Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4941 del 28/02/2011

Cassazione civile sez. lav., 28/02/2011, (ud. 11/01/2011, dep. 28/02/2011), n.4941

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BATTIMIELLO Bruno – Presidente –

Dott. TOFFOLI Saverio – rel. Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. ZAPPIA Pietro – Consigliere –

Dott. CURZIO Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

D.M.G., C.C., C.F.M.,

elettivamente domiciliati in ROMA, presso la CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentati e difesi dall’avv. LOJODICE OSCAR, giusta mandato a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE (OMISSIS) in

persona del Presidente e legale rappresentante pro-tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA FREZZA 17, presso

l’AVVOCATURA CENTRALE DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli

avvocati CORETTI ANTONIETTA, DE ROSE EMANUELE, STUMPO VINCENZO,

giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 821/2009 della CORTE D’APPELLO di BARI del

17.1.09, depositata il 23/02/2009;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio

dell’11/01/2011 dal Consigliere Relatore Dott. SAVERIO TOFFOLI;

udito per il controricorrente l’Avvocato Vincenzo Triolo (per delega

avv. Antonietta Coretti) che si riporta agli scritti.

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. RENATO

FINOCCHI GHERSI che nulla osserva rispetto alla relazione scritta.

Fatto

MOTIVI

La Corte pronuncia in camera di consiglio ex art. 375 c.p.c. a seguito di relazione ex art. 380 bis.

Il Tribunale di Bari, riuniti i ricorsi proposti da C. F.M., D.M.G. e C.C. contro l’Inps, condannava questo Istituto a corrispondere agli assicurati la differenza tra il trattamento di disoccupazione agricola dovuto loro relativamente all’anno 2001, in base alla retribuzione prevista dalla contrattazione collettiva integrativa di lavoro valevole per la provincia di appartenenza, e la prestazione di fatto ricevuta. Lo stesso giudice condannava l’Inps a rimborsare ai lavoratore le spese del giudizio, liquidate in Euro 1239,00.

Gli assicurati proponevano separati appelli lamentando l’omessa liquidazione degli interessi antocistici su sorte capitale e interessi maturati dopo la domanda e formulando doglianze in merito alla regolazione delle spese del giudizio, chiedendo il riconoscimento a tale titolo di Euro 1.578,76.

La Corte d’appello, riunite le separate impugnazioni, con sentenza depositata il 23.2.2009, accoglieva per quanto di ragione la doglianza relativa agli interessi anatocistici, riconoscendo gli interessi maturati sugli interessi liquidati con la sentenza di primo grado.

In linea di fatto ricordava in particolare che da parte ricorrente si era lavorato nel 2000 n. 115 giornate come operaio comune.

Quanto alle spese del giudizio, rilevata la mancanza di una analitica liquidazione da parte del giudice di primo grado – che avrebbe dovuto provvedervi in mancanza di nota spese depositata dalla parte -, la Corte provvedeva ad una compiuta liquidazione, tenendo presente le fasi in cui i giudizi avevano proceduto separatamente e quelle di trattazione unitaria.

Nel procedere alla liquidazione escludeva che la causa fosse di valore indeterminabile, come sostenuto dall’appellante. Rilevava infatti che, applicando le tariffe delle contrattazione collettiva, le differenze dovute agli assistiti per ciascun anno non oltrepassavano gli Euro 120-130 (essendo invece inferiori nella maggior parte dei casi), dato che notoriamente era ancora contenuto lo scarto tra i due parametri di riferimento, come peraltro la Corte aveva potuto constatare in tantissime cause aventi identico oggetto (e spesso in favore di lavoratori in possesso di qualifica superiore a quella dell’odierno appellante), in cui si era provveduto a quantificare esattamente dette differenze. Pertanto con sicurezza il valore di ciascuna delle controversie era ricompreso nella fascia tabellare fino a Euro 600,00.

Liquidava quindi la somma complessiva di Euro 1280,00, di cui 537,00 per diritti e 743,00 per onorari, precisate quali tra le voci indicate dagli appellanti per onorari e per diritti non potevano essere riconosciute.

Quanto alle spese del giudizio di appello, riteneva che l’accoglimento solo parziale del gravame, il carattere seriale della controversia, la mancata resistenza in appello da parte dell’Inps, costituivano un equo motivo di integrale compensazione delle spese di questo grado del giudizio.

Le parti assicurate propongono ricorso per cassazione affidato a due motivi. L’Inps resiste con controricorso.

Il primo motivo denuncia violazione degli artt. 24, 38 e 111 Cost., degli artt. 91-93, c.p.c., nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, censura il capo della sentenza relativo alla compensazione del spese del giudizio di appello, sottolineando la illogicità e irrazionalità della statuizione, in difetto di effettivi giusti motivi e osservando anche che sussiste la violazione del diritto di difesa quando la compensazione delle spese viene a impedire il conseguimento di un risultato economicamente utile.

Il secondo motivo, denunciando lo stesso tipo di vizi, compresa la violazione degli artt. 112 e 115 c.p.c. e delle tariffe forensi, lamenta che, mentre domanda e sentenze sono di condanna generica, e manca una statuizione sul punto con valore di giudicato dello stesso giudice di appello, le valutazioni circa il valore della causa non sono desunte dalle prove dedotte e la Corte di appello, procedendo alla valutazione del valore della causa, ha finito per pronunciare su una domanda non oggetto del giudizio di appello, in violazione dell’art. 112 c.p.c.. Inoltre ha trascurato gli accessori maturati prima della proposizione della domanda e gli interessi anatocistici, pur riconosciuti in appello, ha omesso di liquidare le spese generali, che non si possono ritenere inclusi negli “accessori come per legge”, non ha dato adeguata motivazione circa le varie voci liquidate, onde consentire l’impugnazione.

Analoghe censure sono state ritenute manifestamente infondate da questa Corte nel decidere controversie analoghe (cfr. ex plurimis Cass. 11353/2009, 13645/2009, 17914/2009, 513/2010).

Nel caso in esame potrebbe preliminarmente rilevarsi l’inammissibilità di entrambi i motivi di ricorso per la mancata formulazione di conclusivi quesiti di diritto, ex art. 366 bis c.p.c., nella specie applicabile ratione temporis, pur in presenza di censure fondamentalmente basate sulla deduzione di vizi di violazione o falsa applicazione di norme di diritto, e quanto all’ipotesi di vizi di motivazione, per la mancata osservanza delle prescrizioni della medesima disposizione sulla “chiara indicazione del fatto controverso” e sulle ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione.

Con riferimento al merito il ricorso è qualificabile come manifestamente infondato. Infatti le valutazioni circa il valore della causa risultano adeguatamente motivate dalla Corte di merito con riferimento ai rilevanti dati di fatto (nè nel ricorso si è specificamente motivato circa l’inadeguatezza delle valutazioni quantitative della Corte di merito tenendo presenti gli accessori maturati prima del deposito del ricorso). Inoltre la Corte ha espressamente motivato circa le voci dei diritti o degli onorari indicate dalla parte e non riconosciute.

Quanto alla compensazione delle spese del giudizio di appello, in effetti la sentenza risulta adeguatamente e correttamente motivata.

Le spese del giudizio vengono regolate in base al criterio della soccombenza (art. 91 c.p.c.), tenuto presente, in relazione all’attuale tenore dell’art. 152 disp. att. c.p.c., che il giudizio è stato instaurato in primo grado nella vigenza della nuova disciplina D.L. 30 settembre 2003, n. 269, ex art. 42, comma 11, convertito con modificazioni dalla L. 24 novembre 2003, n. 326, e considerato che mancano attestazioni sui redditi della parte.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti a rimborsare all’Inps le spese del giudizio in Euro 10,00 per esborsi ed Euro 300,00 per onorari, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 11 gennaio 2011.

Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2011

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA