Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4820 del 24/02/2020

Cassazione civile sez. I, 24/02/2020, (ud. 05/11/2019, dep. 24/02/2020), n.4820

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – rel. Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 33468/2018 R.G. proposto da:

O.K., elettivamente domiciliato in Roma, presso la

Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso

dall’avv. Paolo Alessandrini del Foro di Ascoli Piceno in virtù di

procura speciale apposta in calce al controricorso;

– ricorrente –

contro

Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione

Internazionale di Ancona; Ministero dell’Interno, in persona del

Ministro pro tempore;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1282/2018 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 09/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

05/11/2019 dal Consigliere Dott.ssa Paola GHINOY.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. O.K., nato nell'(OMISSIS), ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza della Corte d’appello di Ancona che ha confermato l’ordinanza del Tribunale con cui è stato respinto il ricorso volto ad ottenere, in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato politico, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex artt. 7 e segg.; in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14; in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6 (nel testo applicabile ratione temporis).

2. La Corte d’appello ha riferito che il richiedente aveva esposto di provenire dall’Edo State (Nigeria) e, rimasto orfano, di essere stato affidato ad uno zio paterno, appartenente alla setta religiosa degli (OMISSIS), che lo aveva costretto a farne parte. Dopo anni la confraternita gli aveva chiesto il sacrificio del figlio primogenito, ma, essendosi egli rifiutato, la setta aveva ucciso sua moglie. Dopo avere denunciato il tutto alla Polizia nigeriana, egli aveva allora affidato gli altri suoi figli ed era fuggito in Italia attraverso la Libia.

3. Ha ritenuto non credibile il racconto del richiedente, in primis per risultare la polizia nigeriana attiva nel perseguire crimini e intimidazioni da parte di soggetti legati ai culti, ed inoltre perchè il richiedente aveva riferito di non essersi rivolto alle autorità locali perchè “non possono intervenire su una cosa spirituale”. Aggiungeva che il Benin non è zona interessata da particolari episodi d’infiltrazione fondamentalista e terroristica, cosicchè non risultavano elementi dai quali desumere che egli, tornato in patria, dovesse temere per la sua incolumità o di essere ristretto in regime di detenzione. Ha negato infine la protezione umanitaria in difetto di specifiche situazioni di vulnerabilità.

4. Il ricorso per cassazione si fonda su tre motivi.

5. Il Ministero dell’interno e la Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Ancona, intimati, non hanno svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

6. Il ricorrente deduce come primo motivo la violazione o falsa applicazione degli artt. 4 e 8 della Direttiva 2004/83/CE, (Ndr: testo originale non comprensibile) dell’art. 3 (Ndr: testo originale non comprensibile) D.Lgs. n. 251 del 2007, della Direttiva 2005/85/CE, (Ndr: testo originale non comprensibile) del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 e art. 27, comma 1 bis. Le censure investono l’asserita errata applicazione, da parte del giudice di merito, della speciale disciplina dell’onere probatorio nella materia della protezione internazionale e il prospettato mancato impiego dei poteri officiosi di indagine che gli competono al fine di accertare la veridicità del racconto del richiedente in merito alle condizioni personali che lo avrebbero indotto a lasciare il Paese di origine.

7. Come secondo motivo il ricorrente deduce la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 5, 7 e 14 e del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 27. Lamenta che la Corte d’appello non abbia riconosciuto la protezione sussidiaria nella ricorrenza di un’ipotesi di danno grave al ricorrente costituito da trattamenti disumani e degradanti determinati dalle riferite persecuzioni e minacce di morte subite ad opera della setta degli (OMISSIS).

8. Come terzo motivo lamenta la violazione o falsa applicazione dell’art. 4 della Direttiva 2011/95/UE, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, nonchè art. 10 della Direttiva 2013/32/UE, D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8 e 27, in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 e al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1. L’istante si duole del fatto che la Corte d’appello di Ancona, nell’assumere la decisione sul punto della protezione umanitaria, abbia trascurato di procedere a una valutazione comparativa tra il grado di integrazione raggiunta dal richiedente nel nostro paese e la situazione in cui lo stesso si troverebbe esposto in conseguenza del rimpatrio.

9. I primi due motivi, da valutarsi congiuntamente in quanto connessi, sono fondati.

Occorre qui ribadire che in tema di protezione internazionale e umanitaria, la valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente non è affidata alla mera opinione del giudice ma è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, da compiersi non sulla base della mera mancanza di riscontri oggettivi, ma alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 e, inoltre, tenendo conto “della situazione individuale e delle circostanze personali del richiedente” (di cui all’art. 5, comma 3, lett. c), del D.Lgs. cit.), con riguardo alla sua condizione sociale e all’età, non potendo darsi rilievo a mere discordanze o contraddizioni su aspetti secondari o isolati quando si ritiene sussistente l’accadimento, sicchè è compito dell’autorità amministrativa e del giudice dell’impugnazione di decisioni negative della Commissione territoriale, svolgere un ruolo attivo nell’istruzione della domanda, disancorandosi dal principio dispositivo proprio del giudizio civile ordinario, mediante l’esercizio di poteri-doveri d’indagine officiosi e l’acquisizione di informazioni aggiornate sul paese di origine del richiedente, al fine di accertarne la situazione reale (Cass. 14/11/2017, n. 26921).

10. Nel caso in esame, la Corte di merito ha negato attendibilità alle dichiarazioni del richiedente ritenendo che quanto narrato non fosse coerente con la situazione del Paese di provenienza in ordine all’attività delle confraternite ed all’efficacia dell’azione della Forze di polizia. Non ha tuttavia riferito quali siano state in proposito le fonti del proprio convincimento, facendo generico riferimento ad “fonti internazionali disponibili rinvenibili online” e dunque non indicando da dove abbia attinto le informazioni che ha valorizzato.

11. Inoltre, come sopra già esposto, il giudice ha l’obbligo di tenere conto “della situazione individuale e delle circostanze personali del richiedente”, e dunque deve interpretare le dichiarazioni rese nella loro integralità e secondo il significato che esse assumono secondo la cultura e l’esperienza del dichiarante: ciò la Corte non ha fatto nel ritenere che la risposta del richiedente in base alla quale egli non si era rivolto alle Autorità locali perchè “loro non possono intervenire su una cosa spirituale” significasse che egli non aveva cercato protezione nelle autorità del suo paese, quando invece egli aveva documentato di avere denunciato alla polizia l’uccisione della moglie.

12. Il primo e secondo motivo di ricorso devono quindi essere accolti.

13. Resta assorbito il terzo motivo, che ha ad oggetto la protezione umanitaria, da trattarsi solo ove vengano rigettate nel merito le domande rivolte verso gli strumenti tipici di protezione internazionale (Cass. n. 11261 del 24/4/2019).

14. Segue la cassazione della sentenza impugnata ed il rinvio alla Corte d’appello di Ancona in diversa composizione che dovrà procedere a nuovo esame in coerenza con i principi esposti e dovrà provvedere anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

15. Non sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente vittorioso, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo e secondo motivo di ricorso, assorbito il terzo motivo; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’appello di Ancona in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 5 novembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 24 febbraio 2020

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