Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4864 del 15/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 15/02/2022, (ud. 02/12/2021, dep. 15/02/2022), n.4864

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LEONE Margherita Maria – Presidente –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – rel. Consigliere –

Dott. BUFFA Francesco – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13474-2020 proposto da:

F.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DI VILLA

MASSIMO, 21, presso lo studio dell’avvocato ANGELO SALVI,

rappresentata e difesa dall’avvocato MARIA ANTONIETTA LATELA;

– ricorrente –

contro

ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE;

– intimato –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE della PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, in proprio e quale procuratore

speciale della Società di Cartolarizzazione dei Crediti INPS,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso lo

studio dell’avvocato ANTONIETTA CORETTI, che lo rappresenta e

difende unitamente agli avvocati LELIO MARITATO, ANTONINO SGROI,

CARLA D’ALOISIO, EMANUELE DE ROSE;

– ricorrente del ricorso successivo –

contro

F.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DI VILLA

MASSIMO, 21, presso lo studio dell’avvocato ANGELO SALVI,

rappresentata e difesa dall’avvocato MARIA ANTONIETTA LATELA;

– controricorrente al ricorso successivo –

avverso la sentenza n. 2073/2019 della CORTE D’APPELLO di BARI,

depositata il 09/10/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 02/12/2021 dal Consigliere Relatore Dott. DANIELA

CALAFIORE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

la Corte d’appello di Bari, con sentenza n. 2073 del 2019, ha parzialmente accolto, limitatamente all’obbligo di iscrizione per l’anno 2009, l’appello proposto dall’INPS avverso la pronuncia di primo grado che aveva dichiarato l’Avv. F.R., professionista iscritta all’albo degli avvocati ma non alla Cassa forense, non tenuta ad iscriversi presso la Gestione separata dell’INPS in relazione agli anni 2009 e 2010;

la Corte, in particolare, ha ritenuto che, sebbene non potesse in linea generale dubitarsi dell’obbligatorietà dell’iscrizione alla Gestione separata per gli esercenti la professione di avvocato che non fossero tenuti a iscriversi presso la Cassa forense, l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata presupponeva pur sempre la produzione da parte del professionista di un reddito superiore alla soglia di Euro 5.000,00, ai sensi del D.L. n. 269 del 2003, art. 44, (conv. con L. n. 326 del 2003), della cui occorrenza, nel caso di specie, era stata data prova per l’anno 2010 e non per l’anno 2009;

avverso tali statuizioni ha proposto ricorso per cassazione l’avvocata F.R., con ricorso basato su tre motivi successivamente illustrato da memoria;

l’INPS, con proprio ricorso, ha pure impugnato la medesima sentenza deducendo un unico motivo di censura,

la proposta del relatore è stata comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza non partecipata.

Diritto

CONSIDERATO

che:

preliminarmente deve darsi atto che i due ricorsi per cassazione sono stati riuniti in quanto relativi alla medesima sentenza (art. 335 c.p.c.); inoltre, (Cass. n. 1621 del 2014; Cass. n. 26723 del 2011) il principio dell’unicità del processo di impugnazione contro una stessa sentenza comporta che, una volta avvenuta la notificazione della prima impugnazione, tutte le altre debbono essere proposte in via incidentale nello stesso processo e perciò, nel caso di ricorso per cassazione, con l’atto contenente il controricorso. Tuttavia quest’ultima modalità non può considerarsi essenziale, per cui ogni ricorso successivo al primo si converte, indipendentemente dalla forma assunta e ancorché proposto con atto a sé stante, in ricorso incidentale, la cui ammissibilità è condizionata al rispetto del termine di quaranta giorni risultante dal combinato disposto degli artt. 370 e 371 c.p.c., indipendentemente dai termini (l’abbreviato e l’annuale) di impugnazione in astratto operativi;

nel caso di specie, il ricorso proposto dall’avvocata F., notificato il (OMISSIS), deve ritenersi ricorso principale, mentre quello dell’INPS, notificato il (OMISSIS) e dunque nel termine previsto dagli artt. 370 e 371 c.p.c., va qualificato come ricorso incidentale;

con il primo motivo del ricorso principale, l’avvocata F. denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4., la violazione dell’art. 112 c.p.c., perché la sentenza impugnata non ha pronunciato sull’eccezione proposta in via subordinata relativamente alla prescrizione dei contributi relativi all’anno 2010, che, si sarebbe perfezionata alla data di notifica della richiesta di pagamento ((OMISSIS)), in assenza di situazioni integranti il dolo di cui all’art. 2941 c.c., n. 8, e considerando la decorrenza del relativo termine dal giorno in cui i contributi si sarebbero dovuti versare ((OMISSIS), ai sensi del D.Lgs. n. 241 del 1997, art. 18, comma 4, e del D.M. n. 435 del 2001);

con il secondo motivo, la ricorrente principale, invocando la previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1 n. 5) c.p.c., pone la stessa questione indicando il fatto storico del decorso del tempo come sopra descritto, quale fatto estintivo del credito non considerato dalla motivazione della sentenza impugnata;

con il terzo motivo di ricorso, la ricorrente principale si duole, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, della violazione e falsa applicazione della L. n. 388 del 2000, art. 116, comma 8, ritenendosi erroneo l’aver ritenuto l’avvocata F. tenuta al pagamento delle sanzioni civili calcolate dall’Inps secondo il regime dell’evasione contributiva e non quello della omissione;

con l’unico motivo del ricorso incidentale, l’INPS, relativamente ai contributi dovuti per l’anno 2009, denuncia la violazione di legge sull’interpretazione del D.L. n. 269 del 2003, art. 44, comma 2, in ragione del valore presuntivo assoluto di insussistenza dei presupposti necessari a perfezionare l’obbligo di iscrizione assegnato all’accertamento del mancato superamento della soglia di reddito di 5.000 Euro;

i primi due motivi del ricorso principale, da trattare congiuntamente, sono fondati;

la ricorrente, soddisfacendo l’onere di specificità che incombe sulla parte che intende far valere il vizio di omessa pronuncia (si veda sul punto, fra le altre, Cass. n. 28072 del 2021; Cass. n. 15367 del 2014) ha provato che il tema della prescrizione dei contributi pretesi per l’anno 2010, ritenuto assorbito dal giudice di primo grado, era stato devoluto al giudizio d’appello;

occorre inoltre considerare che, nella materia previdenziale, il regime della prescrizione già maturata è differente rispetto alla materia civile, in quanto è sottratto alla disponibilità delle parti, secondo un principio fissato dalla L. n. 335 del 1995, art. 3 comma 9, valevole per ogni forma di assicurazione obbligatoria e che, in base alla citata L., art. 3 comma 10, sì applica anche per i contributi prescritti prima dell’entrata in vigore della medesima legge, cosicché la prescrizione, avente efficacia estintiva, opera di diritto e può essere rilevata anche d’ufficio dal giudice (v. Cass. n. 9865 del 2019; n. 21830 del 2014; n. 27163 del 2008; n. 23116 del 2004; n. 330 del 2002);

si è precisato che il generale potere-dovere di rilievo d’ufficio delle eccezioni, facente capo al giudice, si traduce nell’attribuzione di rilevanza, ai fini della decisione di merito, a determinati fatti, purché tali fatti modificativi, impeditivi o estintivi risultino legittimamente acquisiti al processo e provati (v. Cass. n. 20317 del 2019; Cass. n. 27405 del 2018);

nel caso di specie, risultavano ex actis gli elementi necessari ai fini dell’esercizio del potere dovere di rilievo d’ufficio dell’eventuale prescrizione dei contributi oggetto dell’avviso di addebito opposto, questione su cui la Corte di merito nulla ha statuito;

la sentenza impugnata va dunque cassata e rinviata al giudice del merito perché effettui il relativo accertamento;

il terzo motivo, relativo al regime sanzionatorio eventualmente applicabile all’inadempimento contributivo, resta assorbito;

l’unico motivo del ricorso incidentale proposto dall’INPS è fondato;

Cass. n. 4419 del 2021 ed altre numerose conformi, hanno affermato il principio secondo il quale, in materia previdenziale, sussiste l’obbligo di iscrizione alla gestione separata di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, nell’ipotesi di percezione di reddito derivante dall’esercizio abituale, ancorché non esclusivo, ed anche occasionale, ove il reddito superi la soglia di Euro 5.000 il D.L. n. 269 del 2003, ex art. 44, comma 2, di un’attività professionale per la quale è prevista l’iscrizione ad un albo o ad un elenco (tale obbligo venendo meno solo se il reddito prodotto è già integralmente oggetto di obbligo assicurativo gestito dalla cassa di riferimento), restando fermo che il requisito dell’abitualità – da apprezzarsi nella sua dimensione di scelta “ex ante” del libero professionista e non invece come conseguenza “ex post” desumibile dall’ammontare del reddito prodotto – deve essere accertato in punto di fatto, mediante la valorizzazione di presunzioni ricavabili, ad es., dall’iscrizione all’albo, dall’accensione della partita IVA o dall’organizzazione materiale predisposta dal professionista a supporto della sua attività, potendo la percezione di un reddito annuo di importo inferiore alla predetta soglia rilevare quale indizio – da ponderare adeguatamente con gli altri che siano stati acquisiti al processo – per escludere in concreto la sussistenza del requisito in questione;

in particolare, ricostruendo la portata precettiva della L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, per come autenticamente interpretato dal D.L. n. n. 98 del 2011, art. 18, comma 12, (conv. con L. n. 111 del 2011), si è ribadito, sulla scorta di Cass. S.U. n. 3240 del 2010, che l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata è genericamente rivolto a chiunque percepisca un reddito derivante dall’esercizio abituale (ancorché non esclusivo) ed anche occasionale (oltre la soglia monetaria indicata nel D.L. n. 269 del 2003, art. 44, comma 2, conv. con L. n. 326 del 2003) di un’attività professionale per la quale è prevista l’iscrizione ad un albo o ad un elenco, tale obbligo venendo meno solo se il reddito prodotto dall’attività professionale predetta è già integralmente oggetto di obbligo assicurativo gestito dalla cassa di riferimento (così, espressamente, Cass. n. 32167 del 2018, in motivazione, cui hanno dato continuità, tra le numerose, Cass. n. 519 del 2019, Cass. n. 317 del 2020 e Cass. n. 1827 del 2020, Cass. n. 477 del 2021 e Cass. n. 478 del 2021). E trattasi di affermazione che discende agevolmente dalla lettura del combinato disposto della L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, e del D.L. n. 269 del 2003, art. 44, entrambi cit., il primo dei quali, per quanto qui rileva, prevede l’obbligatorietà dell’iscrizione a carico dei “soggetti che esercitino, per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo, di cui al testo unico delle imposte sui redditi, approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni ed integrazioni. art. 49, comma 1”, mentre il secondo, a decorrere dal 1 gennaio 2004, estende tale obbligo anche ai “soggetti esercenti attività di lavoro autonomo occasionale (…) solo qualora il reddito annuo derivante da dette attività sia superiore ad Euro 5.000”;

dirimente e’, insomma, il modo in cui è svolta l’attività libero-professionale, se in forma abituale o meno; e se nell’accertamento di fatto di tale requisito ben possono rilevare le presunzioni ricavabili, ad es., dall’iscrizione all’albo, dall’accensione della partita IVA o dall’organizzazione materiale predisposta dal professionista a supporto della sua attività, non è meno vero che trattasi pur sempre di forme di praesumptio hominis, che non impongono all’interprete conclusioni indefettibili, ma semplici regole di esperienza per risalire al fatto ignoto da quello noto;

tali regole di esperienza non si irrigidiscono in virtù della normazione positiva dettata dal D.Lgs. n. 276 del 2003, artt. 61 e 69-bis, così da trapassare nel campo della presunzione legale;

resta piuttosto da osservare che, una volta chiarito che il requisito dell’abitualità dev’essere accertato in punto di fatto, valorizzando all’uopo le presunzioni ricavabili ad es. dall’iscrizione all’albo, dall’accensione della partita IVA o dall’organizzazione materiale predisposta dal professionista a supporto della sua attività, la percezione da parte del libero professionista di un reddito annuo di importo inferiore a Euro 5.000,00 può semmai rilevare quale indizio da ponderare adeguatamente con gli altri che siano stati acquisiti al processo – per escludere che, in concreto, l’attività sia stata svolta con carattere di abitualità. Fermo restando, ovviamente, che l’abitualità di cui si discute dev’essere apprezzata nella sua dimensione di scelta ex ante del libero professionista, coerentemente con la disciplina ch’e’ propria delle gestioni dei lavoratori autonomi, e non invece come conseguenza ex post desumibile dall’ammontare di reddito prodotto, dal momento che ciò equivarrebbe a tornare ad ancorare il requisito dell’iscrizione alla Gestione separata alla produzione di un reddito superiore alla soglia di cui al D.L. n. 269 del 2003, cit., art. 44, che invece, come detto, rileva ai fini dell’assoggettamento a contribuzione di attività libero-professionali svolte in forma occasionale;

nella specie, la Corte territoriale ha desunto l’assenza dell’obbligo di iscrizione alla gestione separata solo in relazione al contenuto del reddito prodotto, senza accertare – a monte – se l’attività fosse abituale o occasionale;

la sentenza impugnata deve dunque essere cassata con rinvio della causa alla medesima corte d’appello in diversa composizione, per un nuovo esame ed anche per le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi due motivi del ricorso principale proposto da F.R. e dichiara assorbito il terzo motivo; accoglie il ricorso incidentale proposto dall’INPS, cassa la sentenza impugnata quanto ai motivi accolti, e rinvia la causa alla Corte d’appello di Bari in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 2 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2022

 

 

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