Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4957 del 15/02/2022

Cassazione civile sez. I, 15/02/2022, (ud. 26/10/2021, dep. 15/02/2022), n.4957

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

Dott. CENICCOLA Aldo – est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 18315/2020 proposto da

A.F., rapp.to e difeso per procura in calce al ricorso

dall’avv. Rosaria Tassinari, presso la quale elettivamente domicilia

in Forlì al Viale G. Matteotti n. 115;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, in persona del Ministro p.t. ((OMISSIS)),

rapp.to e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato

in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12, costituito al solo fine di

partecipare ex art. 370 c.p.c., comma 1, all’eventuale udienza di

discussione della controversia;

– resistente –

avverso il decreto n. 3351/20, depositato in data 25 maggio 2020, del

tribunale di Bologna;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 26 ottobre 2021 dal relatore Dott. Aldo Ceniccola.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Il Tribunale di Bologna, sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, con decreto in data 25 maggio 2020, confermava il provvedimento di rigetto pronunciato dalla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale di Bologna, in ordine alla istanza avanzata da A.F. nato in (OMISSIS) il (OMISSIS), volta, in via gradata, ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, del diritto alla protezione sussidiaria e del diritto alla protezione umanitaria.

Il tribunale negava il riconoscimento dello status di rifugiato nonché la protezione sussidiaria ritenendo non credibile il racconto del richiedente. Quest’ultimo aveva dichiarato di provenire dalla (OMISSIS) e di essere stato costretto a lasciare il Paese di origine in ragione del proprio orientamento sessuale.

Il Tribunale, notando numerose contraddizioni tra quanto dichiarato dal richiedente innanzi alla Commissione e quanto dichiarato in udienza (cfr. i numerosi rilievo svolti alle pag. 5 e 6 del decreto), ha ritenuto non credibile il racconto e non attendibile lo stralcio del quotidiano riportante, per altro, una fotografia contenuta all’interno del telefono cellulare del ricorrente.

Il tribunale, inoltre, escludeva la ricorrenza delle condizioni di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), non essendo l'(OMISSIS) interessato da alcuna violenza indiscriminata o da situazioni di conflitto armato, desumendo tali informazioni dalle COI più aggiornate. Escludeva, infine, la protezione umanitaria, osservando che lo studio della lingua italiana e lo svolgimento per alcuni mesi di attività lavorativa non potevano costituire, da soli, fattori ostativi al rientro in patria del ricorrente, tanto più che è nel Paese di provenienza che si collocavano i suoi riferimenti affettivi e familiari.

Averso tale decreto A.F. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi. Il Ministero dell’interno ha depositato una memoria al solo dichiarato fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il primo motivo lamenta la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3 e 5 (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) in quanto, nel giudizio riguardante la credibilità del racconto, il tribunale avrebbe omesso di valutare il ragionevole sforzo, compiuto dal richiedente, per circostanziare la domanda; inoltre il tribunale avrebbe considerato decisive piccole lacune, non sufficienti, da sole, a ritenere inattendibile l’intera narrazione.

1.1. Il motivo è inammissibile.

1.2. Secondo l’orientamento costantemente espresso da questa Corte, “In materia di protezione internazionale, la valutazione di affidabilità del richiedente è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici, indicati dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, oltre che di quelli generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare circa la veridicità delle dichiarazioni rese; sicché, il giudice è tenuto a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, i cui esiti in termini di inattendibilità costituiscono apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5” (cfr. tra le tante Cass. 19/06/2020, n. 11925).

1.3. A tali criteri generali il tribunale si è correttamente attenuto, escludendo la credibilità del ricorrente puntualmente motivando sulle contraddizioni riguardanti la storia narrata (riguardanti aspetti di sicuro rilievo nel contesto della vicenda: cfr. pag. 5 e 6 dell’impugnato decreto).

1.4. Tale valutazione, effettuata secondo i criteri previsti dalla legge, dà luogo pertanto ad un apprezzamento di fatto, riservato al giudice del merito.

2. Il secondo motivo denunzia la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), ed insiste sulla situazione di violenza indiscriminata esistente nel Paese di provenienza.

2.1. Il motivo è inammissibile.

2.2. Da un canto, infatti, la doglianza si traduce in censure di merito, prospettate in termini di mero dissenso, attraverso la contrapposizione del contenuto delle fonti informative esposte in ricorso (Amnesty International), a quelle sulla cui base il tribunale ha ritenuto di rigettare la richiesta di protezione sussidiaria (per altro più recenti rispetto a quelle indicate dal ricorrente, in quanto risalenti al 2018-2019); d’altro canto, il ricorrente ha omesso di indicare eventuali fatti significativi, alternativi a quelli indicati dal tribunale, e decisivi ai fini delle sorti della controversia, desumibili da fonti più aggiornate rispetto a quelle tenute presenti dal tribunale.

3. Il terzo motivo lamenta la violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 4, evidenziando la ricorrenza, nel caso in esame, delle condizioni per il riconoscimento della protezione umanitaria e la mancata applicazione del principio secondo il quale ai fini della verifica della situazione di vulnerabilità personale occorre accertare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dei diritti umani, in comparazione con la situazione di integrazione raggiunta nel Paese di provenienza.

3.1. Il motivo è inammissibile.

3.2. Deducendo, infatti, una violazione di legge, il ricorrente tende ad una diversa ricostruzione dei fatti in punto di sussistenza della situazione di vulnerabilità: il tribunale ha esaminato e radicalmente escluso la ricorrenza dei presupposti per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, ritenendo non sufficiente lo studio della lingua italiana e l’esistenza di un contratto di lavoro a tempo determinato a manifestare un radicamento del ricorrente in Italia, tanto più che è nel Paese di provenienza che si collocano i riferimenti affettivi e familiari del richiedente. Ha inoltre escluso l’esistenza di violazioni sistematiche e gravi dei diritti umani, caratterizzanti il Paese di origine e direttamente riferibili alle condizioni ed alla vicenda personale del ricorrente.

3.3. Attraverso, dunque, la prospettazione del vizio di violazione di legge e con deduzioni peraltro generiche, il motivo si traduce, nella richiesta di un nuovo giudizio di merito in relazione alla sussistenza del profilo di vulnerabilità soggettiva, invece escluso in radice dal tribunale con apprezzamento in fatto che può essere censurato in questa sede solo nei ristretti limiti del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

4. Il difensore del ricorrente, ammesso al patrocinio a spese dello Stato, ha depositato, in data 20 ottobre 2021, una nota spese, chiedendo a questa Corte la liquidazione delle proprie competenze. La richiesta non può trovare seguito in questa sede, giacché l’immutato D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 83, comma 2, continua a disporre che la liquidazione dell’onorario e delle spese spettanti al difensore è effettuata al termine di ciascuna fase o grado del processo e, comunque, all’atto della cessazione dell’incarico, dall’autorità giudiziaria che ha proceduto, aggiungendo che “per il giudizio di cassazione, alla liquidazione procede il giudice di rinvio, ovvero quello che ha pronunciato la sentenza passata in giudicato”. La competenza del giudice del merito non è affatto superata dal medesimo art. 83, comma 3 bis introdotto dalla L. 28 dicembre 2015, n. 208, art. 1, comma 783. L’art. 83, comma 3-bis cit., infatti, assume una mera finalità acceleratoria, raccomandando che la pronuncia del decreto di pagamento avvenga contestualmente alla pronuncia del provvedimento che chiude il giudizio, ma non incide sulle regole di competenza per la liquidazione (cfr. Cass. 16/06/2020, n. 11667).

5. In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile e, in assenza di svolgimento di difese effettive da parte del Ministero, nessuna statuizione deve essere adottata sulle spese di lite.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 26 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2022

 

 

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