Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4925 del 02/03/2018


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Civile Ord. Sez. 3 Num. 4925 Anno 2018
Presidente: VIVALDI ROBERTA
Relatore: OLIVIERI STEFANO

Data pubblicazione: 02/03/2018

Ud. 14/12/2017

ORDINANZA

CC

sul ricorso 6496-2015 proposto da:
MIGLIACCIO ANDREA, elettivamente domiciliato in ROMA,
VIA VAL D’OSSOLA 100, presso lo studio dell’avvocato
MARIO PETTORINO, rappresentato e difeso dall’avvocato
PASQUALE PACIFICO giusta procura in calce al ricorso;
– ricorrente contro

GENERALI ITALIA SPA , in persona del suo legale
2017
2537

rappresentante pro-tempore dott. GIOVANNI DIGITO,
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CARDINAL DE
LUCA 10, presso lo studio dell’avvocato FULVIO PIEZZI,
che la rappresenta e difende giusta procura in calce
al controricorso;

1

- controricorrente non chè contro

CALDAROLA

GENNARO,

ESPOSITO

DANIELA,

TEDESCO

FRANCESCO, UNIPOLSAI ASS.NI SPA , MESSINA GIOVANNA;
– intimati –

di NAPOLI, depositata il 18/07/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di
consiglio del 14/12/2017 dal Consigliere Dott. STEFANO
OLIVIERI;

2

avverso la sentenza n. 3287/2014 della CORTE D’APPELLO

Fatti di causa
Con sentenza 17.4.2009 il Tribunale di Napoli sez. dist. Ischia, in seguito alla
riunione per connessione dei giudizi introdotti da Andrea Migliaccio (RG
438/2003), da Gennaro Caldarola (RG 590/2003 ) e da Francesco Tedesco e
Daniela Esposito (RG 190/2005), tutti aventi ad oggetto domande di
risarcimento dei danni derivati dal sinistro stradale verificatosi in data

la collisione tra i predetti veicoli era stata causata dalla spericolata condotta di
guida di un veicolo tipo Smart poi dileguatosi, condannava Generali Italia
s.p.a., n.q. di impresa designata per la gestione sinistri del FGVS a risarcire
tutti i danni lamentati dagli attori.
Adita con appello principale da Generali Italia s.p.a. n.q. di impresa designata
FGVS, la Corte d’appello di Napoli, con sentenza 18.7.2014 n. 2549, in totale
riforma della decisione impugnata, accertava la esclusiva responsabilità del
Migliaccio nella produzione dei danni subiti dal Caldarola e dalla Esposito e dal
Tedesco, ritenendo inattendibili i testi Scotti, Della Speranza e Bellome attesa
la omessa presenza degli stessi tra le persone escusse a s.i.t. nel verbale
redatto dalla PG al momento del sinistro e la mancanza di plausibili
giustificazioni fornite dal Migliaccio in ordine alla tardiva indicazione degli stessi
soltanto con l’atto introduttivo del giudizio e non anche nella querela dallo
stesso presentata in data 3.7.2003; riteneva invece attendibili i testi Lorini e
Galano i quali concordemente avevano affermato che il Migliaccio aveva perso
il controllo del mezzo mentre viaggiava sul motoveicolo “su una sola ruota”,
risultando compatibili tali affermazioni con la dinamica del sinistro riferita dal
Caldarola -che aveva proposto domanda risarcitoria contro il Migliaccio- e dalla
Esposito, secondo cui il motoveicolo condotto dal Migliaccio aveva invaso la
corsia opposta di marcia andando dapprima a collidere con l’auto condotta
dalla Esposito e quindi una volta caduto con il motoveicolo che sopraggiungeva
condotto dal Caldarola.
In conseguenza, rigettata la domanda proposta dal Migliaccio nei confronti di
Generali Italia s-p-a-, e ritenuta superata la presunzione di concorso di
3

\o

26.5.1993 in Ischia lungo la circonvallazione Lacco-Forio, ritenuto provato che

responsabilità ex art. 2054 comma 2 c.c. in considerazione della moderata
velocità cui procedevano l’auto della Esposito ed il motoveicolo del Caldarola, e
degli impatti con la moto del Migliaccio avvenuti interamente all’interno della
corsia di marcia di pertinenza dei predetti, il Giudice di appello condannava il
Migliaccio, in solido con Giovanna Massina -proprietaria della moto- ed UGF
Ass.ni s.p.a. a risarcire il danno patito da Gennaro Caldarola, nonché i

Daniela Esposito e da Francesco Tedesco (rispettivamente conducente e
proprietario dell’autoveicolo).
Condannava inoltre tutte le parti a restituire a Generali Italia s.p.a. n.q. le
somme versate da detta società in ottemperanza della decisione esecutiva di
primo grado
La sentenza di appello, non notificata, è stata impugnata per cassazione dal
Migliaccio con cinque motivi.
Ha resistito con controricorso Generali Italia s.p.a.
Non hanno svolto difese, Giovanna Messina cui il ricorso è stato notificato in
data 3.3.2015, e gli altri intimati cui il ricorso è stato notificato in via
telematica in data 27.2.2015.
Generali Italia s.p.a. e Andrea Migliaccio hanno depositato memorie illustrative
ex art. 380 bis.1 c.p.c.
Ragioni della decisione
Con il primo motivo il ricorrente censura la sentenza impugnata per non
aver rilevato la inammissibilità dell’atto di appello principale proposta da
Generali Italia s.p.a. n.q. di impresa designata FGVS, per difetto di specificità
dei motivi di gravame ai sensi dell’art. 342 c.p.c., e conseguente passaggio in
giudicato della decisione di prime cure.
In particolare deduce che: 1-l’atto di appello era privo di parte espositiva; 2-i
motivi attingevano in modo generico solo alcuni aspetti marginali della
sentenza di primo grado; 3-non venivano impugnate le due “rationes

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coobbligati in solido Messina ed UGF Ass.ni s.p.a. a risarcire i danni patiti dal

decidendi” che sorreggevano l’accertamento della esclusiva responsabilità del
conducente del veicolo rimasto ignoto.
Il motivo è inammissibile e comunque manifestamente infondato.
E’ inammissibile in quanto, ribadendo un principio di diritto espresso
costantemente da questa Corte, anche laddove vengano denunciati con il
ricorso per cassazione “errores in procedendo” -in relazione ai quali la Corte è

processuali del fascicolo di merito- si prospetta preliminare ad ogni altra
questione quella concernente l’ammissibilità del motivo in relazione ai termini
in cui è stato esposto, con la conseguenza che, solo quando sia stata accertata
la sussistenza di tale ammissibilità diventa possibile valutare la fondatezza del
motivo medesimo e, dunque, esclusivamente nell’ambito di quest’ultima
valutazione, la Corte di cassazione può e deve procedere direttamente
all’esame ed all’interpretazione degli atti processuali. Ne segue che il
ricorrente, ove censuri la statuizione della sentenza impugnata nella parte in
cui ha escluso l’inammissibilità, per difetto di specificità, di un motivo di
appello, ha l’onere di trascrivere il contenuto del mezzo di impugnazione nella
misura necessaria ad evidenziarne la genericità, e non può limitarsi a rinviare
all’atto medesimo (cfr. Corte cass. Sez. 5, Sentenza n. 12664 del 20/07/2012.
Con riferimento alla censura della speculare statuizione che dichiara, invece,
inammissibile il motivo di gravame per difetto di specificità: Corte cass. Sez. 1,
Sentenza n. 20405 del 20/09/2006; id. Sez. 5 -, Ordinanza n. 22880 del
29/09/2017. Vedi: Corte cass. Sez. L, Sentenza n. 11738 del 08/06/2016).
E’ palesemente infondato in quanto l’atto di appello proposto da Generali
Italia s.p.a. conteneva una succinta parte espositiva del fatto e delle vicende
processuali, e con i motivi di gravame veniva contestata specificamente la
errata valutazione delle singole risultanze probatorie, sostenendo l’appellante,
in particolare, la inattendibilità dei tre testi indotti dal Migliaccio e, viceversa la
omessa corretta valutazione delle dichiarazioni dei testi indotti dalle controparti
(e dunque investendo quella che il ricorrente definisce prima “ratio decidendi”),
nonché criticando la errata valorizzazione da parte del primo giudice del
5

anche giudice del fatto, potendo accedere direttamente all’esame degli atti

contenuto del verbale di sopralluogo redatto dai Carabinieri, evidenziando
come i militari erano intervenuti solo in tempo successivo e dunque non
avevano potuto accertare la presenza dell’auto poi dileguatasi, essendosi
limitati a formulare una propria ipotesi ricostruttiva della dinamica del sinistro,
priva di efficacia probatoria fidefaciente (e quindi investendo anche la seconda
“ratio decidendi”), essendo appena il caso di notare come il ricorrente, onde

perul-gacemente a reiterare la tesi dell’accertamento probatorio decisivo,
fondato sul verbale di PG, omettendo artatamente di riportare, nel passo
virgolettato espunto da detto verbale, il predicato verbale che sostiene la
proposizione logica “si presume che ci fosse un quarto veicolo…” che qualifica
appunto in termini meramente di apprezzamento soggettivo -e non dunque di
constatazione diretta- quello che è il giudizio espresso dai militari sulla scorta
delle dichiarazioni delle persone presenti assunte a s.i.t..
Il secondo motivo con il quale si censura la sentenza di appello per nullità
derivata da motivazione apparente ex art. 132co2 n. 4 c.p.c. è palesemente
infondato.
La Corte territoriale in base al proprio convincimento ha ritenuto prevalenti
le prove fornite dai testi Lorino e Galati in quanto concordanti con la
ricostruzione della dinamica del sinistro riferita anche dal Calderola e dalla
Esposito, e dunque ha ritenuto di attribuire al Migliaccio la esclusiva
responsabilità del sinistro in quanto, non essendo stata raggiunta la prova della
incidenza causale e della stessa esistenza di un ipotetico veicolo rimasto
ignoto, il conducente del motoveicolo a causa della eccessiva velocità aveva
perso il controllo del mezzo andando ad invadere la corsia opposta di marcia,
collidendo dapprima con l’auto condotta dalla Esposito e poi con la moto
condotta dal Calderola.
Pertanto l’assunto difensivo, esposto nel motivo, secondo cui la Corte
d’appello avrebbe fondato la decisione su una mera congettura desunta “a
contrario” in base alla semplice inattendibilità dei testi indotti dal Migliaccio,
costituisce una mera opinione intesa a fornire una soggettiva interpretazione
6

sostenere la dedotta violazione degli artt. 324 e 342 c.p.c., venga

della decisione, che non trova alcun riscontro nella lettura della motivazione
della sentenza impugnata, dotata di un adeguato impianto argomentativo che
assolve al requisito di validità minimo richiesto dall’art. 111, comma 6, Cost.
ed esclude pertanto il vizio processuale denunciato, venendo a configurarsi la
motivazione apparente, con conseguente nullità della sentenza affetta da
“error in procedendo”, soltanto quando, benchè graficamente esistente, la

perché recante argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il
ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento
(cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n. 22232 del 03/11/2016).
Con il terzo motivo si censura la sentenza impugnata per vizi di error in
judicando (art. 2054co1 c.c., artt. 2697, 2699, 2700, 2712, 2728, 2735 c.c.;
art. 19 lett. a) legge n. 990/1969; art. 476 c.p.; artt. 11, 140 e 169 Cod.
Strada; artt. 115 e 116 c.p.c.), nonché per omesso esame di fatti decisivi ex
art. 360 col n. 5 c.p.c., in quanto la Corte territoriale avrebbe erroneamente
escluso che la responsabilità esclusiva del sinistro era da attribuire al veicolo
rimasto ignoto.
Con il quarto motivo si censura la violazione dell’art. 2700 c.c. anche in
relazione agli artt. 115 e 116 c.p.c. ed all’art. 360co1 n. 5 c.p.c., per aver
erroneamente il Giudice di appello ritenuto attendibili le dichiarazioni
testimoniali rese dai testi Lorini e Galano, contrarie alla esistenza del veicolo
poi dileguatosi.
I motivi che possono essere esaminati congiuntamente sono entrambi
inammissibili nella parte in cui attraverso il vizio di violazione di norme di
diritto vengono a veicolare una inammissibile richiesta di revisione del
materiale probatorio già compiutamente vagliato dal Giudice di merito,
riproponendo il ricorrente come valida la ricostruzione della dinamica compiuta
dal primo Giudice e disattesa dalla Corte territoriale, e limitandosi quindi ad
una mera contrapposizione di accertamenti in fatto, senza fornire -alla stregua
dei vizi di legittimità denunciati- una specifica critica in diritto, richiesta dall’art.
366co1 n. 4 c.p.c., alle statuizioni adottate nella sentenza di appello.
7

motivazione non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione,

Occorre infatti ribadire che in tema di procedimento civile, sono riservate al
giudice del merito l’interpretazione e la valutazione del materiale probatorio,
nonché la scelta delle prove ritenute idonee alla formazione del proprio
convincimento, con la conseguenza che è insindacabile, in sede di legittimità, il
“peso probatorio” di alcune testimonianze rispetto ad altre, in base al quale il
giudice di secondo grado sia pervenuto ad un giudizio logicamente motivato,

n. 1554 del 28/01/2004; id. Sez. L, Sentenza n. 13054 del 10/06/2014; id.
Sez. 3, Sentenza n. 7623 del 18/04/2016).
Il ricorrente, proponendo una diversa lettura delle numerose dichiarazioni dei
testi assunti nel corso della istruttoria e ritenendo logicamente insufficiente la
selezione delle prove ritenute decisive dalla Corte territoriale, vorrebbe
ottenere un ulteriore giudizio di merito avanti questa Corte, omettendo di
considerare che le censure alla pronuncia di merito devono trovare collocazione
entro un elenco tassativo di motivi, in quanto la Corte di cassazione non è mai
giudice del fatto in senso sostanziale ed esercita un controllo sulla legalità e
logicità della decisione che non le consente di procedere ad un “novum
judicium” riesaminando e valutando autonomamente il merito della causa, non
atteggiandosi il giudizio di legittimità come un terzo grado di giudizio (cfr.
Corte cass. Sez. 2, Sentenza n. 1317 del 26/01/2004; id. Sez. 5, Sentenza n.
25332 del 28/11/2014).
La nuova formulazione del testo normativo, introdotta dall’art. 54co1, lett.
b), del DL 22 giugno 2012 n. 83, convertito con modificazioni nella legge 7
agosto 2012 n. 134 (recante “Misure urgenti per la crescita del Paese”), che ha
sostituito il n. 5 del comma 1 dell’art. 360 c.p.c. (con riferimento alle
impugnazioni proposte avverso le sentenze pubblicate successivamente alla
data dell’Il settembre 2012: art. 54 comma 3 DL n. 83/2012 cit.), ha, infatti,
limitato la impugnazione delle sentenze in grado di appello o in unico grado,
per vizio di motivazione, alla sola ipotesi di “omesso esame circa un fatto
decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”,
escludendo il sindacato sulla inadeguatezza del percorso logico posto a
fondamento della decisione e condotto alla stregua di elementi extratestuali,
8

diverso da quello formulato dal primo giudice (cfr. Corte cass. Sez. 2, Sentenza

limitandolo alla verifica del requisito essenziale di validità ex art. 132, comma
2, n. 4), c.p.c. inteso come “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111,
comma 6, Cost. secondo la interpretazione fornita da questa Corte: l’ambito in
cui opera pertanto il vizio motivazionale deve individuarsi, pertanto, nella
omessa rilevazione e considerazione da parte del Giudice di merito di un “fatto
storico”, principale o secondario, ritualmente verificato in giudizio e di carattere

Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014; id.

Sez. U, Sentenza n. 19881 del

22/09/2014; id. Sez. 3, Sentenza n. 11892 del 10/06/2016).
Esula del tutto, quindi, dal predetto vizio di legittimità ex art. 360co1 n. 5
c.p.c., qualsiasi contestazione volta a criticare il “convincimento” che il Giudice
di merito si è formato, ex art. 116, comma 1 e 2, c.p.c., in esito all’esame del
materiale probatorio ed al conseguente giudizio di prevalenza degli elementi di
fatto, operato mediante la valutazione della maggiore o minore attendibilità
delle fonti di prova (cfr. Corte cass. Sez. 3, Sentenza n. 11892 del 10/06/2016
che, puntualmente, afferma come il cattivo esercizio del potere di
apprezzamento delle prove “non legali” da parte del giudice di merito non dà
luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo
inquadrabile nel paradigma dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c.).
Occorre opportunamente precisare, in proposito, che non è -evidentementeconsentito riproporre sotto altra forma paradigmatica, attraverso la denuncia
del combinato disposto degli artt. 116 e 360co1 n. 4) c.p.c., la medesima
censura diretta a veicolare quegli stessi “vizi di logicità” che la norma ha inteso
esplicitamente eliminare dall’attuale testo normativo dell’art. 360co1 n. 5)
c.p.c., atteso che -indipendentemente dal carattere manifestamente elusivo
della riforma processuale riconoscibile in tale operazione- la denuncia di
asserita violazione del corretto esercizio del principio del “libero convincimento”
ex art. 116 c.p.c., opera interamente sul piano dell’apprezzamento delle
risultanze istruttorie, riservato in via esclusiva al Giudice di merito, ed in
quanto tale è insindacabile in sede di legittimità: deve ritenersi, infatti,
assolutamente pacifico in giurisprudenza che la denuncia di violazione degli
artt. 115, comma 1, e dell’art. 116 c.p.c., solo apparentemente veicola un
9

“decisivo” in quanto idoneo ad imnnutare l’esito della decisione (cfr. Corte cass.

vizio di “violazione o falsa applicazione di norme di diritto” (processuali),
traducendosi, invece, nella denuncia di “un errore di fatto” che deve essere
fatta valere attraverso il corretto paradigma normativo del vizio motivazionale,
e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360, comma 1, n. 5), c.p.c. (cfr. Corte
cass. Sez. 2, Sentenza n. 2707 del 12/02/2004; id. Sez. 3, Sentenza n. 12912
del 13/07/2004; id. Sez. 1, Sentenza n. 14267 del 20/06/2006; id. Sez. 3,
19064 del 05/09/2006; id. Sez. 3, Sentenza n.

15107 del

17/06/2013), essendo esclusa, in ogni caso, una nuova rivalutazione dei fatti
da parte della Corte di legittimità (cfr. (cfr. Corte cass. Sez. U, Sentenza n.
13045 del 27/12/1997; id.

Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 5024 del 28/03/2012; id.

Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 91 del 07/01/2014).
Ineludibile corollario della precedente affermazione è che la censura di
violazione delle norme processuali predette non può legittimare,
evidentemente, una “trasformazione” del precedente vizio di motivazione per
“insufficienza od incompletezza logica”

-non più sindacabile in sede di

legittimità- in un vizio di “errore di diritto” (attinente alla attività processuale),
sì che il primo possa in tal modo ritornare ad essere sindacabile avanti la Corte
sotto le apparenti, diverse, spoglie della violazione di norma di diritto, non
essendo in ogni caso autonomamente censurabili -attraverso la denuncia della
violazione degli artt. 115, comma 1, e 116 c.p.c.- asseriti errori di
“convincimento”

attinenti alla preminente rilevanza attribuita a talune

“questioni” od alle stesse “argomentazioni” nelle quali si estrinseca l’esercizio
del potere discrezionale di apprezzamento delle prove (cfr. Corte cass. Sez. 5,
Sentenza ne. 21152 del 08/10/2014), comportando una tale censura pur
sempre l’accertamento dei fatti ovvero la loro valutazione ai fini istruttori, che
non trova accesso nel giudizio di cassazione (cfr. Corte cass. Sez. L, Sentenza
n. 21439 del 21/10/2015).
Del tutto infondata è poi la censura di asserita violazione dell’art. 2700 c.c.
ossia della prova fornita dall’atto pubblico, contestabile solo attraverso querela
di falso, nella specie individuata nel verbale di sopralluogo redatto il 26.5.2003
dai Carabinieri corredato dei rilievi fotografici.

10

Sentenza n.

Premesso che non è dato rilevare dalla esposizione dei motivi di ricorso quale
sia il fatto decisivo che -in base alle verifiche compiute in loco dai
verbalizzanti- risulterebbe dimostrato con efficacia probatoria fidefaciente, è
appena il caso di osservare come la mancata rilevazione dell’auto del Galano
nella documentazione fotografica allegata al rapporto di PG non possa ritenersi
incompatibile con la ricostruzione dei fatti computa dal Giudice di appello

dell’arrivo dei militari) e non attesti alcun fatto diverso dalla descrizione del
luogo del sinistro come si presentava nel momento in cui sono sopraggiunti i
Carabinieri, evidentemente successivo a quello in cui si era verificato il duplice
scontro.
Il quinto motivo (violazione ed erronea applicazione degli artt. 213 e 281
ter c.p.c. in relazione all’art. 345co3 c.p.c.) è inammissibile in quanto, da un
lato, non coglie la ratio decidendi, dall’altro si palesa privo di interesse.
La Corte d’appello dopo aver premesso che non sussiste alcun obbligo per il
danneggiato di proporre querela contro ignoti per poter agire nei confronti
della impresa designata dal FGVS , ha poi osservato che la condotta tenuta dal
danneggiato e le informazioni dallo stesso fornite alla AG con l’atto di querela
bene potevano costituire elemento indiziario valutabile nel complesso di tutte
le altre risultanze istruttorie ai fini della formazione del convincimento del
Giudice: e, nel caso di specie, la indicazione nell’atto di querela dei
verbalizzanti e del Caldarola come persone informate dei fatti nulla apportava
a sostegno della tesi difensiva del Migliaccio così come l’assenza di ulteriori
informazioni circa lo stato delle indagini penali.
La critica svolta a tale statuizione è del tutto inconferente laddove il
ricorrente censura -inammissibilmente- la scelta discrezionale riservata al
Giudice di merito di valutare e selezionare le prove ritenute sufficienti a
pronunciare sulla domanda, denunciando -peraltro senza neppure allegare se
sia stata formulata specifica istanza- il mancato esercizio dei poteri istruttori
officiosi che, tuttavia, lo stesso ricorrente evidenzia come del tutto inutile e
superfluo (i verbalizzanti null’altro potevano riferire che i fatti accertati nel

11

(secondo cui il veicolo del Galano si era spostato dal luogo del sinistro prima

corso del sopralluogo già

riportati

nel verbale),

risultando quindi

manifestamente carente di interesse la censura dedotta.
In conclusione il ricorso deve essere dichiarato inammissibile ed il ricorrente
condannato alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in
dispositivo.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del Dpr 30 maggio 2002 n. 115, inserito

presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a
titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del
comma 1-bis, dello stesso articolo 13.
P.Q.M.
dichiara inammissibile il ricorso.
Condanna il ricorrente al pagamento in favore della controricorrente, delle
spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 12.200,00 per compensi,
oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in
Euro 200,00, ed agli accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del Dpr 30 maggio 2002 n. 115, inserito
dall’art. 1 comma 17 della I. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei
presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a
titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del
comma 1-bis, dello stesso articolo 13.
Così deciso in Roma il 14/ 12/2017

dall’art. 1 comma 17 della I. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei

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