Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4813 del 15/02/2022

Cassazione civile sez. trib., 15/02/2022, (ud. 09/07/2021, dep. 15/02/2022), n.4813

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – Consigliere –

Dott. FRACANZANI Marcello Maria – Consigliere –

Dott. CENICCOLA Aldo – est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 12037/2015 proposto da:

SOGRIM s.r.l., (CF (OMISSIS)), in persona del legale rapp.te p.t.,

rapp.ta e difesa per procura in calce al ricorso dall’avv. Valentino

Fedeli, con il quale elettivamente domicilia in Roma alla via

Lucrezio Caro n. 62;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (CF (OMISSIS)), in persona del Direttore p.t.,

rapp.ta e difesa ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato,

elettivamente domiciliata in Roma alla via dei Portoghesi n. 12;

– intimata –

avverso la sentenza n. 7018/14/14, depositata in data 20 novembre

2014, della Commissione Tributaria Regionale del Lazio;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

giorno 9 luglio 2021 dal relatore Dott. Aldo Ceniccola.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Con sentenza n. 7018/14/14 la Commissione tributaria regionale del Lazio rigettava l’appello proposto dal contribuente avverso la sentenza con la quale la Commissione tributaria provinciale di Roma aveva respinto il ricorso della società Sogrim s.r.l., destinataria di una cartella di pagamento per omessi o carenti versamenti Irap ed Ires nell’anno 2007, a seguito del diniego dell’Ufficio riguardo all’istanza di interpello disapplicativo delle norme antielusive per le società non operative.

Osservava la CTR che, premesso che la mancata impugnazione del diniego non spiegava l’efficacia preclusiva affermata invece dalla CTP, la legge finanziaria del 2007 ha stabilito che le modalità per sottrarsi all’applicazione delle norme in tema di società di comodo sono solo quelle che riflettono oggettive situazioni che hanno reso impossibile il conseguimento di ricavi, degli incrementi di rimanenze e dei proventi nonché del reddito, ovvero non hanno consentito di effettuare operazioni ai fini dell’Iva. Nel caso in esame, invece, non si erano verificate vicende significative concernenti il patrimonio immobiliare della società, in quanto gli immobili locati in via Monte Testaccio in Roma erano rimasti, pur nel contenzioso in essere non ancora risolto, in possesso della società.

Avverso tale sentenza il contribuente propone ricorso per cassazione affidato a due motivi. L’Ufficio si è costituito al solo dichiarato fine di partecipare all’udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo il ricorrente si duole, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 dell’omessa motivazione da parte della CTR su un punto decisivo della controversia: in particolare il giudice di appello avrebbe innanzitutto trascurato che la società aveva provato per tabulas l’indisponibilità dei beni, per effetto dell’azione giudiziale intrapresa da terzi, ed avente ad oggetto il riconoscimento dell’usucapione sugli immobili in questione; inoltre il giudice di appello avrebbe omesso di considerare che, essendo gli immobili sottoposti al vincolo dei beni culturali ed ambientali, essi dovevano soggiacere al regime di tassazione previsto dalla L. n. 413 del 1991; infine, altro aspetto trascurato dalla CTR risiederebbe nel fatto che la società è comproprietaria del compendio immobiliare, per cui l’utilizzo dei beni avrebbe comunque prodotto ricavi di ben modesta entità.

1.1. Il motivo è inammissibile.

1.2. Esso, infatti, è formulato, con denuncia di insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione alla previgente formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, laddove, nella relativa controversia, avente ad oggetto un ricorso per cassazione avverso una sentenza di Commissione tributaria regionale depositata in data 20 novembre 2014, trova invece applicazione, ratione temporis, la nuova formulazione della citata norma del codice di rito, in forza della quale il sindacato della Corte sulla motivazione del giudice di merito è limitato al c.d. “minimo costituzionale”, donde l’eventuale nullità della sentenza è limitata ai casi di motivazione del tutto omessa o apparente.

1.3. Le Sezioni Unite di questa Corte (cfr. Cass. SU 7 aprile 2014, n. 8053), hanno affermato il principio secondo il quale l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

1.4. Appare evidente come, nella formulazione del motivo, il contribuente abbia inteso effettivamente denunciare un vizio ormai sottratto al sindacato di questa Corte. La CTR ha, infatti, desunto l’assenza di oggettive cause di impedimento dell’esercizio dell’attività di impresa e della produzione del reddito dalla circostanza che il bene era rimasto in possesso della società ricorrente, mentre quest’ultima, nel dolersi della mancata considerazione del vincolo ambientale e della situazione di comproprietà esistente sul compendio immobiliare, non si interfaccia in alcun modo con la necessità, sopra rimarcata, che l’omesso esame deve avere ad oggetto un fatto storico, oggetto di discussione tra le parti e dotato del carattere di decisività.

2. Il secondo motivo si sofferma, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sulla violazione della L. 23 dicembre 1994, n. 724, art. 30, comma 1, avendo la società fornito la dimostrazione, richiesta dalla legge, per la disapplicazione della norma antielusiva, avendo provato che gli immobili in oggetto erano stati posseduti ed occupati da un terzo.

2.1. Il motivo è inammissibile.

2.2. La doglianza, infatti, si risolve non già nella denunciata violazione di legge, che anzi la CTR ha correttamente applicato, ma nella censura del ragionamento svolto dalla CTR sul piano probatorio, avendo quest’ultima affermato, esprimendo in tal modo un giudizio di fatto, demandato al giudice di merito ed insindacabile in sede di legittimità, in quanto sorretto da congrua e corretta motivazione (come nel caso in esame), che i beni erano rimasti nella disponibilità della società contribuente.

3. Deve pertanto essere dichiarata l’inammissibilità del ricorso; considerata la costituzione dell’Agenzia delle entrate ai soli fini della discussione in pubblica udienza, nulla va disposto in ordine alle spese del giudizio di legittimità.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso; nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 9 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 febbraio 2022

 

 

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