Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4829 del 01/03/2018


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 4829 Anno 2018
Presidente: MANNA FELICE
Relatore: ABETE LUIGI

ORDINANZA
sul ricorso n. 11357 – 2015 R.G. proposto da:
CURATORE del fallimento della SICOAP COSTRUZIONI EDILI e STRADALI s.p.a.
in liquidazione, in persona della dott. Domenica Grifo, elettivamente domiciliato
in Roma, alla via Atanasio Kircher, n. 7, presso lo studio dell’avvocato Giovanni
Ciappa che lo rappresenta e difende in virtù di procura speciale in calce al
ricorso.
RICORRENTE
contro
A.M.A.I.E. – Azienda Municipale Acquedotti ed Impianti Elettrici s.p.a. – c.f.
00399050087 – in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in Roma, alla via G. G. Belli, n. 27, presso lo studio dell’avvocato
Paolo Mereu che congiuntamente e disgiuntamente all’avvocato Corrado Bovio la
rappresenta e difende in virtù di procura speciale in calce al controricorso.
CONTRORICORRENTE
avverso la sentenza n. 1283 dei 8/17.10.2014 della corte d’appello di Genova,

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Data pubblicazione: 01/03/2018

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 19 ottobre 2017 dal
consigliere dott. Luigi Abete,

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO
Con atto del 6.12.2006 il curatore del fallimento della “SICOAP Costruzioni
Edili e Stradali” s.p.a. citava a comparire dinanzi al tribunale di Sanremo la

Esponeva che la società fallita aveva, allorché era in bonis, ricevuto in appalto
dalla convenuta l’esecuzione dei lavori di raddoppio dell’acquedotto del Roja; che
residuavano a suo credito le somme di euro 24.976,20, a titolo di saldo finale dei
lavori, e di euro 9.924,76, a titolo di interessi di mora.
Chiedeva che la convenuta fosse condannata a pagargli i suindicati importi.
Si costituiva la “A.M.A.I.E.” s.p.a..
Instava per il rigetto dell’avversa domanda.
Con sentenza n. 151/2010 il tribunale adito accoglieva in parte la domanda e
condannava la convenuta a pagare all’attore, quale saldo finale dei lavori, la
minor somma di euro 9.776,28, oltre i.v.a. ed interessi.
Interponeva appello la “A.M.A.I.E.” s.p.a..
Resisteva il curatore del fallimento della “SICOAP” s.p.a.; proponeva appello
incidentale.
Con sentenza n. 1283 dei 8/17.10.2014 la corte d’appello di Genova
accoglieva il gravame principale e per l’effetto rigettava la domanda spiegata in
primo grado dal curatore del fallimento; dichiarava inammissibile il gravame
incidentale; condannava il curatore alle spese del doppio grado.
Evidenziava la corte di merito che il collaudo aveva posto “in rilievo il
mancato completamento di alcune opere, che dovettero essere commissionate a
ditte terze” (così sentenza d’appello, pag. 3); che, sebbene il verbale di collaudo

“A.M.A.I.E. Azienda Municipale Acquedotti ed Impianti Elettrici” s.p.a..

non fosse stato prodotto, la committente, principale appellante, aveva fornito
documentale riscontro degli incarichi conferiti a ditte terze.
Evidenziava inoltre che “il diritto al corrispettivo dell’appaltatore sorge solo
con l’approvazione del collaudo e che incombeva sull’appaltatore (…) provare il
perfezionamento della procedura di collaudo e di approvazione” (così sentenza

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso il curatore del fallimento della
“SICOAP Costruzioni Edili e Stradali” s.p.a.; ne ha chiesto sulla scorta di un unico
motivo la cassazione con vittoria di spese.
L’ “A.M.A.I.E. Azienda Municipale Acquedotti ed Impianti Elettrici” s.p.a. ha
depositato controricorso; ha chiesto rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle
spese del giudizio.
La controricorrente ha depositato memoria.
Con l’unico motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360, 1° co., n. 3,
cod. proc. civ. la violazione e falsa applicazione dell’art. 1665 cod. civ..
Deduce che il disconoscimento del credito residuo è stato dalla corte
distrettuale operato in maniera del tutto ingiustificata.
Deduce altresì che, viepiù al cospetto della dichiarazione confessoria resa
dalla committente con missiva del 7.10.2002, ove si riconosceva dovuta la
somma residua di euro 9.776,28, è del tutto abnorme la subordinazione del
diritto al pagamento del saldo all’esito del collaudo.
Il ricorso va respinto.
E’ innegabile che duplice è la

ratio

in cui è articolata la motivazione

dell’impugnato dictum.
La prima ratio è attinta dal primo “profilo” dell’esperito motivo di ricorso.

d’appello, pag. 3).

Ebbene l’azionato mezzo di impugnazione in parte qua si qualifica in relazione
al disposto del n. 5 del 1° co. dell’art. 360 cod. proc. civ..
Invero con il “profilo” in disamina il curatore del fallimento ricorrente censura
il giudizio di fatto cui la corte territoriale ha atteso. Ed è propriamente il motivo
di ricorso ex art. 360, 1° co., n. 5, cod. proc. civ. che concerne l’accertamento e

sez. un. 25.11.2008, n. 28054).
In questi termini l’asserito vizio motivazionale rileva nei limiti della novella
formulazione del n. 5 del 1° co. dell’art. 360 cod. proc. civ., applicabile ratione
temporis al caso di specie (la sentenza impugnata è stata assunta in data
17.10.2014); sicché riveste valenza l’insegnamento n. 8053 del 7.4.2014 delle
sezioni unite di questa Corte.
Su tale scorta si rappresenta quanto segue.
Da un canto, che è da escludere recisamente che taluna delle figure di
“anomalia motivazionale” destinate ad acquisire significato alla luce della
statuizione delle sezioni unite testé menzionata, possa scorgersi in relazione alle
motivazioni cui la corte ligure ha in parte qua agitur ancorato il suo dictum.
In particolare, con riferimento al paradigma della motivazione “apparente” che ricorre allorquando il giudice di merito non procede ad una approfondita
disamina logico – giuridica, tale da lasciar trasparire il percorso argomentativo
seguito (cfr. Cass. 21.7.2006, n. 16672) – la corte genovese – siccome si è
anticipato – ha compiutamente ed intellegibilmente esplicitato il proprio

iter

argomentativo.
Dall’altro, che il secondo giudice ha sicuramente disaminato il fatto decisivo
caratterizzante la res litigiosa ovvero l’azionato diritto alla percezione del saldo in
dipendenza dell’asserito completamento dei lavori.
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la valutazione dei fatti rilevanti ai fini della decisione della controversia (cfr. Cass.

Del resto, il ricorrente censura, in verità in maniera del tutto generica, la
supposta distorta ed erronea valutazione delle risultanze di causa (“non appare
condivisibile la lettura ed interpretazione autore ferenziale (…) degli atti avulsa
dal contesto processuale”: così ricorso, pag. 4).
E tuttavia il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non

il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360,
10 co., n. 5, cod. proc. civ., né in quello del precedente n. 4, disposizione che per il tramite dell’art. 132, n. 4, cod. proc. civ. – dà rilievo unicamente
all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge
costituzionalmente rilevante (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892).
In ogni caso l’iter motivazionale che sorregge il dictum della corte d’appello
risulta in toto ineccepibile sul piano della correttezza giuridica ed assolutamente
congruo ed esaustivo.
Difatti la corte di merito ha specificato che l’ammissione di “A.M.A.I.E.”
contenuta nella missiva pervenuta alla “SICOAP” in data 7.10.2002 “era
subordinata all’esito positivo del collaudo, come si può leggere nella missiva
stessa” (così sentenza d’appello, pag. 3).
E questa Corte spiega che, in tema di prova civile, l’indagine volta a stabilire
se una dichiarazione della parte costituisca o meno confessione – e, cioè,
ammissione di fatti sfavorevoli al dichiarante e favorevoli all’altra parte – si
risolve in un apprezzamento di fatto non censurabile in sede di legittimità se
fondato [è il caso di specie] su di una motivazione immune da vizi logici (cfr.
Cass. 4.4.2003, n. 5330).
La seconda ratio è attinta dal secondo “profilo” dell’esperito motivo di ricorso.

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legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con

Evidentemente è sufficiente reiterare l’insegnamento di questa Corte secondo
cui, qualora la decisione di merito si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro
distinte e autonome, singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e
giuridico, la ritenuta infondatezza delle censure mosse ad una delle “rationes
decidendi” rende inammissibili, per sopravvenuto difetto di interesse, le censure

queste ultime non potrebbero comunque condurre, stante l’intervenuta
definitività delle altre, alla cassazione della decisione stessa

(cfr. Cass.

14.2.2012, n. 2108).
Il rigetto del ricorso giustifica la condanna del curatore ricorrente al
pagamento delle spese del giudizio di legittimità.
La liquidazione segue come da dispositivo.
Il ricorso è stato notificato in data 7.4.2015.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, d.p.r. 30.5.2002, n. 115, si dà atto
della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente
dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la
stessa impugnazione ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis, d.p.r. n. 115/2002.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente, curatore del fallimento della
“SICOAP Costruzioni Edili e Stradali” s.p.a. in liquidazidne, a rimborsare alla
controricorrente, “A.M.A.I.E. Azienda Municipale Acquedotti ed Impianti Elettrici”
s.p.a., le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nel complesso
in euro 3.200,00, di cui euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle
spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e cassa come per legge; ai sensi
dell’art. 13, comma 1 quater, d.p.r. 30.5.2002, n. 115, dà atto della sussistenza

relative alle altre ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto

dei presupposti per il versamento, da parte del curatore ricorrente, dell’ulteriore
importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa
impugnazione ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis, d.p.r. n. 115//002.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio della VI sez. civ. – Sottosezione

H della Corte Suprema di Cassazione, il 19 ottobre 2017.

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