Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4953 del 15/02/2022

Cassazione civile sez. I, 15/02/2022, (ud. 26/10/2021, dep. 15/02/2022), n.4953

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

Dott. CENICCOLA Aldo – est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 15446/2020 proposto da

M.D., rapp.to e difeso per procura in calce al ricorso

dall’avv. Rosaria Tassinari, presso la quale elettivamente domicilia

in Forlì al Viale G. Matteotti n. 115;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, in persona del Ministro p.t. ((OMISSIS)),

rapp.to e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato

in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12, costituito al solo fine di

partecipare ex art. 370 c.p.c., comma 1, all’eventuale udienza di

discussione della controversia;

– resistente –

avverso il decreto n. 3109/20, depositato in data 6 maggio 2020, del

tribunale di Bologna;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 26 ottobre 2021 dal relatore Dott. Aldo Ceniccola.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Il Tribunale di Bologna, sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, con decreto in data 6 maggio 2020, confermava il provvedimento di rigetto pronunciato dalla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale di Bologna, in ordine alla istanza avanzata da M.D. nato in (OMISSIS) il (OMISSIS), volta, in via gradata, ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, del diritto alla protezione sussidiaria e del diritto alla protezione umanitaria.

Il tribunale escludeva il riconoscimento dello status di rifugiato nonché la protezione sussidiaria rilevando che dalle dichiarazioni del ricorrente, sostanzialmente coerenti con il racconto reso in precedenza davanti alla Commissione territoriale, non emergeva la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale richiesta (il ricorrente, infatti, aveva narrato di continui litigi con lo zio, che avrebbe anche ucciso il padre).

Quanto allo status di rifugiato, il tribunale rilevava l’insussistenza, nel caso concreto, di fattori di persecuzione riconducibili al novero di motivi indicati dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 8; escludeva, poi, la ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria, ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. a) e b), mancando la prova, da parte del ricorrente, di aver effettivamente richiesto la protezione dello Stato o di altri organismo deputato a fornire tutela; inoltre il timore di cui il richiedente aveva riferito, appariva, secondo il tribunale, più che altro riconducibile ad una percezione soggettiva, priva di riscontro oggettivo, tanto più che lo zio già da tempo si era impossessato dei beni del padre.

Secondo il tribunale, poi, il Paese di provenienza ((OMISSIS)), sia pure caratterizzato dal riemergere di alcune conflittualità, appariva in via di stabilizzazione, con conseguente inconfigurabilità dei presupposti di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, alla lett. c).

Quanto alla protezione umanitaria, il tribunale osservava che il solo contratto di lavoro a tempo determinato non appariva di per sé sufficiente ad integrare quei seri motivi che possono giustificare il riconoscimento di tale forma di tutela; inoltre, quanto alle problematiche all’udito, prospettate dinanzi alla Commissione territoriale, non emergevano patologie ostative al rientro in patria, in assenza di ulteriore documentazione che potesse dare conto della necessità di cure specifiche.

Averso tale decreto M.D. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi. Il Ministero dell’interno ha depositato una memoria al solo dichiarato fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il primo motivo lamenta la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3 e 5 (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) in quanto, nel giudizio riguardante la credibilità del racconto, il tribunale avrebbe omesso di valutare il ragionevole sforzo, compiuto dal richiedente, per circostanziare la domanda; inoltre il tribunale avrebbe considerato decisive piccole lacune, non sufficienti, da sole, a ritenere inattendibile l’intera narrazione.

1.1. Il motivo è inammissibile.

1.2. Il tribunale, infatti, non ha affatto disatteso la domanda di protezione per difetto di credibilità del racconto, come lamenta il ricorrente, ma, proprio partendo dal presupposto dell’attendibilità del narrato, ha rilevato la totale inidoneità dei fatti (e del riferito timore) ad integrare le condizioni necessarie per il riconoscimento dello status di rifugiato e per la protezione sussidiaria.

2. Il secondo motivo denunzia la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c) ed insiste sulla situazione di violenza indiscriminata esistente nel Paese di provenienza.

2.1. Il motivo è inammissibile.

2.2. Da un canto, infatti, la doglianza si traduce in censure di merito, prospettate in termini di mero dissenso, attraverso la contrapposizione del contenuto delle fonti informative esposte in ricorso (Amnesty International), a quelle sulla cui base il tribunale ha ritenuto di rigettare la richiesta di protezione sussidiaria (per altro più recenti rispetto a quelle indicate dal ricorrente, in quanto risalenti al 2018-2019); d’altro canto, il ricorrente ha omesso di indicare eventuali fatti significativi, alternativi a quelli indicati dal tribunale, e decisivi ai fini delle sorti della controversia, desumibili da fonti più aggiornate rispetto a quelle tenute presenti dal giudice di merito.

3. Il terzo motivo lamenta la violazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 4, evidenziando la ricorrenza, nel caso in esame, delle condizioni per il riconoscimento della protezione umanitaria e la mancata applicazione del principio secondo il quale ai fini della verifica della situazione di vulnerabilità personale occorre accertare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità dei diritti umani, in comparazione con la situazione di integrazione raggiunta nel Paese di provenienza.

3.1. Il motivo è inammissibile.

3.2. Deducendo, infatti, una violazione di legge, il ricorrente tende ad una diversa ricostruzione dei fatti in punto di sussistenza della situazione di vulnerabilità: il tribunale ha esaminato e radicalmente escluso, infatti, la ricorrenza dei presupposti per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari, ritenendo non sufficiente l’esistenza di alcuni contratti di lavoro a tempo determinato a manifestare un radicamento del ricorrente in Italia, ed escludendo l’esistenza di violazioni sistematiche e gravi dei diritti umani, caratterizzanti il Paese di origine e direttamente riferibili alle condizioni ed alla vicenda personale del ricorrente. Ha inoltre accertato l’insussistenza di patologie ostative al rientro in patria, non emergendo la necessità del ricorso a cure specifiche o terapie non somministrabili nel Paese di provenienza.

3.3. Attraverso, dunque, la prospettazione del vizio di violazione di legge e con deduzioni peraltro generiche, il motivo si traduce, nella richiesta di un nuovo giudizio di merito in relazione alla sussistenza del profilo di vulnerabilità soggettiva, invece escluso in radice dal tribunale con apprezzamento in fatto che può essere censurato in questa sede solo nei ristretti limiti del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

4. In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile e, in assenza di svolgimento di difese effettive da parte del Ministero, nessuna statuizione deve essere adottata sulle spese di lite.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 26 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2022

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