Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4909 del 27/02/2017


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Cassazione civile, sez. I, 27/02/2017, (ud. 06/12/2016, dep.27/02/2017),  n. 4909

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPPI Aniello – Presidente –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere –

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Consigliere –

Dott. CRISTIANO Magda – rel. Consigliere –

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 28803-2012 proposto da:

LEO PHARMA A/S, in persona del legale rappresentante pro tempore,

N.S.R.A., E.T.H.,

L.H.R., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA TERENZIO 21, presso

l’avvocato FRANCESCO SAMPERI, che li rappresenta e difende

unitamente all’avvocato PAOLA GELATO, rispettivamente giusta procura

speciale per Notaio A.G. di (OMISSIS) del (OMISSIS),

procure speciali per Notaio R.A. di (OMISSIS) del (OMISSIS) e

del (OMISSIS) e procura speciale per Notaio K.J. di

(OMISSIS) del (OMISSIS), tutte con Apostille del (OMISSIS);

– ricorrenti –

contro

SANDOZ BV, LEK PHARMACEUTICALS D.D., SANDOZ GMBH, SALUTAS PWO GMBH,

SANDOZ S.P.A., in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro

tempore, elettivamente domiciliate in ROMA, V.LE BRUNO BUOZZI 51,

presso l’avvocato MARCELLO CARDI, che le rappresenta e difende

unitamente agli avvocati VINCENZO JANDOLI, MARIO FRANZOSI, SERGIO

MONTICONE, FEDERICA SANTONOCITO, rispettivamente giusta procure

speciali per Notaio J.M. di (OMISSIS) con Apostille del

(OMISSIS), Notaio A.S. di (OMISSIS) con Apostille del

(OMISSIS), Notaio P.P. di (OMISSIS) del (OMISSIS), Notaio

D.K. di (OMISSIS) del (OMISSIS), e procura a margine del

ricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1048/2012 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 11/06/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

06/12/2016 dal Consigliere Dott. MAGDA CRISTIANO;

udito, per i ricorrenti, l’Avvocato P. GELATO che si riporta;

udito, per i controricorrenti, l’Avvocato V. JANDOLI che si riporta;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’appello di Torino, per ciò che nella presente sede ancora interessa, ha respinto l’appello proposto da Leo Pharma A/S, nonchè dai ricercatori/inventori E.H., A.N.R. e L.R., contro la sentenza di primo grado che, in accoglimento delle domande avanzate nei loro confronti da Sandoz BV, Lek Pharmaceutical d.d., Sandoz GmbH, Salutas GmbH e Sandoz s.p.a., aveva dichiarato la nullità della frazione italiana del brevetto europeo (OMISSIS), di cui Leo Pharma era titolare, rivendicante una “nuova forma cristallina di un analogo della vitamina D” (denominata calcipotriolo monoidrato) per mancanza del requisito dell’altezza inventiva.

La corte del merito ha affermato: che, secondo quanto emergeva dalla descrizione del brevetto e dalle rivendicazioni, il problema tecnico risolto dai ricercatori era consistito nell’individuazione di una forma cristallina del calcipotriolo maggiormente stabile in ambiente acquoso di quella anidra, già utilizzata dalle case farmaceutiche nella preparazione di unguenti per la cura della psoriasi, e non nella maggiore trattabilità del nuovo prodotto nella macinazione ad umido che, sebbene riscontrata quale effetto inaspettato della ricerca, non ne costituiva lo scopo principale; che, pertanto, tale effetto non poteva incidere sull’accertamento concernente la ricorrenza del requisito dell’altezza inventiva; che andavano pienamente condivise le conclusioni del primo giudice in ordine all’assenza del requisito in questione, posto che non rilevava se il problema tecnico fosse nuovo (ovvero noto esclusivamente alla titolare del brevetto sulla molecola anidra), ma solo se lo “svantaggio” fosse stato constatato, giustificando l’avvio di un percorso di sperimentazione per superarlo, e che detto problema poteva essere risolto dall’esperto del ramo in modo ovvio, sulla base dell’arte nota, tenuto conto che tre precedenti brevetti già descrivevano il procedimento per ricavare la forma monoidrata cristallina di altri composti chimici analoghi alla vitamina D e molto simili al calcipotriolo e dimostravano che essa è più stabile rispetto alla forma cristallina anidra od alla molecola amorfa dei medesimi composti.

La sentenza, pubblicata l’11.6.12, è stata impugnata da Leo Pharma e dai tre inventori con ricorso per cassazione affidato a sei motivi ed illustrato da memoria, cui le parti vittoriose hanno resistito con un unico controricorso, anch’esso illustrato da memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1) Con il primo motivo, che denuncia violazione dell’art. 51 C.P.I. oltre che vizio di motivazione, i ricorrenti lamentano che, nel valutare la sussistenza del requisito di cui all’art. 48 C.P.I., la corte del merito abbia fatto applicazione del principio giurisprudenziale enunciato da Cass. n. 23414/09 – secondo cui la descrizione chiara e completa del brevetto è requisito di forma necessario ai fini del riconoscimento della sua validità – privo di attinenza al caso di specie, in cui l’unica questione controversa era quella dell’originalità dell’invenzione.

2) Col secondo motivo, che denuncia violazione dell’art. 52 C.P.I. e art. 1367 c.c., i ricorrenti sostengono che l’interpretazione dei documenti brevettuali va compiuta facendo applicazione delle norme che presiedono all’interpretazione del contratto, ivi compresa quella che impone al giudice di prediligere, nel dubbio, l’opzione ermeneutica che ne favorisca la conservazione; ciò premesso, lamentano che la corte d’appello sia pervenuta all’individuazione del problema tecnico oggetto dell’invenzione seguendo l’opposto criterio, ovvero ignorando, o comunque ritenendo immotivatamente privi di qualsiasi rilevanza, tutti gli elementi presenti nella descrizione e nella rivendicazione del brevetto che avrebbero dovuto condurre all’affermazione della sua validità.

3) Col terzo motivo, che denuncia vizio di motivazione, si contesta che la descrizione del brevetto fosse incentrata sul profilo della maggiore stabilità del calcipotriolo monoidrato rispetto a quello anidro, anzichè sulla migliore trattabilità del nuovo prodotto nella macinazione ad umido: secondo i ricorrenti il giudice a quo sarebbe pervenuto a tale errato accertamento in ragione di una lettura solo parziale della descrizione, ovvero senza tener conto che questa riferiva non già dell’ instabilità della molecola cristallina anidra del calcipotriolo, ma della generale degradabilità della sostanza se disciolta in soluzione acquosa (ragione per la quale, nelle preparazioni di creme e gel, essa veniva utilizzata in sospensione cristallina, macinandone ad umido le sfere e ricavandone microcristalli), faceva poi espresso riferimento alla difficoltà di ottenere un’uniforme e sottile macinazione delle sfere anidre ed indicava la forma monoidrato come idonea a superare quest’ultimo problema.

4) Col quarto mezzo, che denuncia violazione dell’art. 48 C.P.I. ed ulteriore vizio di motivazione, i ricorrenti sostengono che, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice d’appello, il trovato possedeva il requisito della novità intrinseca, che non richiede un grado di creatività ed originalità assolute rispetto alle precedenti cognizioni, ma si concreta anche in un miglioramento della tecnica preesistente ed in una realizzazione idonea a risolvere problemi sino ad allora rimasti irrisolti.

Osservano, ancora, che il giudizio di originalità deve essere effettuato ex ante, ovvero proiettandosi retrospettivamente al momento della realizzazione dell’idea inventiva, con la conseguenza che la validità del brevetto non può essere esclusa qualora l’invenzione si concretizzi in una soluzione nuova ma che, considerata a posteriori, possa apparire semplice o banale.

Rilevano, sotto altro profilo, che la corte del merito, dopo aver correttamente affermato che l’analisi volta alla definizione del problema tecnico che il brevetto oggetto di causa mirava a risolvere comportava l’applicazione del technical problem solution approach, non avrebbe seguito (o quantomeno esplicitato) i passaggi logici propri di tale metodologia di indagine, che richiede in primo luogo l’individuazione del documento di tecnica anteriore più prossimo all’invenzione, onde verificare in qual modo questa se ne differenzi, e, successivamente l’individuazione dell’effetto tecnico indotto dalla differenza, cui conseguono la deduzione del problema tecnico e dell’ovvietà o meno della sua soluzione alla luce degli insegnamenti della tecnica nota.

Nell’ illustrare tale profilo i ricorrenti assumono, in primo luogo, che il giudice d’appello avrebbe erroneamente ritenuto acquisito in epoca antecedente al brevetto (OMISSIS) il dato dell’instabilità della forma cristallina anidra del calcipotriolo, non ricavabile dal confronto con i documenti di tecnica anteriore più prossimi all’invenzione, che sarebbero costituiti dai brevetti (OMISSIS) (ancorchè non citati come tali in sentenza), che si limitano a descrivere l’impiego della sostanza nella terapia della psoriasi; rimproverano, comunque, al giudice a quo di non aver indicato il documento di tecnica anteriore ritenuto più prossimo all’invenzione; negano, infine, che vi fossero precedenti pubblicazioni del cui contenuto i ricercatori potessero avvalersi sia per desumere la maggiore stabilità della forma monoidrata, sia per ottenerla, e contestano il contrario accertamento della corte torinese.

5) Il quinto motivo, che denuncia violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e correlato vizio di motivazione, imputa al giudice a quo di aver prestato acritica adesione alle conclusioni del ctu nominato nel corso del primo grado del giudizio ed alla sentenza del Tribunale federale tedesco che ha dichiarato la nullità della frazione tedesca del brevetto, ignorando, per contro, le articolate osservazioni tecniche depositate per contrastare la ctu, nonchè il contenuto delle sentenze emesse da altri tribunali europei che, pronunciando sull’identica questione, hanno accertato la validità del brevetto per le frazioni di rispettiva competenza.

6) Il sesto motivo lamenta, infine, vizio di motivazione in relazione al capo della sentenza che ha condannato Leo Pharma all’integrale refusione delle spese del grado, nonostante il rigetto degli appelli incidentali proposti dalle controparti ne giustificasse la compensazione.

7) Il primo motivo non coglie le ragioni della decisione.

La corte del merito, infatti, lungi dall’operare un’indebita commistione fra i distinti requisiti di validità del brevetto di cui agli artt. 48 e 51 C.P.I., ha richiamato il principio espresso da Cass. n. 23414/09 solo per sottolineare come l’accertamento del problema tecnico risolto col trovato dovesse fondarsi, oltre che sull’applicazione del technical problem solution approach, sui criteri dettati dall’art. 52 C.P.I., ovvero sulle indicazioni contenute nella rivendicazione, interpretata anche alla luce dei disegni e della descrizione: e, proprio perchè non era in contestazione la ricorrenza del requisito formale, ha rilevato che dalla descrizione si desumeva che il brevetto aveva ad oggetto una forma cristallina di calcipotriolo maggiormente stabile di quella anidra già nota, e non la migliore trattabilità del nuovo prodotto nella macinazione ad umido, che costituiva un effetto inaspettato dello scopo perseguito con la ricerca.

8) Il secondo mezzo prospetta una censura manifestamente priva del requisito di specificità richiesto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, , n. 4), in quanto si limita ad allegare la violazione da parte del giudice del merito del principio di conservazione di cui all’art. 1367 c.c., senza indicare neppure uno degli “elementi chiaramente presenti nella descrizione e nella rivendicazione del testo brevettuale” che, ove considerati, avrebbero condotto all’affermazione della validità del brevetto: risulta pertanto superfluo affrontare la questione di diritto (se gli artt. 1362 c.c. e segg. trovino applicazione anche in sede di interpretazione dei documenti brevettuali) la cui soluzione in senso positivo è posta nel motivo quale necessaria premessa alla verifica della ricorrenza del vizio dedotto.

9) Il terzo mezzo, nell’investire l’accertamento di fatto concernente l’individuazione del problema tecnico risolto col trovato, si sostanzia nella sollecitazione di una diversa interpretazione della descrizione del brevetto, ma non indica quali siano i canoni ermeneutici violati dalla corte territoriale, nè evidenzia carenze o vizi logici dell’ampia motivazione che sorregge la decisione sul punto, basata non solo su un analitico esame della descrizione (che, come si legge in sentenza, dava conto del grado considerevole di decomposizione della molecola cristallina anidra e sottolineava la maggiore stabilità del nuovo prodotto anche rispetto a tale forma, e non solo in confronto alla molecola amorfa), ma su ulteriori risultanze istruttorie, quali il contenuto delle rivendicazioni (ritenuto coerente con la conclusione che si trattava di un “brevetto di prodotto” e non “di procedimento” o “di prodotto creato attraverso un determinato procedimento”) e le stesse prospettazioni difensive di Leo Pharma. 10) Analoghe considerazioni vanno svolte con riguardo al quarto mezzo, che involge il successivo accertamento compiuto dal giudice del merito in ordine allo stato della tecnica anteriore, rilevante ai fini della valutazione dell’originalità del brevetto.

I ricorrenti richiamano, nella prima parte del motivo, astratti principi di diritto, ma non chiariscono se, e sotto quali profili, la pronuncia se ne sia discostata; nel prosieguo, pur senza spingersi ad affermare che la mancata adozione da parte del giudice italiano delle linee guida dettate dall’Ufficio Europeo del Brevetto in tema di technical problem solution approach configuri violazione di legge, sembrano incongruamente sostenere che tale mancanza sia di per sè sufficiente ad integrare il vizio di motivazione della sentenza; non considerano, peraltro, che il giudice d’appello non era tenuto a ripercorrere tutte le fasi di cui si compone il predetto metodo di analisi, ma solo a rispondere alle contestazioni mosse in sede di gravame alle conclusioni (analiticamente esposte nella parte narrativa della sentenza) cui il tribunale era pervenuto facendone applicazione; ripropongono, infine, le medesime censure in fatto già respinte dalla corte territoriale, richiedendo, inammissibilmente, nella presente sede di legittimità, un diverso apprezzamento dei documenti di arte nota sui quali il giudice a quo ha fondato il proprio convincimento.

11) Il quinto mezzo contravviene, per una parte, al disposto dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in quanto non richiama (neppure attraverso il mero rinvio alle pagine oggetto di contestazione) gli specifici passi della relazione di ctu investiti dalle critiche dei ricorrenti; può aggiungersi che tali critiche sono quelle illustrate nei precedenti motivi, cui la corte del merito ha indubbiamente dato risposta, con la conseguenza che la censura si risolve, ancora una volta, nella pretesa di sostituire alla valutazione del materiale probatorio compiuta dal giudice del merito la diversa valutazione (ritenuta corretta) che avrebbe condotto all’accoglimento dell’appello.

Nella restante parte, il motivo imputa al giudice italiano di essersi “uniformato” alla pronuncia del tribunale federale tedesco, dalla quale sono stati invece legittimamente tratti argomenti di prova ad ulteriore conforto della decisione, e lamenta in via totalmente generica l’omesso esame delle sentenze di segno opposto emesse da altri tribunali europei, mentre avrebbe dovuto indicare il fatto decisivo, evincibile da dette sentenze, che, ove considerato dalla corte torinese, avrebbe determinato un diverso esito della controversia.

12) Il sesto mezzo deduce, infine, un insussistente vizio di motivazione del capo della sentenza che ha pronunciato sulle spese, il cui regolamento (salva l’ipotesi di condanna della parte interamente vittoriosa) è rimesso al potere discrezionale del giudice del merito, che può dunque ben escluderne la compensazione totale o parziale facendo riferimento al criterio della soccombenza sostanziale, nella specie indubbia, atteso che il rigetto dell’appello principale rendeva del tutto superfluo l’esame di quello incidentale.

Il ricorso, in conclusione, deve essere interamente respinto.

Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali, che liquida in favore di tutte le parti controricorrenti, in via fra loro solidale, in Euro 8.200, di cui Euro 200 per esborsi, oltre rimborso forfetario ed accessori dovuti per legge.

Così deciso in Roma, il 6 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 febbraio 2017

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