Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4883 del 01/03/2018


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Civile Sent. Sez. L Num. 4883 Anno 2018
Presidente: MANNA ANTONIO
Relatore: LORITO MATILDE

SENTENZA

sul ricorso 2015-2016 proposto da:
INCENTIVE HOUSE CONVENTO SAN GIUSEPPE S.R.L., in
persona del

legale

rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PAOLA
FALCONIERI, 100, presso lo studio dell’avvocato PAOLA
FIECCHI, rappresentata e difesa dall’avvocato GIUSEPPE
2017

MACCIOTTA, giusta delega in atti;
– ricorrente-

4285
contro

MANCA GIANCARLO, elettivamente domiciliato in ROMA,
CORSO VITTORIO EMANUELE II 326, presso lo studio

Data pubblicazione: 01/03/2018

dell’avvocato CLAUDIO SCOGNAMIGLIO, che lo rappresenta
e difende unitamente agli avvocati PIER GIORGIO
CORRIAS, MASSIMO CORRIAS, giusta delega in atti;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 312/2015 della CORTE D’APPELLO

udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 07/11/2017 dal Consigliere Dott. MATILDE
LORITO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. GIANFRANCO SERVELLO che ha concluso per
inammissibilità o in subordine rigetto;
udito l’Avvocato PAOLA FIECCHI per delega verbale
Avvocato GIUSEPPE MACCIOTTA;
udito l’Avvocato VINCENZO PORCELLI per delega Avvocato
CLAUDIO SCOGNAMIGLIO.

di CAGLIARI, depositata il 14/07/2015 R.G.N. 2/2015;

n. r.g. 2015/2016

FATTI DI CAUSA

Nel pervenire a tali conclusioni la Corte distrettuale, all’esito dello scrutinio
del materiale probatorio acquisito, dopo aver rimarcato che il recesso
datoriale era stato intimato per avere il lavoratore simulato lo stato di
malattia iniziato il 4/8/2010, ha ritenuto che fosse stato motivato
esclusivamente dall’intento ritorsivo della parte datoriale avverso il diniego
del Manca di rassegnare le proprie dimissioni, alle quali era stato indotto
dalla società, onde porre fine al rapporto di lavoro inter partes, ormai
significativamente deteriorato.
Avverso tale decisione la società interpone ricorso per cassazione affidato a
quattro motivi.
Resiste Giancarlo Manca con controricorso successivamente illustrato da
memoria ex art.378 c.p.c..
RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Il Collegio ha autorizzato la stesura di motivazione semplificata ai sensi
del decreto del Primo Presidente in data 14/9/2016.
1.1. Con il primo e il secondo motivo si denuncia violazione e falsa
applicazione dell’art.115 comma 1 c.p.c. nonché dell’art.2729 c.c. in
relazione all’art.360 comma primo n.3 c.p.c..
Si critica la sentenza impugnata per il malgoverno del materiale istruttorio,
avendo la Corte di merito posto a fondamento della decisione in ordine alla
natura ritorsiva del licenziamento, dati non acquisiti agli atti. Si deduce in
particolare che l’assunto secondo cui il recesso era stato motivato da una
reazione della parte aziendale al rifiuto del Manca di aderire ad una
proposta transazione relativa alle questioni, anche di natura economica,
insorte in relazione al rapporto di lavoro inter partes, e tradottasi in una
serie di condotte volte ad indurre il dipendente alle dimissioni, era smentito
per tabulas. Diversamente da quanto argomentato dalla Corte, nel periodo
considerato il ricorrente era stato regolarmente retribuito, come desumibile
dalla documentazione versata in atti. Inoltre le testimonianze richiamate
nella pronuncia a conferma della richiesta della società di restituire
l’appartamento fornitogli in comodato, erano risultate smentite da diverse
1

La Corte d’appello di Cagliari confermava la pronuncia del giudice di prima
istanza che aveva dichiarato nullo, per il suo carattere ritorsivo, il
licenziamento intimato per giusta causa in data 25/9/2010 dalla Incentive
House Convento san Giuseppe s.r.l. nei confronti di Giancarlo Manca, e
condannato la società alla reintegra di quest’ultimo nel posto di lavoro.

n. r.g. 2015/2016

deposizioni testimoniali che erroneamente non erano state considerate dai
giudici del gravame.

2. Con il terzo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione
dell’art.2697 comma 1 c.c. ex art.360 comma primo n.3 c.p.c.. Si deduce
che l’intento ritorsivo sotteso al licenziamento, non sia stato in alcun modo
dimostrato dal lavoratore, dovendo ritenersi del tutto inesistente se solo si
considera che risultava intimato a distanza di sei mesi dal rifiuto della
proposta di risoluzione del rapporto.
3. Il quarto motivo prospetta violazione e falsa applicazione dell’art.115116 comma 1 c.p.c. nonché dell’art.2110 c.c. in relazione all’art.360 comma
primo n.3 c.p.c.. Si ribadisce che, diversamente da quanto argomentato dai
giudici del gravame, lo stato patologico in cui versava il ricorrente era da
ritenersi simulato. Tanto era desumibile dalla circostanza che il Manca
aveva anticipato, già dieci giorni prima di assentarsi, l’intento di porsi in
stato di malattia, che non poteva ritenersi dimostrata dalla documentazione
fiscale prodotta.
4. I motivi, la cui trattazione congiunta è consentita dalla connessione che li
connota, vanno disattesi.
Va osservato che i rilievi formulati dal ricorrente, riferiti a vizi prospettati
come violazione di legge, sono volti, essenzialmente, a sindacare un
accertamento di fatto condotto dal giudice del merito, che ha portato lo
stesso a ritenere dimostrata, alla stregua delle circostanze di fatto riferite
dai testi escussi e dai dati documentali acquisiti agli atti, la effettività dello
stato patologico in cui versava il Manca – verificata anche alla stregua della
visita di controllo svolta dal medico fiscale e di certificazioni rese da istituto
di cura psichiatrico — ed il carattere ritorsivo del recesso.
A tale ricostruzione il ricorrente ne contrappone una difforme, non
censurando puntualmente quella effettuata in sentenza, ma proponendo
una diversa valorizzazione degli elementi probatori raccolti, peraltro senza
specificamente riportare per esteso il testo dei documenti il cui contenuto
sarebbe stato erroneamente valutato (vedi buste paga sottoscritte dal
Manca, modelli CUD) e dai quali sarebbe desumibile l’integrale
soddisfazione delle pretese di natura retributiva avanzate dal lavoratore,
che smentirebbero l’assunto posto a base della pronuncia impugnata,
2

In definitiva, gli approdi ai quali era pervenuta la Corte distrettuale erano
da ritenersi fondati su risultanze fattuali diverse da quelle allegate, e
comunque “imprecise, e certamente non gravi e concordanti”.

n. r.g. 2015/2016

La quaestio facti rilevante in causa è stata, poi, trattata in conformità ai
criteri valutativi di riferimento, pur pervenendo il giudice del gravame a
conclusioni opposte a quelle indicate da parte ricorrente, osservandosi al
riguardo che, in tema di ricorso per cassazione, l’allegazione di un’erronea
ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è
esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica
valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di
legittimità, sotto l’aspetto del vizio di omesso esame di un fatto decisivo
oggetto di discussione tra le parti.
5. Il discrimine tra le distinte ipotesi di violazione di legge in senso proprio
a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero
erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria
ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato dal fatto che solo
quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata
valutazione delle risultanze di causa (vedi Cass. 11/1/2016 n.195, Cass.
16/7/2010 n. 16698).
E l’ipotesi considerata rientra certamente nel paradigma da ultimo delineato
in quanto i motivi tendono a conseguire – per il tramite della violazione
dell’art. 115 c.p.c. – una rivisitazione degli approdi ermeneutici ai quali è
pervenuta la Corte, che, per quanto sinora detto, si palesa inammissibile in
questa sede di legittimità, anche alla luce dell’art.360 comma primo n.5
c.p.c. nella versione di testo applicabile ratione temporis, di cui alla novella
del d.l. 22/6/12 n.83 conv. in 1.7/8/12 n.134.
Nella interpretazione resa dai recenti arresti delle Sezioni Unite di questa
Corte, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art.12 delle preleggi (vedi
Cass. S.U. 7/4/2014 n.8053), la disposizione va letta in un’ottica di
riduzione al minimo costituzionale del sindacato di legittimità sulla
motivazione.
Scompare, quindi, nella condivisibile opinione espressa dalla Corte, il
controllo sulla motivazione con riferimento al parametro della sufficienza,
ma resta quello sull’esistenza (sotto il profilo dell’assoluta omissione o della
mera apparenza) e sulla coerenza (sotto il profilo della irriducibile
contraddittorietà e dell’illogicità manifesta) della motivazione, ossia con
riferimento a quei parametri che determinano la conversione del vizio di

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secondo cui il mancato pagamento delle retribuzioni sarebbe stato motivato
dall’intento di provocare le dimissioni del lavoratore.

n. r.g. 2015/2016

motivazione in vizio di violazione di legge, sempre che il vizio emerga
immediatamente e direttamente dal testo della sentenza impugnata.

6. Applicando i suddetti principi alla fattispecie qui scrutinata, non può
prescindersi dal rilievo che lo specifico iter motivazionale seguito dai giudici
dell’impugnazione non risponde ai requisiti dell’assoluta omissione, della
mera apparenza ovvero della irriducibile contraddittorietà e dell’illogicità
manifesta, che avrebbero potuto giustificare l’esercizio del sindacato di
legittimità.
A fondamento del decisum la Corte ha infatti argomentato da, un canto,
che lo stato morboso in cui versava il Manca non era simulato, sulla scorta
di dati obiettivi e di logiche considerazioni che muovevano dall’intento
manifesto del lavoratore, di continuare nello svolgimento della attività alle
dipendenze della società, così escludendosi la ricorrenza della giusta causa
di licenziamento; dall’altro, che il quadro probatorio delineato era univoco
nel senso di collegare l’atto di recesso datoriale, al rifiuto da parte del
dipendente, di accettare una transazione delle questioni economiche
inerenti al pregresso rapporto di lavoro, così configurandosi l’intento
ritorsivo che lo ispirava.
In definitiva, alla stregua delle superiori argomentazioni il ricorso è
respinto.
Per il principio della soccombenza, le spese del presente giudizio si pongono
a carico della ricorrente nella misura in dispositivo liquidata.
Si dà atto, infine, della sussistenza delle condizioni richieste dall’art. 13
comma 1 quater del d.p.r. 115 del 2002, per il versamento da parte
ricorrente, a titolo di contributo unificato, dell’ulteriore importo pari a quello
versato per il ricorso.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente il pagamento delle spese
del presente giudizio che liquida in euro 200,00 per esborsi ed euro
4.000,00 per compensi professionali oltre spese generali al 15% ed
accessori di legge.

4

Il controllo previsto dal nuovo n.5) dell’art.360 cod. proc. civ. concerne,
dunque, l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui
esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia
costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo.

n. r.g. 2015/2016

Ai sensi dell’art.13 comma 1 quater d.p.r. n.115 del 2002, dà atto della
sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente,
dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto
per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art.13.
Così deciso in Roma il 7 novembre 2017.

71;

il unzionario Giudiziario
tt. Giovanni R

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CORTE SUPREMA DI
IV Sezione

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Il Presidente

Il Consigliere estensore

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