Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4926 del 15/02/2022

Cassazione civile sez. II, 15/02/2022, (ud. 18/11/2021, dep. 15/02/2022), n.4926

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 5155/2017 proposto da:

D.S., rappresentata e difesa dall’Avv. ADRIANO ZOPPOLATO,

ed elettivamente domiciliata nel suo studio in PINEROLO, C.so.

TORINO 122;

– ricorrente –

contro

B.A., e B.S., rappresentati e difesi dagli Avv. PIERONE

CHIAFFEDO, ed elettivamente domiciliati presso l’Avv. Nicoletta

Gervasi, in ROMA, C.so d’ITALIA 102;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1226/2016, della CORTE d’APPELLO di TORINO,

depositata in data 19.07.2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18/11/2021 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con atto di citazione, notificato in data 8/9.5.2009, D.S. conveniva in giudizio avanti al Tribunale di Pinerolo B.A. e B.S. chiedendo il riconoscimento – sugli immobili censiti al Catasto Fabbricati del Comune di Bricherasio e iscritti al foglio (OMISSIS), n. (OMISSIS), subalterni (OMISSIS), nonché al Catasto Terreni dello stesso Comune, al foglio (OMISSIS), n. (OMISSIS) – del proprio diritto di prelazione, ai sensi del combinato disposto di cui alla L. n. 590 del 1965, art. 8 e della L. n. 817 del 1971, art. 7, nonché il riscatto dai medesimi di tali beni in relazione all’acquisto dagli stessi effettuato in data 30.7.2008.

Si costituivano in giudizio i convenuti chiedendo il rigetto della domanda e, al contempo, l’autorizzazione alla chiamata in causa del loro dante causa, P.F..

A fronte del decesso del terzo chiamato e della mancata notificazione del ricorso in riassunzione nei riguardi degli eredi del medesimo, il Tribunale dichiarava l’estinzione del procedimento nei confronti del terzo chiamato.

Con sentenza n. 558/2013, in data 23.12.2013, il Tribunale di Torino, ex Tribunale di Pinerolo, decideva la causa accogliendo la domanda proposta dall’attrice e accertando in capo alla stessa il diritto di prelazione in data 30.7.2008 sui menzionati immobili e accertando la proprietà della medesima su di essi alle condizioni del contratto di compravendita stipulato il 30.7.2008, ma subordinatamente al versamento della somma di Euro 4.000,00 e ordinando al Conservatore dei Registri Immobiliari competente per territorio di trascrivere – all’avvenuto pagamento del prezzo – la sentenza; condannava i convenuti alla rifusione delle spese di lite.

Avverso detta sentenza proponevano B.A. e S. contestando, in particolar modo, la mancata prova dei requisiti in capo alla D. ai fini dell’esercizio del diritto di riscatto.

Resisteva l’appellata chiedendo la conferma della sentenza impugnata.

Con sentenza n. 1226/2016, depositata in data 19.7.2016, la Corte d’Appello di Torino accoglieva il gravame condannando l’appellata alla rifusione delle spese di lite dei due gradi di giudizio. Osservava la Corte territoriale che con il primo motivo gli appellanti si dolevano circa l’esistenza di un presupposto specifico, il mancato superamento per gli immobili oggetto di retratto del triplo della capacità lavorativa e dell’omessa offerta di prova da parte della D.; tale requisito, oltre a tutti gli altri richiesti, atteneva alle condizioni dell’azione, la cui inesistenza si sarebbe dovuta rilevare d’ufficio. Gli appellanti impugnavano, inoltre, la sentenza nella parte in cui il Giudice di primo grado aveva ritenuto integrati (nonostante contestazione specifica) i requisiti relativi alla qualità di coltivatore diretto e alla posizione di confine dei fondi della D. rispetto a quelli oggetto di causa. Nel caso di specie, tuttavia, il requisito relativo alla qualità di coltivatore diretto era stato ritenuto integrato dal Tribunale nonostante la D. fosse lavoratrice dipendente, come il marito, presso la ditta Corcos con orario lavorativo diviso in turni di sei ore giornaliere. Si evidenziava che non fosse richiesta una coltivazione esercitata professionalmente, essendo sufficiente che fosse abituale, ossia svolta in modo stabile e continuativo e che la forza lavoro del coltivatore diretto e della sua famiglia costituisse almeno un terzo di quella occorrente per le normali necessità di coltivazione del fondo (Cass. n. 2019 del 2011; Cass. n. 5673 del 2003). La Corte d’Appello riteneva che lo svolgimento di attività lavorativa stabile, sia da parte della D. che del marito, implicavano l’impossibilità di profusione di energie psico-fisiche sufficienti al fine di assicurare quel rilevante apporto che le esigenze della coltivazione richiedevano, in base ai criteri di continuità e abitualità. Il coniuge della retrattante affermava di aver utilizzato trattorino e modeste attrezzature agricole per la coltivazione di un fondo di circa mq. 900, seminato con patate, zucchine, pomodori e altri prodotti ortofrutticoli. In base a tali caratteristiche uno dei testi poteva sintetizzare trattarsi di un orto a gestione familiare. A fronte di tale contesto il Giudice di primo grado avrebbe dovuto apprezzare l’assenza dei presupposti per l’integrazione della condizione di coltivatore diretto in capo alla D.. L’accoglimento di tale motivo di doglianza assumeva portata assorbente, consentendo di pervenire al rigetto della domanda azionata.

Avverso detta sentenza propone ricorso per cassazione D.S. in base ad un motivo. Resistono B.A. e S. con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il motivo, la ricorrente lamenta la “Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia”, deducendo che la qualifica di coltivatore diretto in relazione al requisito della “coltivazione abituale”, ai fini del diritto di prelazione e di riscatto, va attribuita anche a chi svolge altra attività lavorativa principale. Non sarebbe incompatibile l’attività lavorativa prestata dalla D. con l’abitualità e la stabilità: l’estensione limitata dei terreni da coltivare è compatibile con la profusione di energie psico-fisiche, anche dopo l’orario di lavoro, sufficienti ad assicurare quel rilevante apporto che le esigenze della coltivazione richiedono. E pertanto, l’acquisizione del terreno confinante avrebbe esteso e migliorato la proprietà agricola della ricorrente.

Si evidenzia che per la Corte d’Appello i due fondi non erano contigui, mentre dal rogito di acquisto dei terreni da parte dei B. e dall’estratto di mappa catastale raffigurante i terreni emerge il contrario. Comunque, la destinazione agricola sia del fondo di proprietà della ricorrente sia del fondo di proprietà dei B. non è mai stata contestata.

1.1. – Il ricorso non è fondato.

1.2. – Le censure sono state riferite esplicitamente alla sola violazione del parametro di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Va, pertanto, posto in rilievo che costituisce principio consolidato di questa Corte che il novellato paradigma (nella formulazione adottata dal D.L. n. 83 del 2012, convertito dalla L. n. 134 del 2012, applicabile alle sentenze impugnate dinanzi alla Corte di cassazione ove le stesse siano state pubblicate in epoca successiva al 12 settembre 2012, e quindi ratione temporis anche a quella oggetto del ricorso in esame, pubblicata il 19.07.2016) consente (Cass. sez. un. 8053 del 2014) di denunciare in cassazione) oltre all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, e cioè, in definitiva, quando tale anomalia si esaurisca nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione – solo il vizio dell’annesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, vale a dire che, ove esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia (Cass. n. 14014 e n. 9253 del 2017).

Sicché nel rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente avrebbe dovuto specificamente e contestualmente indicare oltre al “fatto storico” il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività” (Cass. n. 14014 e n. 9253 del 2017).

1.3. – Ciò, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, in sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. n. 37410 del 2021; cfr. Cass. n. 38890 del 2021; v. altresì Cass., sez. un., n. 8053 e n. 8054 del 2014; Cass. n. 14324 del 2015) nella specie, la odierna ricorrente (appellata in sede di gravame) non ha assolto il suddetto onere, non avendo dedotto l’omesso esame di un “fatto storico” Viceversa, nei motivi in esame, della enucleazione e della configurazione della sussistenza (e compresenza) di siffatti presupposti (sostanziali e non meramente formali), onde potersi ritualmente riferire al parametro di cui dell’art. 360 c.p.c., n. 5, non v’e’ alcuna idonea e specifica indicazione.

Conseguentemente, non possono trovare ingresso nel presente giudizio di legittimità tutte quelle censure che attengono alla ricostruzione della vicenda storica come operata dai giudici di merito (laddove, nella specie, va coerentemente identificato nel giudicante colui il quale deve accertare d’ufficio la sussistenza delle condizioni della azione, anche se l’attore non ne abbia fatta menzione) con riguardo alle risultanze probatorie in ordine all’attività espletata e che lamentano una errata ricostruzione della fattispecie concreta, che ha rigorosamente interpretato il novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 limitando la scrutinabilità al c.d. “minimo costituzionale”, sia nella parte in cui attingono questioni di fatto in cui la sentenza di appello ha confermato la pronuncia di primo grado (Cass. n. 38493 del 2021).

2. – Va peraltro posto in rilievo che, in tema di ricorso per cassazione, non è infatti consentita la mescolanza e la sovrapposizione di mezzi d’impugnazione tra loro eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, non essendo permessa la prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto, che suppone accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma, e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione; o quale l’omessa motivazione, che richiede l’assenza di motivazione su un punto decisivo della causa rilevabile d’ufficio, e l’insufficienza della motivazione, che richiede la puntuale e analitica indicazione della sede processuale nella quale il giudice d’appello sarebbe stato sollecitato a pronunciarsi, e la contraddittorietà della motivazione, che richiede la precisa identificazione delle affermazioni, contenute nella sentenza impugnata, che si porrebbero in contraddizione tra loro. Infatti, l’esposizione diretta e cumulativa delle questioni concernenti l’apprezzamento delle risultanze acquisite al processo e il merito della causa mira a rimettere al giudice di legittimità il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, onde ricondurle ad uno dei mezzi d’impugnazione enunciati dall’art. 360 c.p.c., per poi ricercare quale o quali disposizioni sarebbero utilizzabili allo scopo, così attribuendo, inammissibilmente, al giudice di legittimità il compito di dare forma e contenuto giuridici alle lagnanze del ricorrente, al fine di decidere successivamente su di esse (Cass. n. 26874 del 2018).

Si evidenzia così, che il vizio di violazione di legge (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) sussiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di un’erronea valutazione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione (peraltro, entro i limiti del paradigma previsto dal nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5). Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (Cass. n. 24054 del 2017; ex plurimis, Cass. n. 24155 del 2017; Cass. n. 195 del 2016; Cass. n. 26110 del 2016).

2.1. – Risulta, quindi, infondata la deduzione di errori di diritto configurati (come nella specie) per mezzo della sola (eterogenea e rapsodica) indicazione delle norme pretesamente violate, ma non dimostrati attraverso una circostanziata critica delle soluzioni concrete adottate dal giudice del merito nel risolvere le questioni giuridiche poste dalla controversia, operata nell’ambito di una valutazione comparativa con le diverse soluzioni prospettate nel motivo e non attraverso la mera contrapposizione di queste ultime a quelle desumibili dalla motivazione della sentenza impugnata (Cass. n. 11501 del 2006; Cass. n. 828 del 2007; Cass. n. 5353 del 2007; Cass. n. 10295 del 2007; Cass. 2831 del 2009; Cass. n. 24298 del 2016).

3. – Il ricorso va dunque rigettato. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo. Va emessa la dichiarazione D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento in favore dei controricorrenti delle spese del presente grado di giudizio, che liquida in complessivi Euro 1.500,00 oltre a Euro 200,00 per rimborso spese vive, oltre al rimborso forfettario spese generali, in misura del 15%, ed accessori di legge. Ex D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, della Corte Suprema di Cassazione, il 18 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2022

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