Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4852 del 24/02/2020

Cassazione civile sez. trib., 24/02/2020, (ud. 11/12/2019, dep. 24/02/2020), n.4852

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ZOSO Liana Maria Teresa – Presidente –

Dott. PAOLITTO Liberato – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – rel. Consigliere –

Dott. RUSSO Rita – Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Angelo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 27239-2014 proposto da:

OMNIA IMMOBILIARE SRL IN LIQUIDAZIONE, in persona del liquidatore e

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA

VIA CRESCENZIO 25, presso lo studio dell’avvocato PAOLO LONGO, che

la rappresenta e difende, giusta procura a margine;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E FINANZE;

– intimato –

e contro

AGENZIA DELLE ENTRATE DI ROMA (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende;

– resistente –

avverso la sentenza n. 330/2013 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,

depositata il 07/11/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

11/12/2019 dal Consigliere Dott. MAURA CAPRIOLI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GIOVANNI GIACALONE che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito per il ricorrente l’Avvocato LONGO che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso.

Fatto

Con sentenza n. 330/2013 la CTR di Roma rigettava l’appello proposto da Omnia Immobiliare s.r.l. avverso la sentenza n. 175/2011 della CTP di Roma con cui era stato rigettato il ricorso proposto dalla società contribuente nei riguardi dell’avviso di rettifica e liquidazione emesso dall’Agenzia delle Entrate in relazione alla compravendita di due appartamenti e di un immobile commerciale locato siti nel Comune di Roma.

Il giudice di appello rilevava che l’obbligo di motivazione del provvedimento impugnato poteva dirsi soddisfatto essendosi applicati nella specie valori Omi adeguati al caso concreto.

Osservava poi che, mancando le planimetrie, era stato attribuito per ogni vano un valore convenzionale che consentiva di ricavare il valore unitario dei beni. Avverso tale sentenza la società Omnia Immobiliare propone ricorso per cassazione affidato a quattro motivi.

La società contribuente ha depositato memoria illustrativa.

L’Agenzia delle Entrate si è costituita al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

Con il primo motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 131 del 1986, artt. 51 e 52, comma 2 bis, nonchè della L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Lamenta la contribuente che l’avviso impugnato, a prescindere dalla sua genericità, conteneva un unico accertamento per due immobili e la liquidazione complessiva dell’imposta riferita a tutti e tre i beni, in violazione del disposto del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 52, comma 2 bis.

Con il secondo motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 131 del 1986, artt. 51 e 52, comma 2 bis, nonchè della L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Sostiene, in particolare, che il giudice d’appello sarebbe incorso in un errore interpretativo ritenendo sufficiente il riferimento ai valori OMI trascurando che, ai fini della tassazione di un immobile oggetto di compravendita, il primo criterio da seguire è il valore dichiarato dalle parti.

Con il terzo motivo deduce la violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione alla mancata pronuncia sulla eccezione delle parti in ordine al minor valore dei beni (immobili acquistati ad un’asta pubblica e poi rivenduti).

Con il quarto motivo deduce l’omessa o insufficiente motivazione in ordine ad un fatto controverso in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5.

Lamenta la società che le contestazioni mosse all’accertamento non erano generiche avendo documentato fatti e circostanze che avrebbero dovuto essere prese in considerazione dai giudici di merito.

Il primo motivo è infondato non confrontandosi lo stesso con la ratio decidendi. La CTR ha infatti spiegato che, in assenza di planimetrie, correttamente era stato applicato dall’Ufficio un valore unitario per mq sicchè era possibile desumere il relativo valore stabilito per ciascun bene.

Con riguardo alla seconda censura, ai fini di un suo corretto inquadramento, occorre muovere dal dato normativo di riferimento.

Il combinato disposto del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 43, comma 1, lett. a) e art. 51, commi 1 e 2 (Testo unico imposta di registro), per gli atti aventi ad oggetto il trasferimento di beni immobili, stabilisce che la base imponibile alla quale commisurare le imposte proporzionali di registro, ipotecaria e catastale è rappresentata dal valore indicato in atto dalle parti.

Tuttavia, se il valore non è indicato, ovvero se il corrispettivo pattuito risulta superiore, la base imponibile è pari a quest’ultimo.

Successivamente, in sede di eventuale accertamento di valore, gli uffici dell’Agenzia delle Entrate devono controllare la congruità del valore indicato in atto dalle parti, che deve riflettere il valore venale in comune commercio del bene compravenduto.

Il D.P.R. n. 131 del 1986, art. 51, comma 3, detta le linee guida per il controllo sulla congruità dell’imposta da parte l’ufficio del registro, ora inglobato nell’ufficio delle Entrate.

L’articolo suddetto stabilisce che per gli atti che hanno per oggetto beni immobili o diritti reali immobiliari, ai fini dell’eventuale rettifica, l’ufficio controlla il valore di cui al comma 1 (ovvero il valore indicato in atto dalle parti) avendo riguardo ai trasferimenti a qualsiasi titolo e alle divisioni e perizie giudiziarie, anteriori di non oltre tre anni alla data dell’atto o a quella in cui se ne produce l’effetto traslativo o costitutivo, che abbiano avuto per oggetto gli stessi immobili o altri di analoghe caratteristiche e condizioni.

In questo caso l’ufficio ha la possibilità di effettuare una sorta di comparazione con dei casi analoghi.

Dunque l’ufficio provvede alla rettifica, e alla conseguente liquidazione, se ritiene che gli immobili ceduti abbiano un valore venale superiore a quello dichiarato o al corrispettivo pattuito ed, a tal fine, ha “riguardo ai trasferimenti a qualsiasi titolo e alle divisioni e perizie giudiziarie, anteriori di non oltre tre anni alla data dell’atto o a quella in cui se ne produce l’effetto traslativo o costitutivo, che abbiano avuto per oggetto gli stessi immobili o altri di analoghe caratteristiche e condizioni, ovvero al reddito netto di cui gli immobili sono suscettibili, capitalizzato al tasso mediamente applicato alla detta data e nella stessa località per gli investimenti immobiliari, nonchè ad ogni altro elemento di valutazione, anche sulla base di indicazioni eventualmente fornite dai comuni” (D.P.R. n. 131 del 1986, art. 51, comma 3).

Questa Corte ha affermato che i predetti criteri di valutazione sono assolutamente pari ordinati (cfr. Cass. n. 4221 del 2006), ed, in riferimento al criterio comparativo, ha, in particolare, rilevato che la circostanza secondo cui deve aversi riguardo ai trasferimenti a qualsiasi titolo ed alle divisioni e perizie giudiziarie, anteriori di non oltre tre anni, non implica l’immodificabilità del valore risultante da detti atti, ma si limita ad indicare un parametro certo di confronto, in base al quale l’Ufficio deve determinare il valore del bene in comune commercio (Cass. n. 4363/2011; n. 963/2018; n. 29143/2018 e n. 1961/2018).

Posta tale premessa, nel caso in esame la rettifica del valore indicato nell’atto di vendita, come ha rilevato la CTR, è stata fondata su valori OMI che però sono stati calibrati in relazione al caso concreto tenendo conto delle peculiarità del bene il cui valore è stato abbattuto del 20% in quanto locato

L’utilizzo di tale criterio, in linea con i dettami di legge, è stato ritenuto dal giudice di appello con l’apprezzamento in fatto ad esso riservato, idoneo a sorreggere la determinazione.

Ora, è noto che, con la proposizione del ricorso per cassazione, il ricorrente non può rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici del merito, tratto dall’analisi degli elementi di valutazione disponibili ed in sè coerente, atteso che l’apprezzamento dei fatti e delle prove è sottratto al sindacato di legittimità, nel cui ambito non rientra il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice di merito, cui resta riservata l’individuazione delle fonti del proprio convincimento, la valutazione delle prove, il controllo dell’attendibilità e della concludenza delle stesse e la scelta, tra le risultanze probatorie, di quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (v. Cass. n. 9097 del 2017; Cass. n. 7921 del 2011).

Relativamente alla terza censura, va osservato che non ricorre il vizio di omessa pronuncia quando la decisione adottata comporti una statuizione implicita di rigetto della domanda o dell’eccezione formulata dalla parte (Cass. n. 20718 del 2018). Nel caso di specie, La CTR, pur non pronunciandosi espressamente sulle contestazioni sollevate dalla contribuente (acquisto dei beni all’asta e poi rivenduti) rispetto al generico processo valutativo compiuto dall’Ufficio – che la ricorrente assume di aver proposto in primo grado e riproposto con l’atto d’appello -, ne ha inequivocamente ritenuto l’infondatezza ovvero l’assorbimento; ciò quando, in particolare ha accertato che” la società non ha fornito alcuna documentazione tecnica o di altra natura a sostegno di una diversa valutazione sia in ordine al valore unitario, sia con riguardo alle dimensioni degli immobili, non offrendo al giudice elementi utili per pervenire ad una diversa valutazione, ad eccezione dell’atto di compravendita come asserito dallo stesso contribuente nei motivi d’appello, nel quale, però il valore dei beni oggetto di rettifica è indicato complessivamente e non per singolo immobile”.

Da ultimo, per quanto attiene al quarto profilo di censura, se ne deve rilevare l’inammissibilità.

La ricorrente lamenta infatti un dissenso valutativo dalle risultanze di causa, ed invoca, quindi, un diverso apprezzamento di merito delle stesse.

Occorre ricordare che secondo giurisprudenza unanime di questa Corte il motivo di ricorso per cassazione, con il quale la sentenza impugnata venga censurata per vizio di motivazione, non può essere finalizzato a far valere la rispondenza della ricostruzione dei fatti operata in sede di merito al diverso convincimento soggettivo della parte e, in particolare, non può essere proposto con esso un preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di tale convincimento, rilevanti ai sensi della disposizione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. n. 3415/2019).

Diversamente opinando siffatti motivi di ricorso si risolverebbero in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, e di conseguenza, in una richiesta diretta all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, sicuramente estranea alla natura e alle finalità del giudizio di cassazione (cfr. Cass. n. 6064/2008).

Nello specifico il ricorrente propone una diversa valutazione degli elementi sulla base dei quali è stato ritenuto incongruo, in base ad un apprezzamento in fatto, il valore dichiarato.

Alla stregua delle considerazioni sopra esposte il ricorso va rigettato.

Non è dovuta alcuna determinazione in ordire alle spese della presente fase in assenza dello svolgimento di attività difensiva da parte dell’Agenzia delle Entrate.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; nulla per le spese; dà atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 11 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 24 febbraio 2020

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