Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4850 del 01/03/2010

Cassazione civile sez. I, 01/03/2010, (ud. 01/12/2009, dep. 01/03/2010), n.4850

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CARNEVALE Corrado – Presidente –

Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere –

Dott. DI PALMA Salvatore – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 26507/2008 proposto da:

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, in persona del Ministro pro

tempore, domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrente –

contro

F.A.;

– intimato –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositato il

29/08/2007, n. 594/07 V.G.;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

01/12/2009 dal Consigliere Dott. MARIA CRISTINA GIANCOLA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

DESTRO Carlo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Nel 2007 F.A. adiva la Corte di appello di Napoli chiedendo che il Ministero dell’Economia e delle Finanze fosse condannato a corrispondergli l’equa riparazione prevista dalla L. n. 89 del 2001, per la violazione dell’art. 6, sul “Diritto ad un processo equo”, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e della libertà fondamentali, ratificata e resa esecutiva con la L. 4 agosto 1955, n. 848. Il F. deduceva di avere subito danno per effetto dell’irragionevole durata del processo amministrativo in tema di TFR, da lui introdotto nei confronti del Comune di Torre del Greco, dinanzi al TAR Campania, con ricorso del 27.07.1999 e definito con sentenza depositatali 13.06.2006.

Con decreto del 13.07 – 29.08.2007, l’adita Corte di appello condannava il Ministero dell’Economia e delle Finanze, rimasto contumace, al pagamento in favore dell’istante, dell’equo indennizzo del danno non patrimoniale, liquidato in Euro 4.100,00, con interessi legali dalla data di pubblicazione del medesimo decreto, nonchè, quale soccombente, al pagamento delle spese processuali, liquidate in complessivi Euro 985,00 (di cui Euro 45,00 per esborsi ed Euro 550,00 per onorari), oltre alle spese generali ed agli accessori di legge, distratte in favore del procuratore anticipatario del ricorrente.

Avverso questo decreto il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha proposto ricorso per Cassazione, notificato il 31.10 – 3.11.2008.

Il F. non ha svolto attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

A sostegno del ricorso il Ministero dell’Economia e delle Finanze denunzia “Violazione di legge per falsa ed erronea applicazione artt. 91 e 92 c.p.c., in relazione all’art. 60 c.p.c., comma 1, n. 3”:

L’Amministrazione censura la statuizione con cui i giudici di merito l’hanno condannata al pagamento delle spese processuali, deducendo in sintesi:

– che nel procedimento per equa riparazione, l’amministrazione, qualora non si sia costituita o costituendosi non si sia opposta alla pretesa del ricorrente, non può essere considerata soccombente;

– che quando, come nella specie, l’Amministrazione non si oppone alla pretesa del ricorrente manca una lite nel senso proprio di controversia giudiziaria e non può per definizione darsi soccombenza alcuna dell’una parte in confronto dell’altra;

– che la controversia giudiziaria per l’equa riparazione appartiene alla categoria dei procedimenti c.d. di volontaria giurisdizione e come tale si sottrae per definizione all’ambito ed alla disciplina dei procedimenti propriamente contenziosi, e normalmente non implica la valutazione di fondatezza delle opposte tesi ma si risolve in un procedimento d’indole sostanzialmente amministrativa;

– che, quindi, è inapplicabile la regola di cui all’art. 91 c.p.c., nonchè per le medesime Al ragioni, l’art. 92 c.p.c., in tema di compensazione delle spese, come d’altra parte già affermato per il procedimento di volontaria giurisdizione volto alla riparazione dell’ingiusta detenzione;

– che in ogni caso l’amministrazione non può autonomamente esaminare l’istanza d’indennizzo e se fondata darvi corso ma deve attendere la pronuncia della Corte d’appello che determina l’an ed il quantum della pretesa indennitaria, ragione per cui è da escludere una sua responsabilità per l’insorgenza della lite;

– che la condanna alle spese non potrebbe nemmeno fondarsi sulla responsabilità nella cattiva organizzazione del servizio giustizia, che già trova sanzione nell’attribuzione dell’indennizzo ex L. n. 89 del 2001, e non può, dunque, portare ad una sorta di seconda sanzione;

– che si verte in ipotesi di legale impossibilità della pronuncia di condanna alle spese che non intende ricondurre la censura ad un generale esonero dell’amministrazione dall’onere delle spese.

Il motivo di ricorso non è fondato.

Alla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, la legge 24 marzo 2001, n. 89 non ricollega l’applicazione di una pena privata o di una sanzione nei confronti dell’amministrazione, ma un’equa riparazione in favore del soggetto che, per effetto della eccessiva durata del giudizio, abbia subito un danno, patrimoniale o non patrimoniale (cfr Cass. 200211046; 200213422; 200214885; 200518455).

Anche la condanna della parte soccombente alle spese processuali, a norma dell’art. 91 c.p.c., non ha natura sanzionatoria. Essa non avviene a titolo di risarcimento dei danni (il comportamento del soccombente non è assolutamente illecito, in quanto è esercizio di un diritto), ma è conseguenza obiettiva della soccombenza. Ai relativi fini non rilevano i comportamenti neutri della parte contro cui il giudizio venga promosso, e cioè quelli che non implicano l’esclusione del dissenso nè importano l’adesione all’avversa richiesta – quali il restare inerte e non dedurre nulla in contrario all’accoglimento della domanda dell’attore – e sta di fatto che è ritenuto soccombente e merita la condanna al rimborso delle spese processuali il convenuto contumace, oppure il convenuto che, pur avendo riconosciuto la fondatezza della pretesa altrui, non abbia fatto nulla per soddisfarla, sì da rendere superfluo il ricorso all’autorità giudiziaria (cfr. Cass. 200104485).

L’obbligo del rimborso delle spese processuali si fonda sul principio di causalità, di cui la soccombenza costituisce solo un elemento rivelatore, e risponde all’esigenza di ristorare la parte vittoriosa dagli oneri inerenti al dispendio di attività processuale cui è stata costretta. La parte soccombente va identificata, alla stregua del principio di causalità sul quale si fonda la responsabilità del processo, in quella che, lasciando insoddisfatta una pretesa riconosciuta fondata o azionando una pretesa riconosciuta infondata, abbia dato causa alla lite, ovvero, nel caso di lite necessaria – quando, cioè, il bene richiesto non possa essere ottenuto se non con lo strumento necessario ed insostituibile del processo – con quella che ha tenuto nel processo un comportamento rivelatosi ingiustificato (cfr. Cass. 197901008).

Alla stregua di tali principi, occorre concludere che nella specie i giudici di merito hanno legittimamente applicato l’art. 91 c.p.c., ed il relativo principio di causalità, e ritenuto che l’Amministrazione non potesse essere ritenuta esente dall’onere delle spese sostenute dal ricorrente per l’esercizio processuale dei suo diritto all’equa riparazione ex L. n. 89 del 2001, dal momento che è pur sempre da una colpa organizzativa dell’amministrazione della giustizia che è dipesa la necessità per il privato di ricorrere al giudice per il soddisfacimento del suo diritto, non altrimenti conseguibile.

Non deve farsi luogo a pronuncia sulle spese del giudizio di cassazione, atteso che il F. non ha svolto attività difensiva.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 1 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 1 marzo 2010

 

 

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