Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4906 del 15/02/2022

Cassazione civile sez. III, 15/02/2022, (ud. 13/12/2021, dep. 15/02/2022), n.4906

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 37834/2019 proposto da:

C.P.G., elettivamente domiciliato in Messina, Piazza

Francesco Maurolico, n. 7, presso lo studio dell’avv. Cristina

Bisignano, che lo rappresenta e difende.

– ricorrente –

contro

S.R., domiciliata in Messina, via San Leonardi, n. 16,

presso lo studio dell’avv. Giuseppe Forgianni, che la rappresenta e

difende.

– controricorrente –

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1.- S.R. è stata sottoposta a tre interventi di “cheratotomia radiale”, eseguiti tra il (OMISSIS) ed il (OMISSIS) dal Dott. C., al fine di eliminare la grave miopia da cui era affetta. Tuttavia, gli interventi, anziché migliorare, hanno peggiorato la vista della paziente, che ha quasi del tutto perso le sue capacità visive.

S.R. ha cosi convenuto in giudizio il Dott. C., davanti al Tribunale di Messina, ritenendolo responsabile del danno subito alla vista. Il medico si è costituito ed ha eccepito la prescrizione, per decorso del termine quinquennale, oltre che l’infondatezza nel merito della domanda, ritenendo di avere correttamente eseguito l’intervento.

2.- Il Tribunale di Messina, dopo una consulenza tecnica d’ufficio, ha ritenuto il medico responsabile del danno subito dalla paziente, essendo emerso che egli avrebbe dovuto effettuare un intervento di tipo diverso da quello prescelto, soprattutto in ragione delle condizioni della paziente, ed essendo altresì emerso che anche l’intervento prescelto non era stato correttamente eseguito.

Inoltre, ha qualificato come contrattuale la responsabilità del convenuto, con conseguente prescrizione decennale anziché, come da costui eccepito, quinquennale.

Questo accertamento, ed altresì la relativa ratio sulla prescrizione, sono stati confermati in appello.

3.- Il ricorso del medico, Dott. C.P., è basato su due motivi. S.R. si è costituita e ne ha chiesto il rigetto.

Le parti hanno depositato memorie. Il PM ha chiesto il rigetto del ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

4.- Con il primo motivo il ricorrente assume una violazione, per erronea interpretazione, sia dell’art. 2043 c.c., che della L. n. 289 del 2012, art. 3.

I giudici di merito, sia in primo che in secondo grado, hanno qualificato il rapporto tra la paziente ed il medico come di natura contrattuale, anche se il medico ha operato all’interno della struttura ospedaliera. Secondo il ricorrente, invece, in ragione della L. n. 289 del 2012, art. 3, quel rapporto era di tipo extracontrattuale, con conseguente prescrizione quinquennale del diritto al risarcimento, e questa qualificazione troverebbe conferma nella successiva L. n. 24 del 2017 (cd. Legge Gelli-Bianco), che, secondo il ricorrente, opera come legge di interpretazione autentica della precedente.

In sostanza la qualificazione fatta dal legislatore del 2012, in termini di responsabilità extracontrattuale del medico, quando la prestazione è eseguita in una struttura e con questa concordata, è vincolante, ed è stata erroneamente disattesa.

Il motivo è infondato.

p.- La questione è stata già affrontata da questa Corte, che ha innanzitutto escluso l’applicazione retroattiva della L. n. 24 del 2017 (Cass. 28994/2019), con la conseguenza che il caso è regolato dalla L. n. 289 del 2012, in relazione alla quale, è principio di diritto che “del D.L. 13 settembre 2012, n. 158, art. 3, comma 1, come modificato dalla Legge di Conversione 8 novembre 2012, n. 189, nel prevedere che “l’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”, fermo restando, in tali casi, “l’obbligo di cui all’art. 2043 c.c.”, non esprime alcuna opzione da parte del legislatore per la configurazione della responsabilità civile del sanitario come responsabilità necessariamente extracontrattuale, ma intende solo escludere, in tale ambito, l’irrilevanza della colpa lieve” (Cass. 8940/2014; 27391/2014).

Rispetto a queste prese di posizione va apportato un ulteriore chiarimento.

p.- Invero, la prestazione del medico in una struttura non perde la natura di prestazione avente fonte in un contratto solo perché di quel contratto il medico non risulta essere parte: la differenza di regime tra responsabilità contrattuale ed extracontrattuale (onere della prova, prescrizione, ambito dei danni risarcibili ecc.) ha il suo presupposto nella preesistenza di un obbligo che delimita l’impegno assunto, lo predetermina, e cosi incide sulle questioni implicate dall’inadempimento (prova, ammontare del risarcimento ecc.).

A ben vedere, il medico dipendente esegue pur sempre una prestazione concordata, sia pure da altri, e non si trova nella posizione tipica di chi agisce senza una preesistente obbligo. In un certo senso, la considerazione che il medico dipendente, pur non avendo concordato lui la prestazione, ne esegue comunque una già pattuita (tra paziente e struttura sanitaria) era stata la ragione della dottrina del contatto sociale, la quale, pur prendendo atto che un contratto formalmente non v’e’ tra medico e paziente, dava rilievo alla circostanza che comunque il medico esegue una prestazione il cui contenuto è predeterminato, allo stesso modo che in ogni pattuizione contrattuale.

Del resto, della successiva L. n. 24 del 2017, art. 7, comma 1, considera il medico che opera per conto della struttura sanitaria come un ausiliario o dipendente ai sensi dell’art. 1228 c.c., il che è indicazione verso la strumentale condotta dell’ausiliario, nel senso che costui adempie ad una obbligazione assunta dal preponente, e quindi esegue una prestazione che ha fonte nel contratto: che questo sia stato stipulato da altri non rileva, la preesistenza della prestazione consente il calcolo tipico della responsabilità contrattuale (ambito dell’inadempimento, danni prevedibili, ecc.).

5.- Con il secondo motivo il ricorrente lamenta violazione dell’art. 2909 c.c. e dell’art. 12 preleggi.

p.- La tesi del ricorrente è che, da un lato, la Corte di Appello ha ritenuto che la condotta del medico è stata causa del danno basandosi su una valutazione neanche probabilistica, e dunque niente affatto attendibile, quanto piuttosto violando il criterio probabilistico assunto a modello di accertamento del nesso causale.

Questo errore sarebbe peraltro rilevante in quanto relativo alla maggiore o minore efficacia del trattamento prescelto rispetto a quello che avrebbe dovuto effettuarsi (p. 9): quanto a questa circostanza – errore nella scelta del trattamento – la Corte di Appello avrebbe deciso senza che fosse emerso che quel trattamento ha influito sul danno con un grado di probabilità rilevante.

In secondo luogo, ritiene il ricorrente che la Corte di merito non ha dato alcun rilievo, come invece avrebbe dovuto, alla preesistenza di concause che hanno influito sul danno, perlomeno quanto al suo ammontare.

Il motivo è infondato.

p.- Se è vero che non mira ad una diversa ricostruzione del fatto, come eccepisce la controricorrente, tuttavia è privo comunque di fondatezza in quanto i giudici di merito hanno stimato, sulla scorta della relazione peritale, non già come probabile, ma come certo che la scelta di quel metodo di intervento anziché di un altro ha influito sul danno alla paziente, cosi che non v’e’ erronea applicazione del concetto di probabilità rilevante (p. 10-11 della sentenza).

Ed anche quanto alla rilevanza delle concause, non è fondato eccepire che non v’e’ stata alcuna attenzione dei giudici verso questo dato, che invece risulta oggetto di attenzione da parte dei giudici di merito: “l’asserita mancata considerazione delle condizioni pregresse risulta, invece, smentita dalla valutazione del quadro clinico oculistico presente prima dell’intervento, che risulta effettuata dai cc.tt.uu.” (p. 11).

Ovvio, poi, che questi accertamenti – la probabilità del nesso di causa e l’incidenza delle concause – sono accertamenti in fatto qui non censurabili.

6.- Il ricorso va dunque respinto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento della somma di 5000,00 Euro di spese, oltre 200,00 Euro di spese generali. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, la Corte dà atto che il tenore del dispositivo è tale da giustificare il pagamento, se dovuto e nella misura dovuta, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, il 13 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2022

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