Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4847 del 24/02/2017


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Cassazione civile, sez. II, 24/02/2017, (ud. 07/02/2017, dep.24/02/2017),  n. 4847

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

BANCO POPOLARE SOCIETA’ COOPERATIVA, rappresentata e difesa, in forza

di procura speciale in calce al ricorso, dagli Avvocati Giuseppe

Mercanti, Matteo Deboni e Carlo d’Errico, con domicilio eletto

presso lo studio di quest’ultimo in Roma, via Tommaso Salvini, n.

55;

– ricorrente –

contro

BANCA d’ITALIA, in persona del legale rappresentante pro tempore,

rappresentata e difesa, in forza di procura speciale in calce al

ricorso, dagli Avvocati Stefania Ceci, Marco Mancini e Raffaele

D’Ambrosio, con domicilio eletto presso l’Avvocatura della Banca in

Roma, via Nazionale, n. 91;

– controricorrente –

per la revocazione della sentenza della Corte di cassazione, 2

Sezione civile, 10 giugno 2014, n. 13051;

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 7

febbraio 2017 dal Consigliere Alberto Giusti;

udito l’Avvocato Carlo D’Errico;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale CELESTE Alberto, che ha concluso per l’accoglimento del

ricorso per quanto di ragione.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – Con provvedimento n. 345390 del 7 aprile 2005 la Banca d’Italia autorizzava, dettando particolari condizioni, la Banca Popolare Italiana s.p.a. (all’epoca denominata Banca Popolare di Lodi) ad incrementare fino al limite del 29,9% la propria partecipazione nella Banca Popolare Antoniano Veneta s.p.a (d’ora in avanti Antonveneta).

Con provvedimento n. 125 del 10 luglio 2006 il Direttorio della Banca d’Italia, con riferimento alle modalità con le quali la Banca Popolare Italiana aveva dato attuazione al piano di acquisto delle azioni Antonveneta, irrogava ai membri del consiglio di amministrazione ed ai sindaci della BPI le seguenti sanzioni:

1) di Euro 12.912, per aver omesso di rispettare i coefficienti prudenziali minimi obbligatori nel periodo compreso tra l’ultima decade di aprile ed il 30 giugno 2005 (illecito previsto dal D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, art. 53, comma 1, lett. a, Testo Unico Bancario, e dal titolo quarto, capitoli 2 e 4 delle Istruzioni di vigilanza);

2) di Euro 12.912, per l’esistenza di difformità tra le comunicazioni effettuate alla vigilanza e quanto attuato nell’esecuzione delle operazioni di rafforzamento patrimoniale finalizzate al compimento senza rischi della progettata acquisizione del 29,9% del capitale dell’Antonveneta (illecito previsto dall’art. 51 D.Lgs. citato e dal titolo quarto, capitolo 2 delle Istruzioni di vigilanza);

3) di Euro 12.912, per avere omesso di comunicare all’organo di vigilanza l’esistenza dell’opzione di put concessa alla Deutsche Bank in occasione della vendita a quest’ultima di azioni della BPL (illecito previsto dall’art. 51 D.Lgs. menzionato e dal titolo quarto capitolo 2 delle Istruzioni di vigilanza).

Avverso tale provvedimento proponevano opposizione con due separati ricorsi sia i destinatari delle sanzioni suddette sia la BPI, quest’ultima quale ente obbligato al pagamento in solido con i responsabili (ed obbligato anche ad esercitare l’azione di regresso).

Si costituivano in giudizio la Banca d’Italia ed il Ministero dell’economia e delle finanze chiedendo il rigetto dell’opposizione in quanto infondata.

Con decreto del 23 aprile 2007 la Corte d’appello di Roma rigettava l’opposizione.

2. – Avverso tale decreto proponevano ricorso per cassazione il Banco Popolare e la s.p.a. Banca Popolare di Lodi, basato su di un unico articolato motivo seguito successivamente da una memoria cui la Banca d’Italia resisteva con controricorso.

Il ricorso veniva notificato anche rispettivamente ai componenti del collegio sindacale e del consiglio di amministrazione della BPI A.R., + ALTRI OMESSI

3. – La Corte di cassazione, seconda Sezione civile, con sentenza 10 giugno 2014, n. 13051, ha rigettato il ricorso del Banco Popolare e della Banca Popolare di Lodi.

Per quanto qui ancora rileva, nella sentenza della Corte di cassazione si legge:

“Preliminarmente deve essere esaminata la deduzione contenuta nella memoria delle ricorrenti secondo cui, essendo deceduti successivamente alla notifica del ricorso per cassazione G.G. e V.F., occorre dichiarare la cessazione della materia del contendere limitatamente alle sanzioni amministrative comminate a costoro.”

“Tale richiesta deve essere disattesa, posto che i suddetti soggetti non risultano destinatari delle sanzioni amministrative oggetto del presente giudizio, come si evince dalla intestazione del decreto impugnato.”.

4. – Per la revocazione della sentenza della Corte di cassazione il Banco Popolare ha proposto ricorso, con atto notificato il 10 giugno 2015, sulla base di un motivo.

Con esso si censura l’errore di fatto in cui sarebbe incorsa la sentenza allorchè ha respinto la richiesta di cessazione della materia del contendere limitatamente alle sanzioni comminate al G. e al V., in quanto deceduti nelle more dell’accertamento definitivo della sanzione.

Sostiene il ricorrente Banco Popolare che il G. e il V. risultavano tra i destinatari del provvedimento sanzionatorio, e che questa circostanza trovava conferma nel provvedimento stesso, prodotto dal Banco insieme al ricorso ex art. 145 TUB.

La Banca d’Italia vi ha resistito con controricorso.

5. – Depositata relazione ex art. 380-bis c.p.c., questa Corte, all’esito della trattazione camerale, con ordinanza interlocutoria 9 agosto 2016, n. 16818, ha rinviato la discussione del ricorso per revocazione alla pubblica udienza, non ravvisando le condizioni per dichiararlo inammissibile in camera di consiglio.

Il ricorrente ha depositato una memoria illustrativa in prossimità dell’udienza.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Il ricorrente Banco Popolare sostiene, con l’unico motivo, che la sentenza di questa Corte n. 13051 del 2014 debba essere revocata là dove ha disatteso la richiesta di cessazione della materia del contendere limitatamente alle sanzioni comminate agli esponenti aziendali G.G. e V.F., nel frattempo deceduti, sulla base del rilievo – assuntivamente frutto di errore di fatto – che “i suddetti soggetti non risultano destinatari delle sanzioni amministrative oggetto del presente giudizio, come si evince dal decreto impugnato”.

2. – L’errore ipotizzato dal ricorrente non rientra nell’errore di fatto idoneo a costituire vizio revocatorio.

Invero, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, l’errore di fatto, quale motivo di revocazione della sentenza ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4, richiamato per le sentenze della Corte di cassazione dall’art. 391-bis c.p.c., deve consistere in una falsa percezione di quanto emerge dagli atti sottoposti al suo giudizio, concretatasi in una svista materiale su circostanze decisive, emergenti direttamente dagli atti con carattere di assoluta immediatezza e di semplice e concreta rilevabilità, con esclusione di ogni apprezzamento in ordine alla valutazione in diritto delle risultanze processuali (Cass., Sez. 1, 25 giugno 2008, n. 17443; Cass., Sez. 1, 26 settembre 2013, n. 22080; Cass., Sez. 6-3, 18 giugno 2015, n. 12655).

Nella specie, la sentenza della Corte di cassazione ha fondato la decisione di rigetto di cessazione parziale della materia del contendere sulla circostanza – inoppugnabilmente risultante dalla stessa intestazione del decreto della Corte d’appello di Roma – che nel giudizio per cui è causa non si discuteva delle sanzioni comminate al G. e al V..

L’impugnata sentenza non suppone affatto l’inesistenza di un fatto (la partecipazione del G. e del V. al giudizio di opposizione promosso dal Banco Popolare) invece incontrastabilmente accertato alla stregua degli atti di causa, ma si limita a dare atto, ricognitivamente, che i predetti, non avendo proposto opposizione insieme al Banco Popolare o in un giudizio riunito a quello promosso dal Banco Popolare, non sono tra i “destinatari delle sanzioni amministrative oggetto del presente giudizio”. E si tratta di un presupposto in fatto assolutamente corretto: posto che la sanzione amministrativa irrogata dalla Banca d’Italia con provvedimento del 10 luglio 2006 a carico del sindaco G. ha costituito oggetto di un distinto giudizio (il NRG 58720 del 2006), conclusosi con decreto della Corte d’appello di Roma del 27 febbraio 2007, passato in giudicato perchè non impugnato nei termini di legge, ampiamente decorsi alla data ((OMISSIS)) della morte del medesimo; e perchè, quanto al V., egli non ha impugnato la sanzione irrogatagli.

3. – In realtà, il ricorrente finisce con il prospettare – non tanto un errore di fatto – quanto un errore di giudizio che inficerebbe la sentenza impugnata, per avere questa sostanzialmente richiesto, ai fini della rilevanza del fatto estintivo e della pronuncia della parziale cessazione della materia del contendere, non già, semplicemente, che il G. e il V. fossero tra i soggetti sanzionati dalla Banca d’Italia con il provvedimento del 10 luglio 2006, ma anche che costoro avessero proposto opposizione avverso la sanzione nel medesimo giudizio, e quindi fossero parti del giudizio di opposizione.

Ma la deduzione del supposto error in iudicando – evidentemente – fuoriesce dall’ambito dell’errore di fatto che può venire in rilievo come vizio revocatorio della sentenza della Corte di cassazione.

4. – Il ricorso è inammissibile.

Le spese, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

5. – Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è dichiarato inammissibile, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto il comma 1-quater al testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il Banco Popolare ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dalla Banca d’Italia controricorrente, che si liquidano in complessivi Euro 1.700, di cui Euro 1.500 per compensi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Seconda Sezione civile, il 7 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 24 febbraio 2017

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