Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4907 del 23/02/2021

Cassazione civile sez. III, 23/02/2021, (ud. 04/11/2020, dep. 23/02/2021), n.4907

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – rel. Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 34855/2019 proposto da:

B.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA GIULIANA

32, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO GREGORACE, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 4315/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 26/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

04/11/2020 dal Consigliere Dott. ENZO VINCENTI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. – Con ricorso affidato a quattro motivi, B.D., cittadino (OMISSIS), ha impugnato la sentenza della Corte di Appello di Roma, resa pubblica il 26 giugno 2019, che ne rigettava il gravame avverso la decisione di primo grado del Tribunale della medesima Città, che, a sua volta, ne aveva respinto l’opposizione avverso il diniego della competente Commissione territoriale del riconoscimento, in via gradata, dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e di quella umanitaria.

2. – La Corte territoriale, per quanto in questa sede ancora rileva, osservava: a) le dedotte violenze e minacce da parte dei suoi familiari musulmani per essersi egli convertito al cristianesimo erano state esercitate “solo nell’ambito familiare”, senza che il richiedente avesse fornito specifici elementi di valutazione circa l’esperimento di “tentativi per fronteggiare tali persecuzioni mediante il ricorso ad autorità statali”; b) “la zona di provenienza alla stregua di accreditati report (sito (OMISSIS) del MAE, UNHCR) presenta una situazione di relativa stabilità dal punto di vista della sicurezza della persona”, dovendosi quindi escludere “sia la sussistenza del presunto pericolo di danno grave sia della condizione personale di vulnerabilità ai fini della tutela umanitaria”.

3. – L’intimato Ministero dell’interno non ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. – Con il primo mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione della direttiva 2004/83/CE, recepita dal D.Lgs. n. 251 del 2007, per non aver la Corte territoriale, a fronte delle dichiarazioni di esso richiedente, attivato il doveroso supporto probatorio ai fini della decisione sulle domande di protezione internazionale.

2. – Con il secondo mezzo è dedotto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in relazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, lett. g) e art. 14, “omesso esame circa un fatto decisivo… e oggetto di discussione”, per non essersi la Corte territoriale pronunciata sulla domanda di riconoscimento della protezione sussidiaria.

2.1. – I primi due motivi vanno esaminati congiuntamente in quanto connessi.

E’ anzitutto infondato il secondo motivo (da scrutinarsi prioritariamente e da intendersi, nella sostanza, come volto a denunciare un’omessa pronuncia su motivo di gravame), in quanto la Corte territoriale ha pronunciato sulla doglianza investente il mancato riconoscimento della protezione sussidiaria, di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b), là dove ha posto in rilievo – come elemento fondante la decisione di rigetto – l’ambito privato della vicenda personale del richiedente, che aveva dichiarato di essere oggetto di violenze e minacce da parte dei propri familiari, di religione islamica, per essersi convertito al cristianesimo.

E’, però, fondato il primo motivo.

La Corte territoriale non ha ritenuto inattendibile la narrazione del richiedente quanto alle ragioni di abbandono del Paese di origine, ma – come detto – ha valutato, in base a quelle dichiarazioni, insussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria di cui del citato art. 14, lett. b), per carenza di riscontri probatori, che avrebbe dovuto fornire lo stesso B., circa l’esperimento di “tentativi per fronteggiare” le dedotte persecuzioni a carattere religioso “mediante il ricorso ad autorità statali”.

Con tale statuizione il giudice di merito ha violato il principio enunciato in più di un’occasione da questa Corte (Cass. n. 28974/2019; Cass. n. 8573/2020) – secondo cui, in tema di protezione internazionale, quando il richiedente alleghi il timore di essere soggetto nel suo paese di origine ad una persecuzione a sfondo religioso o comunque ad un trattamento inumano o degradante fondato su motivazioni a sfondo religioso, il giudice deve effettuare una valutazione sulla situazione interna del Paese di origine del richiedente, indagando espressamente l’esistenza di fenomeni di tensione a contenuto religioso, senza che in direzione contraria assuma decisiva rilevanza il fatto che il richiedente non si sia rivolto alle autorità locali o statuali per invocare tutela, potendo tale scelta derivare, in concreto, proprio dal timore di essere assoggettato ad ulteriori trattamenti persecutori o umanamente degradanti.

3. – Con il terzo mezzo è prospettata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), per aver la Corte territoriale errato nel negare la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento di detta forma di protezione sussidiaria, dovendosi ravvisare nel Senegal una situazione di grave pericolo per l’incolumità individuale.

3.1. – Il motivo è inammissibile.

Con esso non è impugnata la ratio decidendi della sentenza impugnata, la quale – sia pure sinteticamente – ha escluso la sussistenza dei presupposti di cui alla citata lett. c) in base alla valutazione di talune fonti informative. Il ricorrente avrebbe dovuto contrastare l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alle cd. fonti privilegiate, di cui del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, mediante riscontri precisi ed univoci sul fatto che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione, in violazione del cd. dovere di collaborazione istruttoria, sono state oggettivamente travisate, ovvero superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate (Cass. n. 4037/2020). La doglianza nulla di tutto ciò esibisce, ma si limita a postulare, in modo affatto generico, la sussistenza degli anzidetti presupposti.

4. – Con il quarto mezzo è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, errata applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per non aver la Corte territoriale riconosciuto come sussistenti i presupposti per detta forma di protezione, nonostante il grado di integrazione in Italia di esso richiedente e la situazione di rischio di compromissione dei suoi diritti fondamentali in caso di rimpatrio nel Senegal.

4.1. – Il motivo è assorbito dall’accoglimento del primo motivo, correlato alla domanda di protezione sussidiaria di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b).

5. – Va, dunque, accolto il primo motivo, devono essere rigettati i secondo e il terzo, mentre resta assorbito il quarto motivo.

La sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto e la causa rinviata alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, che provvederà anche alla regolamentazione delle spese del giudizio di legittimità.

PQM

accoglie il primo motivo di ricorso, rigetta il secondo e il terzo e dichiara assorbito il quarto motivo;

cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa alla Corte di appello di Roma, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 4 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 febbraio 2021

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