Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4956 del 15/02/2022

Cassazione civile sez. I, 15/02/2022, (ud. 26/10/2021, dep. 15/02/2022), n.4956

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

Dott. CENICCOLA Aldo – est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 17733/2020 proposto da

A.L.O., rapp.to e difeso per procura in calce al

ricorso dall’avv. Rosaria Tassinari, presso la quale elettivamente

domicilia in Forlì al Viale G. Matteotti n. 115;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, in persona del Ministro p.t. ((OMISSIS)),

rapp.to e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato

in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12, costituito al solo fine di

partecipare ex art. 370 c.p.c., comma 1, all’eventuale udienza di

discussione della controversia;

– resistente –

avverso il decreto n. 15594/20, depositato in data 28 aprile 2020,

del tribunale di Roma;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 26 ottobre 2021 dal relatore Dott. Aldo Ceniccola.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Il Tribunale di Roma, sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, con decreto in data 28 aprile 2020, confermava il provvedimento di rigetto pronunciato dalla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale di Roma, in ordine alla istanza avanzata da A.L.O. nato a (OMISSIS) il (OMISSIS), volta, in via gradata, ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, del diritto alla protezione sussidiaria e del diritto alla protezione umanitaria.

Il ricorrente, trasportatore di legname, aveva dichiarato che, a seguito della morte del fratello assassinato dalla società segreta Cult, aveva, insieme ai genitori, esercitato pressioni sulle autorità al fine di ottenere giustizia; per tale motivo aveva subito una ritorsione ad opera dei membri del gruppo, venendo anche pugnalato alla schiena.

Il tribunale escludeva il riconoscimento dello status di rifugiato, osservando che l’episodio era riconducibile ad un fenomeno di criminalità comune e non presentava alcuna interferenza con i motivi di persecuzione come individuati dalla Convenzione di Ginevra.

Quanto alla protezione sussidiaria, il tribunale rilevava che il ricorrente aveva riferito della morte del fratello in maniera del tutto generica e soprattutto senza alcun collegamento temporale e connessione con la violenza subita. In ogni caso, osservava il giudice di merito, lo Stato nigeriano stava tentando di contrastare la violenza cultista, sicché doveva escludersi la ricorrenza delle prime due ipotesi di protezione sussidiaria. Anche l’ipotesi prevista dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, lett. c) andava esclusa, in quanto, secondo studi recenti effettuati sulla violenza in (OMISSIS), le criticità della zona erano riconducibili in prevalenza a fenomeni di criminalità comune.

Quanto alla protezione umanitaria, l’unico elemento valutabile, costituito dalla documentazione relativa ad un contratto di lavoro a tempo determinato e successivamente indeterminato, non risultava elemento sufficiente per affermare il diritto alla protezione umanitaria, attesa la precedente esperienza lavorativa come trasportatore di legname in (OMISSIS) ed in assenza di qualunque documentazione attestante una vulnerabilità per motivi di salute.

Averso tale decreto A.L.O. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi. Il Ministero dell’interno ha depositato una memoria al solo dichiarato fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il primo motivo lamenta la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3 e 5 (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) in quanto, nel giudizio riguardante la credibilità del racconto, il tribunale avrebbe omesso di valutare il ragionevole sforzo, compiuto dal richiedente, per circostanziare la domanda; inoltre il tribunale avrebbe considerato decisive piccole lacune, non sufficienti, da sole, a ritenere inattendibile l’intera narrazione.

1.1. Il motivo è inammissibile.

1.2. Secondo l’orientamento costantemente espresso da questa Corte, “In materia di protezione internazionale, la valutazione di affidabilità del richiedente è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici, indicati dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, oltre che di quelli generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare circa la veridicità delle dichiarazioni rese; sicché, il giudice è tenuto a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, i cui esiti in termini di inattendibilità costituiscono apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5” (cfr. tra le tante Cass. 19/06/2020, n. 11925).

1.3. A tali criteri generali il tribunale si è correttamente attenuto, dando atto della fragilità del racconto, della genericità della narrazione dell’episodio riguardante l’uccisione del fratello e dell’assenza di connessione con la violenza subita.

1.4. Tale valutazione, effettuata secondo i criteri previsti dalla legge, dà luogo pertanto ad un apprezzamento di fatto, riservato al giudice del merito.

2. Il secondo motivo denunzia la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), ed insiste sulla situazione di violenza indiscriminata esistente nel Paese di provenienza.

2.1. Il motivo è inammissibile.

2.2. Il giudice di merito, infatti, ha compiutamente esaminato la situazione fattuale ed operato la ricostruzione della realtà socio-politica del Paese di provenienza, rilevando che, sostanzialmente, nella specifica zona di provenienza del richiedente non si segnala alcuna significativa situazione di instabilità. Il ricorrente, dal proprio canto, ha omesso di indicare eventuali fatti significativi, alternativi a quelli indicati dal tribunale, e decisivi ai fini delle sorti della controversia, desumibili da fonti più aggiornate rispetto alle informazioni tenute presenti dal tribunale.

3. Il terzo motivo lamenta la violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 4, evidenziando la ricorrenza, nel caso in esame, delle condizioni per il riconoscimento della protezione umanitaria e la mancata applicazione del principio secondo il quale ai fini della verifica della situazione di vulnerabilità personale occorre accertare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dei diritti umani, in comparazione con la situazione di integrazione raggiunta nel Paese di provenienza.

3.1. Il motivo è inammissibile.

3.2. Deducendo, infatti, una violazione di legge, il ricorrente tende ad una diversa ricostruzione dei fatti in punto di sussistenza della situazione di vulnerabilità: il tribunale ha esaminato e radicalmente escluso, infatti, la ricorrenza dei presupposti per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, ritenendo non sufficiente l’esistenza del contratto di lavoro a manifestare un radicamento del ricorrente in Italia, anche tenuto conto della precedente esperienza lavorativa come trasportatore di legname svolta in (OMISSIS) e l’assenza di qualunque documentazione medica attestante una vulnerabilità per motivi di salute.

3.3. Attraverso, dunque, la prospettazione del vizio di violazione di legge e con deduzioni peraltro generiche, il motivo si traduce, nella richiesta di un nuovo giudizio di merito in relazione alla sussistenza del profilo di vulnerabilità soggettiva, invece escluso in radice dal giudice di merito con apprezzamento in fatto che può essere censurato in questa sede solo nei ristretti limiti del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

4. In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile e, in assenza di svolgimento di difese effettive da parte del Ministero, nessuna statuizione deve essere adottata sulle spese di lite.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 26 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2022

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA