Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4955 del 15/02/2022

Cassazione civile sez. I, 15/02/2022, (ud. 26/10/2021, dep. 15/02/2022), n.4955

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

Dott. CENICCOLA Aldo – est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 16678/2020 proposto da

Q.A., rapp.to e difeso per procura in calce al ricorso

dall’avv. Rosaria Tassinari, presso la quale elettivamente domicilia

in Forlì al Viale G. Matteotti n. 115;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, in persona del Ministro p.t. ((OMISSIS)),

rapp.to e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato

in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12, costituito al solo fine di

partecipare ex art. 370 c.p.c., comma 1, all’eventuale udienza di

discussione della controversia;

– resistente –

avverso il decreto n. 3062/20, depositato in data 4 maggio 2020, del

tribunale di Bologna;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 26 ottobre 2021 dal relatore Dott. Aldo Ceniccola.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Il Tribunale di Bologna, sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, con decreto in data 4 maggio 2020, confermava il provvedimento di rigetto pronunciato dalla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale di Bologna, in ordine alla istanza avanzata da Q.A. nato in (OMISSIS) il (OMISSIS), volta, in via gradata, ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, del diritto alla protezione sussidiaria e del diritto alla protezione umanitaria.

Il tribunale escludeva il riconoscimento dello status di rifugiato nonché la protezione sussidiaria ritenendo non credibile il racconto del richiedente.

Quest’ultimo aveva dichiarato di svolgere nella città di provenienza, nella regione del (OMISSIS), l’attività di insegnante presso una scuola coranica e di aver picchiato un ragazzo che si era assentato per diversi giorni senza alcuna giustificazione; subita una ritorsione da parte dei fratelli del ragazzo, era stato successivamente minacciato di morte e denunciato falsamente alla polizia per aver commesso violenza sessuale nei confronti dell’allievo. Temendo, dunque, di essere ucciso durante il periodo di attesa del processo, aveva quindi deciso di partire con la famiglia.

Il tribunale giudicava non credibile il racconto, osservando che le dichiarazioni erano state rese in modo del tutto generico, prive di circostanze o di elementi di dettaglio idonei a dare concretezza alla vicenda narrata; il tribunale ulteriormente osservava che non era plausibile che il ricorrente, pur ricercato dalle forze di polizia, fosse partito con l’aereo senza incontrare alcun problema, ed altrettanto generiche erano le dichiarazioni rese in merito agli sviluppi del processo penale per violenza sessuale. Scarsamente attendibili, in quanto contraddittori, erano poi i documenti allegati a sostegno della vicenda narrata.

Secondo il tribunale doveva ulteriormente escludersi sia il riconoscimento della protezione sussidiaria D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 14, lett. c), non corrispondendo la situazione del (OMISSIS) al grado di violenza indiscriminata richiesto dalla norma, sia la protezione umanitaria, mantenendo il ricorrente in (OMISSIS) i suoi più stretti legami familiari ed essendo l’attività di lavoro a tempo parziale svolta in Italia del tutto insufficiente ad integrare un fattore ostativo al rientro in patria.

Averso tale decreto Q.A. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi. Il Ministero dell’interno ha depositato una memoria al solo dichiarato fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il primo motivo lamenta la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3 e 5 (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) in quanto, nel giudizio riguardante la credibilità del racconto, il tribunale avrebbe omesso di valutare il ragionevole sforzo, compiuto dal richiedente, per circostanziare la domanda; inoltre il tribunale avrebbe considerato decisive piccole lacune, non sufficienti, da sole, a ritenere inattendibile l’intera narrazione.

1.1. Il motivo è inammissibile.

1.2. Secondo l’orientamento costantemente espresso da questa Corte, “In materia di protezione internazionale, la valutazione di affidabilità del richiedente è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione che deve essere svolta alla luce dei criteri specifici, indicati dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, oltre che di quelli generali di ordine presuntivo, idonei ad illuminare circa la veridicità delle dichiarazioni rese; sicché, il giudice è tenuto a sottoporre le dichiarazioni del richiedente, ove non suffragate da prove, non soltanto ad un controllo di coerenza interna ed esterna ma anche ad una verifica di credibilità razionale della concreta vicenda narrata a fondamento della domanda, i cui esiti in termini di inattendibilità costituiscono apprezzamento di fatto insindacabile in sede di legittimità, se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5” (cfr. tra le tante Cass. 19/06/2020, n. 11925).

1.3. A tali criteri generali il tribunale si è correttamente attenuto, escludendo la credibilità del ricorrente puntualmente motivando sulle contraddizioni riguardanti la storia narrata (riguardanti aspetti di sicuro rilievo nel contesto della vicenda: cfr. pag. 5 e 6 dell’impugnato decreto).

1.4. Tale valutazione, effettuata secondo i criteri previsti dalla legge, dà luogo pertanto ad un apprezzamento di fatto, riservato al giudice del merito.

2. Il secondo motivo denunzia la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c) ed insiste sulla situazione di violenza indiscriminata esistente nel Paese di provenienza.

2.1. Il motivo è inammissibile.

2.2. Da un canto, infatti, la doglianza si traduce in censure di merito, prospettate in termini di mero dissenso, attraverso la contrapposizione del contenuto delle fonti informative esposte in ricorso (Amnesty International), a quelle sulla cui base il tribunale ha ritenuto di rigettare la richiesta di protezione sussidiaria (per altro più recenti rispetto a quelle indicate dal ricorrente, in quanto risalenti al 2018-2019); d’altro canto, il ricorrente ha omesso di indicare eventuali fatti significativi, alternativi a quelli indicati dal tribunale, e decisivi ai fini delle sorti della controversia, desumibili da fonti più aggiornate rispetto a quelle tenute presenti dal tribunale.

3. Il terzo motivo lamenta la violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 4, evidenziando la ricorrenza, nel caso in esame, delle condizioni per il riconoscimento della protezione umanitaria e la mancata applicazione del principio secondo il quale ai fini della verifica della situazione di vulnerabilità personale occorre accertare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dei diritti umani, in comparazione con la situazione di integrazione raggiunta nel Paese di provenienza.

3.1. Il motivo è inammissibile.

3.2. Deducendo, infatti, una violazione di legge, il ricorrente tende ad una diversa ricostruzione dei fatti in punto di sussistenza della situazione di vulnerabilità: il tribunale ha esaminato e radicalmente escluso la ricorrenza dei presupposti per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, ritenendo non sufficiente l’esistenza di alcuni contratti di lavoro a tempo determinato a manifestare un radicamento del ricorrente in Italia, tanto più che è nel Paese di provenienza che si collocano i riferimenti affettivi e familiari del richiedente. Ha inoltre escluso l’esistenza di violazioni sistematiche e gravi dei diritti umani, caratterizzanti il Paese di origine e direttamente riferibili alle condizioni ed alla vicenda personale del ricorrente.

3.3. Attraverso, dunque, la prospettazione del vizio di violazione di legge e con deduzioni peraltro generiche, il motivo si traduce nella richiesta di un nuovo giudizio di merito in relazione alla sussistenza del profilo di vulnerabilità soggettiva, invece escluso in radice dal tribunale con apprezzamento in fatto che può essere censurato in questa sede solo nei ristretti limiti del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

4. In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile e, in assenza di svolgimento di difese effettive da parte del Ministero, nessuna statuizione deve essere adottata sulle spese di lite.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 26 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2022

 

 

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