Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4840 del 15/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 15/02/2022, (ud. 16/11/2021, dep. 15/02/2022), n.4840

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Presidente –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – rel. Consigliere –

Dott. LO SARDO Giuseppe – Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 35278-2019 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI, 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende, ope legis;

– ricorrente –

contro

C.L., CI.LO., C.M., CI.MA.,

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA SICILIA 66, presso lo studio

dell’avvocato PIETRO PICCONE FERRAROTTI, che li rappresenta e

difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1806/4/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE DELLA LOMBARDIA, depositata il 17/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 16/11/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MARIA ENZA

LA TORRE.

 

Fatto

RITENUTO

che:

L’Agenzia delle entrate ricorre per la cassazione della sentenza della C.T.R. della Lombardia, che in controversia su ricorso di Ci.Ma., Ci.Lo., C.M. e C.L. per l’annullamento di avvisi di liquidazione per imposta di registro anno 2016, ne ha rigettato l’appello.

La vicenda trae origine dalla notifica di avvisi di liquidazione con i quali l’Agenzia provvedeva alla registrazione e tassazione d’ufficio della corrispondenza (due missive) acclusa alla dichiarazione di successione del defunto C.G.F. (padre dei contribuenti) per mezzo della quale i figli riconoscevano: a) con la prima, un debito di Euro 2.240.000,00 nei confronti dei genitori e si impegnavano al relativo rimborso entro il 31 dicembre 2020; b) con l’altra, si impegnavano al rimborso di Euro 100.000,00, oggetto di un prestito, entro il 31 dicembre 2014.

La CTP accoglieva il ricorso, annullando gli avvisi di liquidazione emessi nei confronti dei contribuenti, ritenendo che non fosse sussistente il presupposto per l’applicazione dell’imposta di registro, trattandosi di corrispondenza tra padri e figli che, legata alla dichiarazione di successione, non configura il “caso d’uso” disciplinato dal D.P.R. n. 131 del 1986, art. 6.

La CTR, nel rigettare l’appello dell’Agenzia, ha rilevato che “nel caso di specie, la dichiarazione è stata menzionata al solo fine di indicare il debito residuo a carico dei figli e non era oggetto di accertamento in quello specifico contesto, né ha suscitato richieste di giustificazione, sicché non pare essersi verificata una formale “acquisizione” dell’atto a specifici fini giuridici o sostanziali nei confronti dell’amministrazione. Diversamente opinando, si dovrebbe arrivare ad affermare che la mera “menzione” dell’esistenza di un atto nell’ambito di un rapporto con una pubblica amministrazione costituisce presupposto per una registrazione d’ufficio dello stesso, soluzione che appare esorbitante rispetto alle effettive finalità della disposizione”.

I contribuenti si costruiscono con controricorso. L’Agenzia delle entrate deposita successiva memoria, ribadendo l’ammissibilità del motivo di ricorso, fondato sulla violazione di legge, senza alcun rinvio a documenti allegati.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con l’unico motivo si deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 22, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1 n. 3, per avere la CTR ritenuto insussistente la fattispecie del “caso d’uso” nell’ipotesi di allegazione, alla dichiarazione di successione, delle missive contenenti il riconoscimento di debito e la promessa di restituzione di due finanziamenti da parte dei figli del de cuius.

1.1. Il motivo, in disparte i profili di inammissibilità – configurando la formulazione del motivo un onere argomentativo a carico del ricorrente (Cass. 5001/2018, Sez. un. 7155/2017), in relazione alla deduzione della violazione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 22, seguita da un’argomentazione che poggia sulla violazione di una norma diversa (D.P.R. n. 131 del 1986, art. 6) – è infondato.

1.2. Va premesso che il D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, art. 22, denunciato con l’unico motivo di ricorso, dispone, al ricorrere di dati presupposti, la tassazione dell’atto “enunciato” da altro atto, nei seguenti termini:

a) “(s)e in un atto sono enunciate disposizioni contenute in atti scritti o contratti verbali non registrati e posti in essere fra le stesse parti intervenute nell’atto che contiene la enunciazione, l’imposta si applica anche alle disposizioni enunciate” (primo periodo); e che:

b) “(s)e l’atto enunciato era soggetto a registrazione in termine fisso è dovuta anche la pena pecuniaria di cui all’art. 69” (secondo periodo).

1.3. La norma di cui all’art. 22, t.u.r., che concerne sia la enunciazione di “contratti verbali” sia la enunciazione di “atti scritti”, – e prevede che affinché si verifichi il presupposto per la tassazione dell’atto enunciato non basti la sua mera enunciazione- contiene un presupposto implicito (tanto ovvio da non essere nemmeno considerato dal legislatore), vale a dire che si deve trattare dell’enunciazione contenuta in un atto soggetto a registrazione. Quindi, l’enunciazione contenuta in un atto per il quale non vi è obbligo di registrazione (come nella fattispecie, relativa a corrispondenza acclusa a una dichiarazione di successione) resta completamente irrilevante per l’applicazione dell’imposta di registro.

1.4. Peraltro, la legge pone, quale condizione applicativa della normativa sull’enunciazione, il fatto che l’atto enunciato sia posto in essere “fra le stesse parti intervenute nell’atto che contiene la enunciazione”, nella fattispecie solo parzialmente coincidenti, riguardando dichiarazioni dei figli fatte nei confronti dei genitori (e quindi non solo del de cuius: cfr. Cass. n. 16662/2020, che ha escluso la ricorrenza del caso d’uso in relazione a corrispondenza commerciale per la mancanza di identità delle parti intervenute nell’atto enunciante e in quello enunciato).

1.5. Va poi aggiunto, in relazione al D.P.R. n. 131 del 1986, art. 6, sul quale si svolgono le argomentazioni del motivo di ricorso, che il “caso d’uso” soggetto a registrazione si verifica “quando un atto si deposita, per essere acquisito agli atti, presso le cancellerie giudiziarie nell’esplicazione di attività amministrative o presso le amministrazioni dello Stato o degli enti pubblici territoriali e i rispettivi organi di controllo, salvo che il deposito avvenga ai fini dell’adempimento di un’obbligazione delle suddette amministrazioni, enti o organi ovvero sia obbligatorio per legge o regolamento: quanto al caso di recupero in liquidazione dell’imposta di registro dovuta “in caso d’uso”, il D.P.R. n. 131 del 1986, art. 6, esclude che il mero richiamo dell’atto non registrato possa configurare un caso d’uso” (Cass. 16662/2020).

1.6. E’ stato ulteriormente chiarito (Cass. N. 10865/2005) che “si ha caso d’uso quando il “deposito” dell’atto menzionato dalla norma integri l’effetto sostanziale di acquisizione dell’atto a fini giuridici o operativi da parte dell’amministrazione. Nella norma il termine “deposito” non è impiegato per indicare una modalità di consegna dell’atto alla P.A., bensì per indicare un effetto sostanziale e cioè l’acquisizione dell’atto medesimo a fini giuridici e operativi.

2. La CTR ha pertanto correttamente statuito, ritenendo che “nel caso di specie, la dichiarazione è stata menzionata al solo fine di indicare il debito residuo a carico dei figli e non era oggetto di accertamento in quello specifico contesto, né ha suscitato richieste di giustificazione, sicché non pare essersi verificata una formale “acquisizione” dell’atto specifici fini giuridici o sostanziali nei confronti dell’amministrazione” (v. Cass. n. 23414/2021).

3. Il ricorso va conseguentemente rigettato. Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso; condanna la ricorrente Agenzia delle entrate al pagamento delle spese, liquidate in Euro 5.600,00 oltre spese generali nella misura del 15% e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 16 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2022

 

 

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