della valutazione delle risultanze istruttorie compiuta dal giudice del merito. Solo laddove nel motivo di censura vengano evidenziati precisi riscontri idonei ad evidenziare che le informazioni sulla cui base il predetto giudice ha deciso siano state effettivamente superate da altre e più aggiornate fonti qualificate, infatti, potrebbe ritenersi violato il cd. dovere di collaborazione istruttoria gravante sul giudice del merito, nella misura in cui venga cioè dimostrato che quest’ultimo abbia deciso sulla scorta di notizie ed informazioni tratte da fonti non più attuali. In caso contrario, la semplice e generica allegazione dell’esistenza di un quadro generale del Paese di origine del richiedente la protezione differente da quello ricostruito dal giudice di merito si risolve nell’implicita richiesta di rivalutazione delle risultanze istruttorie e nella prospettazione di una diversa soluzione argomentativa, entrambe precluse in questa sede.

4. Il sesto ed il settimo motivo si dolgono, rispettivamente ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 3 del mancato riconoscimento della protezione umanitaria: il tribunale avrebbe rigettato la domanda operando un sostanziale automatismo tra la dedotta non credibilità della vicenda personale e la ritenuta assenza di una condizione di vulnerabilità, senza per altro prendere in esame, al di là del profilo lavorativo, altri indicatori di vulnerabilità come la dimensione familiare del ricorrente, le relazioni affettive e quelle sociali.

4.1. I motivi, che in quanto connessi possono essere congiuntamente esaminati, sono inammissibili.

4.2. Il tribunale, infatti, ha espresso una valutazione di fatto (attraverso una motivazione che supera ampiamente il test del c.d. minimo costituzionale e che per altro non è nemmeno contrastata dal ricorrente contrapponendo nuovi o diversi elementi), affermando che il solo svolgimento dell’attività lavorativa solo per alcuni mesi dell’anno non consente di ritenere esistente un’integrazione socio-lavorativa in assenza di altri elementi sulla scorta dei quali operare la valutazione di vulnerabilità.

4.3. Attraverso, dunque, la prospettazione del vizio di violazione di legge e con deduzioni peraltro generiche, il motivo si traduce- nella richiesta di un nuovo giudizio di merito in relazione alla sussistenza del profilo di vulnerabilità soggettiva, invece escluso in radice dal giudice territoriale con apprezzamento in fatto che può essere censurato in questa sede solo nei ristretti limiti del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

5. In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile e, in assenza di svolgimento di difese effettive da parte del Ministero, nessuna statuizione deve essere adottata sulle spese di lite.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 26 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2022

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