Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4826 del 24/02/2020

Cassazione civile sez. I, 24/02/2020, (ud. 12/11/2019, dep. 24/02/2020), n.4826

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DIDONE Antonio – Presidente –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – rel. Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. FIDANZIA AndreA – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 34821/2018 proposto da:

E.J., elettivamente domiciliato in Roma Via Torino 7, presso

lo studio dell’avvocato Barberio Laura che lo rappresenta e difende

unitamente all’avvocato Vitale Gianluca;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’interno, (OMISSIS), Pubblico Ministero Procuratore

Generale Presso Corte Cassazione;

– resistente –

avverso la sentenza n. 666/2018 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 11/04/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/11/2019 dal consigliere Dott. MAURO DI MARZIO;

udito l’Avvocato.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – E.J., cittadino nigeriano, ricorre per un solo articolato motivo, nei confronti del Ministero dell’interno, contro la sentenza dell’11 aprile 2018 con cui la Corte d’appello di Torino ha respinto l’appello avverso la decisione del locale tribunale di rigetto della sua domanda di protezione umanitaria.

2. – L’amministrazione intimata non spiega difese, nessun rilievo potendosi attribuire ad un atto di costituzione tardivamente depositato per l’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Il ricorso contiene un motivo rubricato: “Violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 32, commi 3, 6 e 19. Violazione dei criteri legali per la concessione della protezione umanitaria”, censurando la sentenza impugnata per non aver verificato l’esistenza di un’effettiva ed incolmabile sproporzione tra i due contesti di vita nel godimento dei diritti fondamentali, omettendo di procedere all’esame delle condizioni di potenziale reimmissione dello straniero, in ossequio al dovere di cooperazione istruttoria.

2. – Il motivo, formulato sotto il profilo della violazione di legge, è inammissibile.

Vale difatti osservare che il vizio di violazione di legge (quanto alla violazione di legge in senso proprio) ricorre in ipotesi di erronea negazione o affermazione dell’esistenza o inesistenza di una norma, nonchè di attribuzione ad essa di un significato non appropriato, ovvero (quanto alla falsa applicazione), alternativamente, nella sussunzione della fattispecie concreta entro una norma non pertinente, perchè, rettamente individuata ed interpretata, si riferisce ad altro, od altresì nella deduzione dalla norma, in relazione alla fattispecie concreta, di conseguenze giuridiche che contraddicano la sua pur corretta interpretazione (Cass. 26 settembre 2005, n. 18782).

Dalla violazione o falsa applicazione di norme di diritto va difatti tenuta nettamente distinta la denuncia dell’erronea ricognizione della fattispecie concreta in funzione delle risultanze di causa, ricognizione che si colloca al di fuori dell’ambito dell’interpretazione e applicazione della norma di legge. Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta – è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (Cass. 11 gennaio 2016, n. 195; Cass. 30 dicembre 2015, n. 26110; Cass. 4 aprile 2013, n. 8315; Cass. 16 luglio 2010, n. 16698; Cass. 26 marzo 2010, n. 7394; Cass., Sez. Un., 5 maggio 2006, n. 10313).

Nel caso in esame, è agevole osservare che il ricorso non pone in alcun modo in discussione il significato e la portata applicativa delle norme richiamate in rubrica, ma, per l’appunto inammissibilmente, soltanto la concreta applicazione che il giudice di merito ne ha fatto, escludendo in radice la credibilità della narrazione proveniente dal richiedente, sedicente omosessuale, ed evidenziando come egli provenisse da uno degli Stati più ricchi e fra i più tranquilli della (OMISSIS), a maggioranza cristiana, di notoria tolleranza, in uno Stato federale a maggioranza musulmana, zona distante oltre 1000 km da quella in cui si registrava la presenza del gruppo terrorista (OMISSIS): con la conseguente insussistenza di alcun rischio collegato al ritorno del richiedente medesimo nel suo paese di origine.

Del tutto fuor d’opera, poi, è il richiamo del ricorso ai principi elaborati da Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455, giacchè nulla emerge, nè nel ricorso, nè nella sentenza impugnata, in ordine ad un ipotetico radicamento del soggetto in Italia.

3. – Nulla per le spese. Sussistono i presupposti processuali per il raddoppio del contributo unificato se dovuto.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso, dando atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, che non sussistono i presupposti per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione prima civile, il 12 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 24 febbraio 2020

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