Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4939 del 15/02/2022

Cassazione civile sez. II, 15/02/2022, (ud. 09/02/2022, dep. 15/02/2022), n.4939

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10007-2017 proposto da:

L.G., T.A., L.C.,

L.A., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA BELSIANA 71, presso lo

studio dell’avvocato GIUSEPPE DELL’ERBA, rappresentati e difesi

dall’avvocato ROCCO LUIGI CORVAGLIA, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrenti –

contro

M.T., M.S., P.R.M.,

L.R., elettivamente domiciliati in ROMA, alla VIA OVIDIO 32, presso

lo studio dell’avvocato GUIDO BRUUNO CRASTOLLA, che, unitamente

all’avvocato ANTONIO PASSARO, li rappresenta e difende, giusta

procura a margine del controricorso;

– controricorrenti –

nonché

L.L., + ALTRI OMESSI;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1188/2016 della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 07/12/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/02/2022 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

Lette le memorie dei ricorrenti.

 

Fatto

RAGIONI IN FATTO ED IN DIRITTO DELLA DECISIONE

1. Con citazione del 12 febbraio 1998, L.R., + ALTRI OMESSI convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Brindisi Lu.Gi., L.P., P.P. e L.B., al fine di procedere alla divisione dei beni relitti della comune dante causa, L.D., deceduta in data (OMISSIS).

Si costituiva Lu.Gi. che deduceva che, quanto agli immobili siti in Brindisi, ne aveva acquistato la proprietà per usucapione, in quanto posseduti in via esclusiva da oltre venti anni.

Deceduto Lu.Gi., si costituivano i suoi eredi, T.A., L.C., A. e G., che insistevano per l’accoglimento della domanda riconvenzionale.

Il Tribunale adito con ordinanza collegiale del 30/6/2010, sul presupposto che non fossero sorte contestazioni in merito alla necessità della vendita dei beni comuni, disponeva la rimessione degli atti al giudice istruttore affinché procedesse in tal senso.

Avverso tale ordinanza gli eredi di Lu.Gi. proponevano appello, cui resistevano le originarie parti attrici.

La Corte d’Appello di Lecce, con la sentenza n. 1188 del 7 dicembre 2016, rigettava il gravame.

Effettivamente era reputata fondata la deduzione di parte appellante secondo cui il Tribunale non avrebbe potuto disporre la vendita con ordinanza, sul presupposto dell’assenza di contestazioni, e ciò alla luce del fatto che il convenuto, e poi i suoi eredi, avevano sempre inteso far valere la maturata usucapione su parte dei beni caduti in successione.

L’adozione dell’ordinanza era da ritenersi quindi idonea a contenere una quanto meno implicita decisione di rigetto della domanda de qua, e la rendeva quindi suscettibile di appello, come affermato dalla più recente giurisprudenza di legittimità.

Tuttavia, doveva condividersi il giudizio di infondatezza della domanda di usucapione.

Le deduzioni del convenuto volte a supportare tale domanda erano infatti del tutto generiche, non avendo specificato l’epoca e le circostanze di inizio del possesso nonché le modalità e l’esatta durata dello stesso.

Le stesse dichiarazioni degli appellanti nel corso dell’istruttoria escludevano che fosse maturata l’usucapione, in quanto dalle dichiarazioni rese dalla Taurisano emergeva l’esistenza di un rapporto di comodato instauratosi allorché la de cuius, sorella di Lu.Gi., era ancora in vita. Mancava poi un atto di interversione del possesso, mancando altresì la prova che l’immissione nel godimento del bene fosse conseguenza di una donazione da parte della de cuius, ancorché nulla per vizio di forma.

Gli stessi figli del convenuto avevano confermato che il padre fosse consapevole dell’appartenenza dei beni goduti all’asse ereditario.

Le diverse dichiarazioni richiamate dalla difesa degli appellanti non erano in grado di confutare tale conclusione, in quanto erano solo confermative del godimento del bene da parte del convenuto defunto, ma senza che il riferimento al termine possesso potesse essere inteso in senso tecnico.

Tornando poi alla domanda di scioglimento della comunione, la Corte d’Appello, rilevata la non comoda divisibilità dei beni e l’assenza di una richiesta di attribuzione, confermava la necessità della vendita, come già disposto dal Tribunale.

Per la cassazione di tale sentenza propongono ricorso T.A., L.A., L.C. e L.G. sulla base di tre motivi, illustrati da memorie.

M.S., + ALTRI OMESSI resistono con controricorso.

Gli altri intimati non hanno svolto difese in questa fase.

2. Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c., nella parte in cui la Corte d’Appello ha rilevato l’esistenza di un rapporto di comodato alla base del godimento del bene da parte del dante causa dei ricorrenti.

Si evidenzia che nella riconvenzionale si era dedotto l’acquisto a titolo originario della proprietà di uno dei beni caduti in successione per effetto del possesso ultraventennale, e che la difesa degli attori era consistita nel sostenere che il possesso fosse stato interrotto da varie richieste di rilascio del bene.

A fronte della prova emersa del possesso del bene da parte di Lu.Gi., i giudici di appello, prescindendo del tutto dalle posizioni difensive delle parti, hanno escluso l’acquisto per usucapione assumendo che fosse ragionevole ritenere che il godimento derivasse da un comodato, titolo la cui esistenza non era stata addotta da alcuna delle parti in causa.

Il motivo è infondato.

Come ricordato dalla difesa dei controricorrenti, questa Corte ha reiteratamente affermato che chi agisce in giudizio per essere dichiarato proprietario di un bene, affermando di averlo usucapito, deve dare la prova di tutti gli elementi costitutivi della dedotta fattispecie acquisitiva e, quindi, non solo del “corpus”, ma anche dell'”animus”; quest’ultimo elemento, tuttavia, può eventualmente essere desunto in via presuntiva dal primo, se vi è stato svolgimento di attività corrispondenti all’esercizio del diritto di proprietà, sicché è allora il convenuto a dover dimostrare il contrario, provando che la disponibilità del bene è stata conseguita dall’attore mediante un titolo che gli conferiva un diritto di carattere soltanto personale. Pertanto, per stabilire se in conseguenza di una convenzione (anche se nulla per difetto di requisiti di forma), con la quale un soggetto riceve da un altro il godimento di un immobile, si abbia possesso idoneo all’usucapione, ovvero mera detenzione, occorre fare riferimento all’elemento psicologico del soggetto stesso ed a tal fine stabilire se la convenzione sia un contratto ad effetti reali o ad effetti obbligatori, in quanto solo nel primo caso il contratto è idoneo a determinare l'”animus possidendi” nell’indicato soggetto (Cass. n. 14092 del 11/06/2010; Cass. n. 14272/2017).

Poiché l’accoglimento della domanda riconvenzionale presuppone la dimostrazione di tutti i presupposti per l’acquisto della proprietà a titolo originario, in quanto fatti costitutivi, rientra tra i compiti del giudice quello di verificare l’effettiva ricorrenza dei fatti medesimi, dovendosi escludere che implichi la detta violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunziato, il rilievo, pur in assenza di formale allegazione da parte del convenuto, dell’assenza di un possesso utile ad usucapire, in ragione della ritenuta esistenza, in quanto emergente dalle prove assunte, di un contratto di comodato, tale quindi da far qualificare il godimento del bene quale mera detenzione e non anche quale possesso.

Poiché quindi l’affermazione che il convenuto fosse detentore e non anche possessore è nella sostanza una mera contestazione dei fatti costitutivi della domanda, il rilievo della qualità di mero detentore esula anche dal novero delle eccezioni, e comunque non può farsi rientrare nella nozione di eccezione in senso stretto (attesa la limitazione delle stesse a quelle espressamente qualificate come tali dalla legge ovvero corrispondenti all’esercizio di diritti potestativi idonei a dare vita ad azioni a carattere costitutivo – cfr. ex multis Cass. S.U. n. 1099/1998), di tal che risulta sufficiente al fine del rigetto della domanda di usucapione che emerga la prova (cfr. Cass. n. 22667/2017), pur a fronte dello svolgimento di attività corrispondenti all’esercizio del diritto di proprietà, che la disponibilità del bene è stata conseguita dalla parte che pretende di essere riconosciuta come proprietaria mediante un titolo (quale nella specie, un contratto di comodato) che gli conferiva un diritto di carattere soltanto personale.

Il giudice di appello, con motivazione non specificamente attinta dai ricorrenti, ha ritenuto, con accertamento in fatto, non suscettibile di sindacato in sede di legittimità, che dalle dichiarazioni rese dagli stessi ricorrenti, emergesse che la de cuius avesse permesso al fratello, Lu.Gi., di occupare l’immobile nell’esercizio di un diritto personale di godimento, obiettivamente riconducibile ad un contratto di comodato (non avendo le parti dedotto l’esistenza di un atto traslativo della proprietà e quindi anche del conseguente possesso), e che il godimento del bene era avvenuto nella coscienza dell’appartenenza dello stesso all’asse ereditario della sorella, nel frattempo defunta.

La Corte d’Appello ha poi correttamente evidenziato che, a fronte dell’iniziale concessione in detenzione del bene, non poteva avere rilevanza il successivo convincimento del dante causa dei ricorrenti della spettanza della proprietà del bene in capo a se stesso, in assenza del compimento di atti di interversione tali da denotare, anche nei confronti dei proprietari, la volontà di trasformare il godimento da detenzione in possesso.

3. Il secondo motivo di ricorso denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione degli artt. 714 e 1158 c.c.

Si sostiene che sarebbe erronea l’affermazione della Corte distrettuale nella parte in cui ha preteso per l’acquisto per usucapione la necessità di un atto di interversione del possesso. I giudici di appello hanno, infatti, trascurato che si tratta dell’usucapione di un bene comune, per il quale la legge permette al singolo comunista l’acquisto per usucapione, purché estenda il possesso in termini di esclusività, palesandosi superfluo il compimento di un atto di interversione.

Nella specie la durata ultraventennale del rapporto con la cosa denota come vi fosse la volontà di possedere come “dominus” e non più come “condominus”.

Anche tale motivo va disatteso, ancorché si imponga la correzione della motivazione della sentenza gravata, risultando, infatti, il dispositivo conforme a diritto.

La Corte d’Appello, lungi dal fare specifico riferimento al rapporto venutosi a creare a seguito dell’apertura della successione, ha soffermato la propria attenzione sull’origine del godimento del bene da parte di Lu.Gi., ritenendo che lo stesso avesse la sua giustificazione in un rapporto di comodato, che sarebbe intercorso già con la de cuius.

Ne derivava che in assenza di una condotta del coerede, che in precedenza era detentore della cosa caduta in successione, non potesse reputarsi che la sola apertura della successione muti la preesistente detenzione in possesso, in assenza di comportamenti materiali che denotino appunto una volontà di mutare il titolo del godimento da detenzione in possesso (cfr. in tal senso in motivazione Cass. n. 14979/2021, non massimata). Tuttavia la conclusione non tiene conto del principio, anche di recente riaffermato, per il quale la successione “mortis causa” non determina di per sé il mutamento della detenzione in possesso, ma può integrare quella causa proveniente da un terzo che, ai sensi dell’art. 1141 c.c., comma 2, comporta l’investitura, non importa se valida oppure no, in un diritto reale sul bene detenuto (Cass. n. 21854/2020; Cass. n. 469/1965).

Ma anche nella prospettiva invocata dai ricorrenti per la quale, a seguito dell’apertura della successione, la disciplina dell’usucapione va rinvenuta nei principi dettati per la risoluzione delle controversie tra comunisti, e sul presupposto che il dante causa dei ricorrenti avesse acquistato il (com)possesso del bene ereditario, il ricorso non può trovare accoglimento.

In punto di diritto, e quanto al tema sollecitato dal motivo, concernente l’usucapione di un bene comune, occorre ricordare che secondo la giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. n. 5226/2002), sebbene non sia necessaria l’interversione del titolo del possesso (artt. 1102,1164 e 1411 c.c.) è sufficiente l’estensione del possesso medesimo in termini di esclusività. Tuttavia, in vista di tale obiettivo non è sufficiente che gli altri partecipanti si siano astenuti dall’uso della cosa, occorrendo altresì che il comproprietario ne abbia goduto in modo inconciliabile con la possibilità di godimento altrui e tale da evidenziare una inequivoca volontà di possedere “uti dominus” e non più “uti condominus” (Cass. n. 1783/93, Cass. n. 5687/96, Cass. n. 7075/99).

Peraltro, tale inequivoca volontà non può desumersi dal fatto che il comproprietario abbia utilizzato ed amministrato il bene, provvedendo fra l’altro al pagamento delle imposte e alla manutenzione, sussistendo al riguardo la presunzione “juris tantum” che egli abbia agito nella qualità e che abbia anticipato le spese anche relativamente alla quota degli altri comunisti; pertanto colui che invochi l’usucapione ha l’onere di provare che il rapporto materiale con il bene si sia verificato in modo da escludere, con palese manifestazione del volere, gli altri comunisti dalla possibilità di instaurare un analogo rapporto con il bene comune.

In tal senso si veda anche Cass. n. 7221/2009, per la quale il coerede che, dopo la morte del de cuius, sia rimasto nel possesso del bene ereditario, può, prima della divisione, usucapire la quota degli altri eredi, senza necessità di interversione del titolo del possesso; a tal fine, egli, che già possiede animo proprio ed a titolo di comproprietà, è tenuto ad estendere tale possesso in termini di esclusività, il che avviene quando il coerede goda del bene in modo inconciliabile con la possibilità di godimento altrui e tale da evidenziare una inequivoca volontà di possedere uti dominus e non più uti condominus, non essendo sufficiente che gli altri partecipanti si astengano dall’uso della cosa comune (conf. Cass. n. 24133/2009, per la quale può integrare possesso idoneo all’acquisto per usucapione del bene medesimo solo quello che presenti connotati di esclusività e incompatibilità con il compossesso degli altri partecipanti e si traduca, pertanto, in un’attività durevole, apertamente contrastante e inoppugnabilmente incompatibile con il possesso altrui, e non anche – pertanto – per il mero fatto che si risolva in una utilizzazione di detto bene più intensa o diversa da quella praticata dagli altri comunisti o condomini; Cass. n. 5416/2011; Cass. n. 23539/2011; Cass. n. 6775/2012; Cass. n. 17630/2013; Cass. n. 11903/2015).

Richiamati tali principi, risulta evidente come la sentenza impugnata abbia fatto riferimento alla necessità dell’interversione nella prospettiva, non adeguatamente confutata dal primo motivo di ricorso, secondo cui nella fattispecie vi sarebbe stato ab origine un godimento del bene a titolo di detenzione, il che effettivamente presupponeva per l’acquisto a titolo originario il mutamento della detenzione in possesso nelle forme dell’interversione.

Ma anche nella diversa prospettiva dei ricorrenti, i mezzi di prova di cui si dà conto in motivazione denotano il godimento del bene da parte del Lu.Gi., ma senza che sia presente quel carattere di esclusività, come richiesto dalla citata giurisprudenza ai fini dell’usucapione. L’occupazione del bene, in assenza di comportamenti tali da denotare l’incompatibilità del proprio possesso con quello degli altri comunisti, preclude la possibilità di invocare l’istituto dell’usucapione, il che nel caso in esame, non consente di annettere al solo più intenso godimento del bene comune da parte del dante causa dei ricorrenti, il carattere di esclusività richiesto dalla legge.

Anche in ricorso, ci si limita a richiamare il perdurante godimento del bene ma è soltanto apodittica, in assenza di specifici riferimenti alle prove assunte nel corso del giudizio, l’affermazione secondo cui sarebbe stata provata la circostanza che il rapporto materiale con la res sia stato esclusivo nel senso sopra esposto.

4. Il terzo motivo si risolve nella sola riproduzione della rubrica con la denuncia della violazione dell’art. 360, n. 3 e 5 in relazione all’art. 1158 c.c., senza però che alla stessa segua una parte argomentativa delle ragioni della cesura.

Il motivo, ove non si ritenga che sia un mero lapsus calami, è in ogni caso inammissibile in quanto del tutto privo di specificità ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4.

5. Le spese seguono la soccombenza nei rapporti tra i ricorrenti ed i controricorrenti.

Nulla a disporre quanto alle parti rimaste intimate.

6. Poiché il ricorso principale è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido tra loro, al rimborso delle spese in favore dei controricorrenti che liquida in complessivi 5.800,00, di cui 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15 % sui compensi, ed accessori di legge se dovuti;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte dei ricorrenti del contributo unificato a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 9 febbraio 2022.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2022

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