Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 48 del 03/01/2017

Cassazione civile, sez. lav., 03/01/2017, (ud. 20/09/2016, dep.03/01/2017),  n. 48

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 5205-2014 proposto da:

AP AUTOMOTIVE PRODUCTS S.R.L. CON UNICO SOCIO, C.F. (OMISSIS), in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA OSLAVIA 14, presso lo studio dell’avvocato

NICOLA MANCUSO, che la rappresenta difende unitamente all’avvocato

GIUSEPPE GULLO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

– S.R. C.E. (OMISSIS), C.F. C.F. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA FLANINIA 195, presso lo

studio dell’avvocato MAURIZIO MASSIDDA, rappresentati e difesi

dall’avvocato FRANCESCO LINGUITI, giusta delega in atti;

– M.B. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA FLAMINIA 195, presso lo studio dell’avvocato MAURIZIO MASSIDDA,

rappresentato e difeso dall’avvocato ALESSANDRO ROCCO, giusta delega

in atti;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 986/2013 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 02/12/2013 r.g.n. 382/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/09/2016 dal Consigliere Dott. SPENA FRANCESCA;

udito l’Avvocato MANCUSO NICOLA;

udito l’Avvocato LINGUITI FRANCESCO;

udito l’Avvocato ROCCO ALESSANDRO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO GIANFRANCO, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con distinti ricorsi al Tribunale di Ancona i signori S.R., C.F., M.B. impugnavano il licenziamento disciplinare loro intimato dal datore di lavoro AP AUTOMOTIVE PRODUCTS srl (in prosieguo: AP AUTOMOTIVE), rispettivamente:

– al M. ed al C. per avere reso falsa testimonianza nel giudizio promosso da S.R. davanti al Tribunale di Ancona per la impugnazione di alcune sanzioni disciplinari (proc. nr. 339/2009);

– al S. per avere dedotto nel ricorso introduttivo di quel giudizio circostanze non veritiere ed avere istigato i colleghi a rendere false deposizioni testimoniali.

Il giudice del lavoro, riunite le cause ed espletata la prova testimoniale, con sentenza del 20.2.2013 (nr. 115/13) accoglieva le domande dei lavoratori.

Con sentenza del 21.11-2.12/2013 la Corte d’appello di Ancona respingeva l’appello proposto, con ricorso del 19.6.2013, dalla società AP AUTOMOTIVE srl.

La Corte territoriale esponeva che il giudice del primo grado, aderendo alle conclusioni già espresse dal giudice penale nel giudizio celebrato in quella sede a carico dei due testimoni, aveva osservato non essere certo che il fatto disciplinare a carico del S., che era stato oggetto della testimonianza posta a base dei licenziamenti, si fosse verificato in data 20 giugno 2008.

Da tale considerazione derivava la non – significatività delle circostanze di fatto che avrebbero dimostrato la falsa testimonianza, in quanto fondate sul luogo di lavoro (per il M.) e sull’orario di lavoro (per il C.) alla data del 20 giugno 2008.

Ed invero tale data era stata ricavata dalla precedente contestazione disciplinare nei confronti del S., di cui era verosimile l’errore: si trattava di un fatto (diverbio litigioso) avvenuto circa due anni prima della contestazione e privo di connotati tali da renderlo significativo, sia in sè sia rispetto ad altri episodi analoghi verificatisi tra gli stessi protagonisti. Tale considerazione era riscontrata dalla motivazione della sentenza penale di assoluzione del M. e del C. dal reato di falsa testimonianza per insussistenza del fatto e dalla istruttoria svolta in sede civile, tanto dal giudice del primo grado che nel precedente giudizio disciplinare a carico del S..

Avverso la sentenza ricorre la società AP AUTOMOTIVE, articolando tre motivi.

Resistono M.B. nonchè, con distinto atto di controricorso, S.R. e C.F..

La ricorrente AP AUTOMOTIVE ed i controricorrenti S. e C. hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la società ricorrente ha denunziato- ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 4 – violazione dell’art. 2909 c.c. nonchè – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4.

– violazione dell’art. 112 c.p.c..

Ha esposto di avere dedotto nel giudizio di primo grado e riproposto nel grado di appello il rilievo del giudicato formatosi nel precedente giudizio disciplinare tra la stessa società ed il S. (sentenza nr. 175/2011); il giudicato aveva accertato la legittimità della sanzione disciplinare della multa a suo tempo irrogata al S. sicchè i fatti a lui contestati non potevano essere posti in discussione nel presente giudizio.

Il giudicato aveva superato il contrasto tra le deposizioni testimoniali acquisite in quella sede processuale ed aveva dato conto dell’accadimento alla data del 20 giugno 2008 del fatto disciplinare contestato al S., delle sue modalità nonchè della inattendibilità dei testi M. e C., introdotti dal S..

L’accertamento era definitivo e la preclusione da giudicato operava nel nuovo giudizio, seppur avente finalità diverse, almeno nei riguardi del S..

La questione non era stata tuttavia esaminata nè dal primo giudice nè dal giudice dell’appello.

Il motivo è infondato.

Il vizio di omessa pronunzia ex art. 112 c.p.c. sussiste nei soli casi in cui al giudice del merito siano rivolte una domanda o un’eccezione – ritualmente ed inequivocamente formulate – per le quali detta pronunzia sia necessaria.

Nella fattispecie di causa, per quanto risulta dalla stessa esposizione del fatto processuale contenuta nel motivo, non veniva proposta al giudice del merito una eccezione da giudicato:

la parte appellante si limitava a lamentare con l’atto di appello che il giudice del primo grado non aveva “tenuto conto” del fatto che la sentenza resa nel precedente giudizio disciplinare a carico del S. era passata in giudicato; con ciò essa richiedeva dunque al giudice dell’appello una valutazione della precedente sentenza, senza invocare una vera e propria preclusione da giudicato.

Il motivo è del pari infondato sotto il profilo della assunta violazione del giudicato (art. 2909 c.c.), con conseguente difetto anche della decisività del vizio processuale di violazione dell’art. 112 c.p.c..

Per principio già affermato da questa Corte e che in questa sede si ribadisce la capacità espansiva del giudicato fonda sui seguenti elementi:

a) che vi siano due giudizi tra le stesse parti che abbiano riferimento al medesimo rapporto giuridico;

b) che uno di essi sia stato definito con sentenza passata in giudicato;

c) che sussista un punto fondamentale comune ad entrambe le cause, formante la premessa logica indispensabile della statuizione contenuta nella sentenza definitiva sicchè ne risulti precluso il riesame nell’altra causa.

Il giudicato non poteva pertanto investire il rapporto di lavoro dei signori M. e C., soggetti estranei al rapporto di lavoro nonchè al giudizio cui il giudicato si riferisce.

Quanto al S., la contestazione disciplinare oggetto dell’attuale giudizio riguarda la istigazione alla falsa testimonianza e dunque il concorso nel fatto commesso da terzi; pertanto il giudicato non era invocabile perchè riguardava un rapporto diverso (il rapporto di lavoro tra il S. e la AP AUTOMOTIVE).

Ai fini della operatività del giudicato esterno si richiede non solo l’identità delle parti ma anche che il rapporto dedotto in giudizio sia il medesimo; in difetto dell’unitarietà del rapporto giuridico non è possibile l’estensione del giudicato ancorchè la seconda lite richieda accertamenti di fatto già avvenuti nella prima, poichè l’efficacia oggettiva del giudicato non può investire singole questioni di fatto o diritto (ex plurimis: Cass. civ. 22/10/2013, n. 23921 e n. 23723; 09/10/2013, n. 22922; 05/03/ 2013 n. 5478; 03/08/2012, n. 14058).

2. Con il secondo motivo la società ricorrente ha dedotto – in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 e n. 4, violazione e falsa applicazione degli artt. 576, 652 e 654 c.p.p..

Ha evidenziato che la Corte di merito aveva richiamato a sostegno della decisione due precedenti di legittimità relativi agli effetti nel processo civile della sentenza di assoluzione pronunziata nel giudizio penale ed ha lamentato la improprietà del richiamo.

Ha dedotto che nel primo caso il giudizio penale riguardava un dipendente pubblico, al quale (soltanto) era applicabile l’art. 653 c.p.p.; nel secondo, la sentenza di assoluzione era stata pronunziata ai sensi dell’art. 630 c.p.p., comma 1, mentre nel giudizio penale a carico degli imputati C. e M. la assoluzione era stata disposta ai sensi del comma due dello stesso art. 630 c.p.p.. In ogni caso le norme processuali penali si riferivano agli effetti del giudicato laddove nella fattispecie di causa era stato proposto appello avverso le statuizioni civili della sentenza penale, proprio allo scopo di impedire la formazione del giudicato sulla azione civile.

La preclusione non avrebbe potuto comunque valere nei confronti del S., la cui posizione non era stata oggetto del processo penale, essendo stata archiviata.

Il motivo è inammissibile.

Il giudice del merito non ha fatto applicazione delle norme processuali penali di cui si lamenta la falsa applicazione sicchè il vizio dedotto è inconferente rispetto alla ratio decidendi.

Come agevolmente risulta dallo sviluppo dell’iter argomentativo, la sentenza impugnata non ha applicato un preteso giudicato penale ma ha espresso un nuovo ad autonomo giudizio di fatto, richiamando la decisone del processo penale come mero elemento di riscontro del giudizio espresso.

3. Con il terzo motivo la società ricorrente ha lamentato:

– ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nr. 3 e nr. 4: parziale omissione, contraddittorietà e illogicità della motivazione nonchè violazione dell’art. 2697 c.c. e art. 115 c.p.c..

– ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nr. 5: omesso e contraddittorio esame di fatti decisivi ed oggetto di controversia.

Ha dedotto la violazione da parte del giudice dell’appello dell’obbligo di motivazione, per avere acriticamente recepito le valutazioni del giudice del primo grado.

Il motivo è inammissibile.

Nella fattispecie di causa trova applicazione ratione temporis l’art. 348 ter c.p.c., commi 4 e 5 (applicabile ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato dall’11.9.2012) a tenore del quale quando la sentenza d’appello conferma la decisione di primo grado per le stesse ragioni inerenti alle questioni di fatto il ricorso per Cassazione può essere proposto esclusivamente per i motivi di cui all’art. 360, comma 1, nn. 1, 2, 3 e 4.

Ne deriva la inammissibilità del motivo nella parte in cui denunzia un vizio della motivazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

Quanto alla dedotta violazione dell’obbligo di motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, va in questa sede ribadito, come già affermato da questa Corte (Cass. S.U. 22.9.2014 nr 19881; Cass. S.U. 7.4.2014 nr. 8053), che l’anomalia motivazionale si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante sotto il profilo dell’art. 111 Cost., comma 6 (a tenore del quale “tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati”) ed è denunziabile ex art. 360 c.p.c., n. 4, soltanto quando il vizio attenga all’esistenza della motivazione in sè sotto il profilo della “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, della “motivazione apparente”, del “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e della “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”.

Nella fattispecie di causa la motivazione della Corte d’appello è espressa attraverso l’esame delle fonti di prova; non si ravvisa poi nè un contrasto non superabile tra le affermazioni in essa contenute nè perplessità o incomprensibilità delle ragioni espresse.

Nella articolazione del motivo la ricorrente, piuttosto che dedurre una violazione costituzionalmente rilevante dell’obbligo di motivazione, sollecita questa Corte, ripercorrendo gli esiti della prova testimoniale- anche relativa al precedente giudizio – ed il contenuto dei documenti, a compiere un nuovo esame del fatto, del tutto estraneo alla funzione di legittimità.

Non si ravvisa, invece, nonostante il richiamo contenuto nella rubrica del motivo, alcuna denunzia effettivamente attinente ad una erronea attribuzione da parte del giudice del merito dell’onere della prova (art. 2697 c.c.) ovvero alla violazione della regola di giudizio della libera valutazione delle prove (art. 116 c.p.c.).

I rilievi svolti nel motivo attengono tutti alla erroneità degli esiti della valutazione dei mezzi di prova, vizio sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 (cfr. Cassazione civile, sez. 3, 13/06/2014, n. 13547).

Il ricorso deve essere conclusivamente respinto.

Le spese seguono la soccombenza.

Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto- ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (che ha aggiunto il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater) – della sussistenza dell’obbligo di versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la impugnazione integralmente rigettata.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna parte ricorrente alla refusione delle spese che liquida:

– In favore di M.B.: in Euro 100 per esborsi ed Euro 4.500 per compensi professionali oltre spese generali al 15% ed accessori di legge;

– In favore di S.R. e C.F.: in Euro 100 per esborsi ed Euro 5.500 per compensi professionali oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 20 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 3 gennaio 2017

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