Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4858 del 01/03/2018


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 4858 Anno 2018
Presidente: AMENDOLA ADELAIDE
Relatore: SCRIMA ANTONIETTA

ORDINANZA
sul ricorso 27331-2016 proposto da:
CARSILOS SRL, in persona del legale rappresentante, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA LUIGI SETTEMBRINI 28, presso lo studio
dell’avvocato ANDREA DE PETRIS, che la rappresenta e difende;
– ricorrente contro
TOGA SRL, in persona del liquidatore, elettivamente domiciliata in
ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 4, presso lo studio dell’avvocato MARCO
FEDERICI, rappresentata e difesa dagli avvocati GIACOMO
FRANCESCO SACCOMANNO, ROSA ANNA SACCOMANNO;
– con troricorrente avverso la sentenza n. 5917/2016 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 6/10/2016;

Data pubblicazione: 01/03/2018

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non
partecipata del 20/09/2017 dal Consigliere Dott. ANTONIETTA
SCRIMA.
FATTI DI CAUSA
Il Tribunale di Civitavecchia, con sentenza n. 527/2011, emessa

dichiarò cessata la materia del contendere in relazione alle domande
proposte dall’attrice e volte all’accertamento della risoluzione della
convenzione per l’utilizzo degli spazi uso parcheggio per effetto della
clausola risolutiva espressa o alla risoluzione della detta convenzione
per grave inadempimento della convenuta, con condanna al rilascio
dell’area e al risarcimento dei danni; accolse, invece, la domanda
riconvenzionale proposta dalla convenuta e condannò, pertanto, la
Carsilos S.r.l. al pagamento di euro 50.000,00, a titolo di risarcimento
dei danni subiti quale conseguenza delle inadempienze agli obblighi
contrattuali, per non aver concesso l’erogazione dell’acqua e
dell’energia elettrica, per non aver circoscritto l’area destinata a
parcheggio e per non aver comunicato gli orari di apertura del
piazzale né consentito l’accesso anche in orari diversi.
Carsilos S.r.l. propose appello avverso tale sentenza, chiedendo
che, in riforma della stessa, fosse dichiarata cessata la materia del
contendere tra le parti con riferimento a tutte le domande e, quindi,
anche alla domanda riconvenzionale.
La società appellata contestò la fondatezza dei motivi di gravame
e chiese il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza
impugnata.
La Corte di appello di Roma, con sentenza pubblicata il 6 ottobre
2016, rigettò l’impugnazione proposta e compensò per intero tra le
parti le spese di giudizio.
Avverso la sentenza della Corte di merito Carsilos S.r.l. ha
proposto ricorso per cassazione basato su due motivi e illustrato da

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nel giudizio instaurato da Carsilos S.r.l. nei confronti di Toga S.r.l.,

memoria, cui ha resistito Toga S.r.l., in persona del liquidatore, con
controricorso.
La proposta del relatore è stata comunicata agli avvocati delle
parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di
consiglio, ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ..

1.

Il Collegio ha disposto la redazione dell’ordinanza con

motivazione semplificata.
2. Con il primo motivo, rubricato «Violazione degli artt. 116 c.p.c,
210 c.p.c, art. 2697 c.c. (art. 360 n. 3 c.p.c)», la ricorrente deduce
che la Corte territoriale, dopo aver preso atto che nel giudizio di
primo grado era stata depositata dalla Carsilos S.r.l. una scrittura
privata sottoscritta successivamente all’inizio della causa, ha rigettato
l’appello proposto dalla già indicata società (che aveva basato
l’impugnazione su quel documento e chiesto la cessazione della
materia del contendere) a causa della mancanza/ nel fascicolo / di tale
atto.
Assume la ricorrente che la mancanza dell’atto in parola
(«”scomparso” dopo le comparse conclusionali e di replica») non
sarebbe dipesa da fatto ad essa attribuibile, sicché la Corte di merito
avrebbe dovuto rimettere la causa sul ruolo per acquisire copia del
documento non rinvenuto, anche ai sensi dell’art. 210 cod. proc. civ.,
ovvero decidere comunque la causa accogliendo la domanda
nonostante la mancanza nel fascicolo dell’atto in parola, essendo
sufficienti a motivare una siffatta decisione le frasi della scrittura
privata «trascritte o menzionate nell’atto di impugnazione e mai
contestate» dalla Toga S.r.l..
2.1. Il motivo è infondato.
Ed invero questa Corte ha più volte affermato, anche di recente, il
principio, che va ribadito in questa sede, secondo cui il mancato

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RAGIONI DELLA DECISIONE

rinvenimento nel fascicolo di parte, al momento della pronuncia della
causa, dei documenti su cui la parte assume di aver basato la propria
pretesa in giudizio, non preclude al giudice di secondo grado di
decidere sul gravame, ove non risulti lo smarrimento del fascicolo e la
formale richiesta di ricostruzione del medesimo (Cass. 27/06/2016, n.

Cass. 20/12/2004, n. 23598).
Sulla

base

dell’orientamento

giurisprudenziale

richiamato,

l’appellante avrebbe quindi dovuto, prima che la causa fosse assunta
in decisione, far rilevare la mancanza dell’atto in parola nel proprio
fascicolo di parte, allegandone l’avvenuto incolpevole smarrimento e
chiedendo, conseguentemente, di disporre le opportune ricerche in
Cancelleria e, se del caso, di essere autorizzato al nuovo deposito, in
modo da assicurare alla Corte d’appello la disponibilità dei documenti
in funzione della decisione.
Non risulta, invece, che l’appellante abbia posto in essere tale
condotta processuale, con la conseguenza che legittimamente la
Corte territoriale ha deciso il gravame sulla base dei documenti
rinvenuti in atti, evidenziandosi, peraltro che l’affermazione della
ricorrente secondo cui l’atto in questione sarebbe «”scomparso” dopo
le comparse conclusionali e di replica» è del tutto priva di riscontri.
2.1. A quanto precede va aggiunto che, secondo l’orientamento di
questa Corte, al quale il Collegio intende dare continuità in questa
sede, se, al momento della decisione della causa, risulti la mancanza
di taluni atti da un fascicolo di parte, il giudice è tenuto a disporne la
ricerca o, eventualmente, la ricostruzione, solo se sussistano elementi
per ritenere che tale mancanza sia involontaria, ovvero dipenda da
smarrimento o sottrazione. Qualora, pur in presenza di tali elementi,
il giudice ometta di disporre la ricerca o la ricostruzione degli atti
mancanti, tale omissione può tradursi in un vizio della motivazione,
ma la parte che intenda censurare un siffatto vizio in sede di

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13218; Cass. 19/05/2010, n. 12250; Cass. 15/05/2007, n. 11196;

legittimità ha l’onere di richiamare nel ricorso il contenuto dei
documenti dispersi e dimostrarne la rilevanza ai fini di una decisione
diversa (Cass. 28/06/2017, n. 16212; Cass. 3/07/2008, n. 18237).
Nella specie, tuttavia, la ricorrente – che peraltro non ha neppure
lamentato vizi motivazionali, espressamente veicolando le sue

riportato soltanto alcuni brani estrapolati dall’atto in questione, non
idonei, di per sé, a supportare la tesi della ricorrente, omettendo di
trascrivere nel ricorso il testo integrale di tale atto, il cui contenuto,
come pure evidenziato dalla Corte territoriale nella sentenza
impugnata, è stato diversamente inteso dalle parti (v. sentenza p. 5).
Infine, la ricorrente neppure ha riportato nel ricorso gli atti di
controparte da cui possa desumersi la invocata non contestazione ex
adverso (Cass. 18/07/2007, n. 15961).
3. Con il secondo motivo, rubricato «Violazione di norme di diritto
(artt. 2697 c.c. e 112 c.p.c.) (art. 360 n. 3 c.p.c)», la ricorrente
lamenta che la Corte di merito abbia «rigettato il motivo di
impugnazione riguardante la pronuncia di condanna al risarcimento
dei danni in favore della Soc. Ioga, facendo ricorso al criterio
equitativo di liquidazione ex art. 1226 c.p.c.

[recte cod. civ.]», in

ragione del fatto che tale motivo di impugnazione non sarebbe stato
«espresso» nelle conclusioni così come precisate nel giudizio di
appello.
Assume la ricorrente che tale rilievo sarebbe stato effettuato non
su eccezione della controparte ma d’ufficio, sicché la Corte di merito
sarebbe incorsa nel vizio di ultrapetizione, e che ai fini
dell’interpretazione della volontà della parte contenuta nelle
conclusioni dovrebbe tenersi conto non solo delle «precise parole» ma
anche e soprattutto delle «motivazioni che precedono e sorreggono le
conclusioni medesime». A tale ultimo riguardo Carsilos S.r.l. sostiene
che, nell’atto di appello, si sarebbe soffermata sulle ragioni del

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censure ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ. – ha

dedotto vizio di motivazione della sentenza impugnata e, nella
comparsa conclusionale, dopo aver ribadito l’errore in cui sarebbe
incorso il Tribunale nel dichiarare il danno in via equitativa, avrebbe
insistito nel totale accoglimento «della domanda di cessazione della
intera materia del contendere e, in subordine, per il rigetto della

3.1. Il motivo è, in parte, inammissibile, per difetto di specificità,
non essendo stato riportato il tenore testuale del motivo di appello cui
si riferisce il mezzo all’esame (arg. ex Cass. 8/06/2016, n. 11738;
13/05/2016, n. 9888; Cass. 30/09/2015, n. 19410; Cass.
10/01/2012, n. 86), ed in parte infondato, perché spetta al giudice
interpretare la volontà della parte appellante, a prescindere da
eventuali eccezioni della controparte al riguardo.
A quanto precede va, comunque, aggiunto, per mera
completezza, che il potere di liquidare il danno in via equitativa,
conferito al giudice dagli artt. 1226 e 2056 cod. civ., costituisce
espressione del più generale potere di cui all’art. 115 cod. proc. civ.
ed il suo esercizio rientra nella discrezionalità del giudice di merito,
senza necessità della richiesta di parte, dando luogo ad un giudizio di
diritto caratterizzato dalla cosiddetta equità giudiziale correttiva od
integrativa, con l’unico limite di non potere surrogare il mancato
accertamento della prova della responsabilità del debitore o la
mancata individuazione della prova del danno nella sua esistenza,
dovendosi, peraltro, intendere l’impossibilità di provare l’ammontare
preciso del danno in senso relativo e ritenendosi sufficiente anche una
difficoltà solo di un certo rilievo. In tali casi, non è, invero, consentita
al giudice del merito una decisione di non liquet, risolvendosi tale
pronuncia nella negazione di quanto, invece, già definitivamente
accertato in termini di esistenza di una condotta generatrice di danno
ingiusto e di conseguente legittimità della relativa richiesta risarcitoria
(Cass. 12/10/2011, n. 20990).
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domanda riconvenzionale per la mancanza di prova».

4. Il ricorso va, pertanto, rigettato.
5. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in
dispositivo.
6.

Va dato atto della sussistenza dei presupposti per il

versamento, da parte della ricorrente, ai sensi dell’art. 13, comma 1-

comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, di un ulteriore
importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto
per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento,
in favore della controricorrente, delle spese del presente giudizio di
legittimità, che liquida in euro 4.100,00 per compensi, oltre alle spese
forfetarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in euro 200,00
ed agli accessori di legge; ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del
d.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma
17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza
dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente,
dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello
dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta
Civile – 3 della Corte Suprema di Cassazione, il 20 settembre 2017.

quater, d.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1,

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