Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4949 del 15/02/2022

Cassazione civile sez. I, 15/02/2022, (ud. 26/10/2021, dep. 15/02/2022), n.4949

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

Dott. CENICCOLA Aldo – est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 10330/2020 proposto da

H.R., rapp.to e difeso per procura in calce al ricorso

dall’avv. Alessandro Di Palma, presso il quale elettivamente

domicilia in Napoli alla via Nolana n. 16;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, in persona del Ministro p.t. ((OMISSIS)),

rapp.to e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliato

in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12, costituito al solo fine di

partecipare ex art. 370 c.p.c., comma 1, all’eventuale udienza di

discussione della controversia;

– resistente –

avverso il decreto n. 422/20, depositato in data 10 febbraio 2020,

del tribunale di Salerno;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 26 ottobre 2021 dal relatore Dott. Aldo Ceniccola.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Il Tribunale di Salerno, sezione specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, con decreto in data 10 febbraio 2020, confermava il provvedimento di rigetto pronunciato dalla Commissione Territoriale per il riconoscimento della Protezione Internazionale di Crotone – Reggio Calabria in ordine alla istanza avanzata da H.R. nato nel (OMISSIS) il (OMISSIS), volta, in via gradata, ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, del diritto alla protezione sussidiaria e del diritto alla protezione umanitaria.

Innanzi alla Commissione, il ricorrente aveva dichiarato che, a seguito di una lite con la cognata, che di conseguenza aveva subito un aborto, il fratello lo aveva accoltellato, successivamente minacciandolo di morte. Il tribunale, esclusa la possibilità di riconoscere lo status di rifugiato, non venendo in rilievo alcuna ipotesi di persecuzione, escludeva il riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. a) e b), ritenendo che, trattandosi di un soggetto evidentemente ricercato per omicidio, il sistema giudiziario del (OMISSIS) era improntato ai principi di giustizia, efficienza e tempestività della difesa; utilizzando, poi, le COI risalenti al 2017, il tribunale ulteriormente escludeva la protezione sussidiaria, con riguardo alla fattispecie di cui alla lett. c) del predetto decreto, osservando che dalle fonti internazionali emergeva che il (OMISSIS) è considerato uno dei paesi più stabili dell’Africa; negava, infine, il riconoscimento della protezione umanitaria, non sussistendo ragioni di particolare vulnerabilità del richiedente, non potendo valere come indici al riguardo né l’eventuale inserimento nel tessuto economico e sociale nel nostro paese, né alcuna ragione di carattere umanitario, anche a cagione della scarsa credibilità del ricorrente, fuggito solo per evitare di subire una carcerazione.

Averso tale decreto H.R. ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi. Il Ministero dell’interno ha depositato una memoria al solo dichiarato fine di partecipare all’eventuale udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il primo motivo denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3,5,6,7 e 14 (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), avendo il tribunale ignorato che le conseguenze della vicenda narrata rappresenterebbero inequivocabilmente, per il richiedente, un pericolo concreto ed attuale di subire ulteriori violenze e trattamenti umani e degradanti, non sussistendo nel Paese di origine un sistema giudiziario effettivo e capace di tutelare i diritti personalissimi. Quanto, poi, alla subordinata domanda di protezione sussidiaria, in relazione all’art. 14, lett. c), secondo il ricorrente, dalle COI prodotte emergerebbe una situazione di violenza generalizzata, insicurezza ed instabilità nel Paese di origine.

1.1. Il motivo è inammissibile.

1.2. Il tribunale, utilizzando e richiamando la Relazione annuale sui diritti umani del 2018, ha accertato che il sistema giudiziario del (OMISSIS) è improntato a principi di indipendenza e che la legge tutela l’ingiusta detenzione e le condizioni di coloro che sono arrestati; su tale premessa, ha concluso che non ricorre alcuna necessità di sottrarre il richiedente al sistema giudiziario del Paese d’origine, non sussistendo alcun pericolo di pena capitale ovvero il rischio di trattamenti inumani o degradanti, con conseguente assenza dei presupposti previsti dall’art. 14, lett. a) e b).

1.3. Il motivo, dunque, non solo non si confronta con tale specifica motivazione, insistendo in via del tutto generica sulla sussistenza di pericoli di violenze e di trattamenti degradanti, ma mira unicamente a contrapporre, inammissibilmente, una propria valutazione a quella esattamente contraria svolta dal tribunale.

2. Il secondo motivo lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) ed evidenzia che la situazione del Paese di origine, come risultante dalle COI, rende evidenti quei seri motivi di carattere umanitario meritevoli della peculiare tutela residuale della protezione umanitaria, in quanto un eventuale rimpatrio comporterebbe per il ricorrente un intollerabile e grave pregiudizio.

2.1. Il motivo è inammissibile.

2.2. Il ricorrente, nell’articolare il motivo in scrutinio, descrive in via del tutto generica le condizioni dalle quali, in astratto, dipenderebbe il riconoscimento della protezione umanitaria, omettendo di confrontarsi, però, con quanto specificamente osservato dal tribunale circa la situazione del Paese di origine (assolutamente stabile, come risulta dalle COI del 2018), l’insussistenza di ragioni di particolare vulnerabilità soggettiva del richiedente e l’assenza di gravi ed oggettivi motivi di carattere umanitario che facciano ritenere non praticabile nell’immediato un rimpatrio.

3. Il terzo motivo lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, e art. 27, comma 1-bis, avendo il tribunale omesso di considerare le reali condizioni del Paese di origine, caratterizzato, come risulterebbe da una consultazione del portale (OMISSIS) e dal Rapporto Amnesty International 2017-18, da emergenze terroristiche, dall’esistenza di aree di particolare cautela e da un sistema giudiziario inaffidabile ed inefficace.

3.1. Il motivo è inammissibile.

3.2. La semplice e generica allegazione dell’esistenza di un quadro generale del Paese di origine del richiedente la protezione differente da quello ricostruito dal giudice di merito, si risolve nell’implicita richiesta di rivalutazione delle risultanze istruttorie e nella prospettazione di una diversa soluzione argomentativa, entrambe precluse in questa sede.

3.3. Nel caso di specie, del resto, il ricorrente ha omesso di indicare eventuali fatti significativi, alternativi a quelli indicati dal tribunale, e decisivi ai fini delle sorti della controversia, desumibili da fonti più aggiornate rispetto a quelle tenute presenti dal tribunale.

3.4. Infine, a parte il richiamo a precedenti di merito, che non sono ovviamente compresi nell’ambito delle fonti indicate dal D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, il ricorrente contrappone alle COI (Easo e dunque sicuramente idonee) adoperate dal tribunale, le informazioni tratte dal sito ministeriale “(OMISSIS)”, relativamente al quale questa Corte ha già condivisibilmente statuito che “Nei procedimenti in materia di protezione internazionale, il dovere di cooperazione istruttoria del giudice si sostanzia nell’acquisizione di COI pertinenti e aggiornate al momento della decisione (ovvero ad epoca ad essa prossima), da richiedersi agli enti a ciò preposti, non potendo ritenersi tale il sito ministeriale “(OMISSIS)”, il cui scopo e funzione non coincidono, se non in parte, con quelli perseguiti nei procedimenti indicati” (cfr. in tal senso, Cass. n. 8819 del 2020).

4. Il quarto motivo lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), evidenziando che il tribunale avrebbe omesso di considerare che, durante il periodo trascorso sul territorio italiano, il ricorrente ha dimostrato una spiccata propensione all’integrazione nel contesto socio culturale Europeo, lavorando con contratto a tempo determinato e risultando inquadrato nel sesto livello del Ccnl di categoria con la qualifica professionale di pulitore manutentore.

4.1. Il motivo è inammissibile.

4.2. La circostanza indicata dal ricorrente non è stata affatto trascurata (e dunque non sussiste lo specifico vizio lamentato con il motivo in oggetto) dal giudice di merito, il quale ha tuttavia evidenziato, richiamando la giurisprudenza di questa Corte, che il solo parametro dell’inserimento sociale e lavorativo dello straniero in Italia, se pure può essere valorizzato come presupposto della protezione umanitaria, non costituisce fattore esclusivo, dovendo la condizione di vulnerabilità essere valutata individualmente, comparando le condizioni di vita privata e familiare in Italia con quelle del Paese di origine in caso di rimpatrio, concludendo che nella specie non sussiste (a parte il rischio di finire in carcere per il reato compiuto) alcuna altra situazione di pericolo o di vulnerabilità da tutelare.

5. In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile e, in assenza di svolgimento di difese effettive da parte del Ministero, nessuna statuizione deve essere adottata sulle spese di lite.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 26 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2022

 

 

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