Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4796 del 24/02/2020

Cassazione civile sez. III, 24/02/2020, (ud. 30/10/2019, dep. 24/02/2020), n.4796

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – rel. Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 7005-2016 proposto da:

B.R., P.E., P.R.,

P.D., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA M. PRESTINARI 13,

presso lo studio dell’avvocato PAOLA RAMADORI, rappresentati e

difesi dagli avvocati KATIA PEDERCINI, DOMENICO D’ARRIGO;

– ricorrenti –

contro

CRELL SRL, in persona dell’Amministratore Unico e legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

PASUBIO 4, presso lo studio dell’avvocato PIETRO SARROCCO, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

FALLIMENTO (OMISSIS) SRL, IMMOBILIARE CLA RO SRL, Q.F.,

BANCA POPOLARE DI SONDRIO SCPAZ, EUROCREDIT 99 SPA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 15/2016 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 11/01/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

30/10/2019 dal Consigliere Dott. ANTONELLA DI FLORIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PEPE ALESSANDRO, che ha concluso per il rigetto;

udito l’Avvocato PAOLA RAMADORI;

udito l’Avvocato PIETRO SARROCCO.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. B.R., nonchè E., R. e P.D. ricorrono, affidandosi a sei motivi illustrati anche da memoria, per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Brescia, che – rigettando il gravame proposto avverso la pronuncia del Tribunale – aveva confermato l’accoglimento dell’azione revocatoria esperita, ex art. 2901 c.c. e L. Fall., art. 66, dal curatore del Fallimento della (OMISSIS) s.r.l. in relazione alla compravendita posta in essere dalla predetta società anteriormente alla dichiarazione di fallimento ed avente per oggetto il conferimento della nuda proprietà e dell’usufrutto di tre diversi beni immobili in favore degli odierni ricorrenti.

1.2. Ha resistito soltanto la parte intimata Crell srl.

2. All’udienza camerale del 18.7.2018, il Collegio, ritenendo che la questione oggetto del sesto motivo di ricorso – concernente l’applicabilità dell’esenzione prevista dalla L. Fall., art. 67, lett. C) anche all’azione revocatoria ordinaria prevista in sede fallimentare – avesse rilevanza nomofilattica, ha rimesso la causa alla pubblica udienza.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. La complessità della controversia rende necessaria una breve sintesi degli aspetti fattuali di essa, al fine di meglio inquadrare le questioni di diritto che devono essere affrontate.

1.1. Con rogito notarile del 21 dicembre 2001, la (OMISSIS) srl (da ora Immobiliare) vendeva tre beni immobili siti in (OMISSIS), conferendo, per il primo, la nuda proprietà a P.D. e l’usufrutto a P.E. e B.R.; per il secondo, la nuda proprietà alla B. e l’usufrutto al P.; per il terzo, la nuda proprietà a P.R. e l’usufrutto a B.R. ed P.E..

1.2. La società veniva dichiarata fallita il 30 novembre 2005 ed il curatore esperiva l’actio pauliana in sede fallimentare per la declaratoria di inefficacia dei suddetti atti di disposizione, assumendo che i beni venduti avessero un valore superiore a quello dichiarato e che tali cessioni avessero contribuito a determinare il dissesto della società.

1.3.Gli odierni ricorrenti resistevano ed, oltre ad sostenere la congruità dei prezzi di acquisto (anche in relazione al fatto che gli immobili erano stati venduti “a rustico”) e l’integrale pagamento degli stessi, contestavano che i costi delle opere effettuate per l’ultimazione degli immobili fossero stati addebitati alla venditrice, evidenziando, infine, che uno degli appartamenti acquistato dalla B., con usufrutto del marito P.E. rappresentava la sua “prima casa”, e non era, pertanto, assoggettabile ad azione revocatoria L. Fall., ex art. 67, comma 3, lett. c).

1.4. Proponevano, inoltre, domanda riconvenzionale.

1.5. Il Tribunale accoglieva la domanda del Fallimento (OMISSIS) Srl e dichiarava l’inammissibilità di quella riconvenzionale dei B.- P..

1.6. Per ciò che interessa in questa sede, la Corte d’Appello respingeva il gravame principale spiegato dagli odierni ricorrenti e confermava la declaratoria di inefficacia degli atti di disposizione anche a vantaggio della Creil s.r.l., intervenuta in giudizio in qualità di proponente l’omologa del concordato fallimentare della Immobiliare di cui assumeva l’azione proposta ex art. 2901 c.c.

2. Tanto premesso si osserva quanto segue.

2.1.Con il primo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – è dedotta la “violazione e falsa applicazione dell’art. 2901 c.c. e L. Fall., art. 66, in relazione all’art. 1175 c.c.”.

I ricorrenti lamentano che i creditori, nel cui interesse era stata proposta l’azione revocatoria, erano gli stessi soggetti che avevano autorizzato la vendita, ovvero ne avevano beneficiato.

In particolare, censurano la sentenza impugnata per aver ritenuto irrilevante la circostanza che la società Claro Srl, titolare di uno dei crediti preesistenti al fallimento, fosse anche socia della parte fallita e che il legale rappresentante della creditrice (tale R.R.) fosse membro del Consiglio di Amministrazione della Immobiliare.

2.2. Del pari, la sentenza non avrebbe considerato che il Banco di Brescia, creditore in virtù di mutuo ipotecario sugli immobili oggetto degli atti dispositivi, era stato soddisfatto integralmente con il ricavato delle vendite e che, in ogni caso, informato dell’intenzione dell'(OMISSIS) di procedere alla alienazione, aveva acconsentito a restringere l’ipoteca sugli immobili che rimanevano in proprietà della società debitrice, erogando (ciò nonostante) l’ultima parte del finanziamento: il comportamento di tali soggetti – che ben avrebbero potuto opporsi a tali atti ove ritenuti pregiudizievoli, ma che ne avevano invece agevolato il compimento – sarebbe stato, dunque, contrario a buona fede, ai sensi dell’art. 1175 c.c., norma che imponeva al creditore di attivarsi per evitare (o contenere) le conseguenze pregiudizievoli dell’inadempimento.

2.3. Il motivo è infondato.

2.4. Ai fini della proposizione – e dell’accoglimento – dell’azione revocatoria ciò che si richiede, “ex latere creditoris”, è l’esistenza di un credito (peraltro, inteso in senso ampio, visto che “l’art. 2901 c.c. accoglie una nozione lata di “credito”, comprensiva della ragione o aspettativa, con conseguente irrilevanza della certezza del fondamento dei relativi fatti”: cfr. ex multis Cass. 23208/2016) essendo irrilevante, invece, ogni indagine sul comportamento del titolare dello stesso che, ove risulti contrario all’obbligo di buona fede, potrà assumere rilievo come circostanza idonea ad escludere, ovvero ad attenuare, la responsabilità del debitore per l’inadempimento, non potendosi tuttavia ritenere che di essa si possa tener conto in un giudizio che ha come finalità solo quella di far dichiarare l’inefficacia di un atto dispositivo posto in essere dal soggetto tenuto a mantenere integra la propria garanzia patrimoniale.

3. Con il secondo motivo si deduce – sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – la “violazione e falsa applicazione dell’art. 2901 c.c.” in relazione al cd. eventus damni ed agli artt. 2740 e 2697 c.c.

3.1. I ricorrenti censurano la sentenza perchè la Corte territoriale, nel valutare il presupposto testè richiamato, avrebbe ritenuto che l’art. 2901 c.c. richiedesse “l’esame del solo aspetto qualitativo, a prescindere dalla specifica attività svolta dalla fallita”, senza, dunque, “attribuire alcun rilievo alla circostanza che l’insolvenza del debitore non dipendeva dall’atto e non ne era nemmeno la conseguenza diretta”.

3.2. Il motivo è infondato.

Premesso che, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, anche una variazione qualitativa del patrimonio del debitore può assumere rilievo ai fini ed agli effetti di cui all’art. 2901 c.c. (cfr. Cass. 1896/2012; Cass. 26151/2014) deve notarsi che, in ogni caso, la sentenza impugnata diversamente da quanto si assume con il presente motivo – ha attribuito dovuto rilievo al complessivo aggravamento della portata patrimoniale del debitore necessaria ad assicurare idonea garanzia dei debiti contratti.

3.3. La pronuncia della Corte bresciana ha ritenuto, infatti, di condividere la decisione del primo giudice laddove “ha raffrontato l’ammontare complessivo dei debiti della società poi fallita con la capacità patrimoniale della stessa, sottolineando congruamente come la natura di questa di società immobiliare conferisse natura preminente, se non assorbente, alla proprietà dell’edificio di cui facevano parte gli immobili compravenduti”, non senza evidenziare come la “pattuizione di un prezzo nettamente inferiore al valore commerciale dei beni compravenduti” avesse “aggravato la situazione di dissesto in cui versava la società venditrice, le cui capacità patrimoniali già erano insufficienti a pagare i debiti” (cfr. pag. 17 u. cpv e 18 sentenza impugnata).

3.4. L’eventus damni è stato dunque correttamente individuato dalla Corte territoriale ed il vizio dedotto risulta insussistente.

4. Con il terzo motivo i ricorrenti lamentano – richiamando l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4) – la “nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4)”.

4.1. Ribadiscono, al riguardo, che:

a. i beni oggetto degli atti di disposizione erano stati venduti “al rustico”, ovvero “privi delle finiture interne, bagni, pavimenti, intonaci, tramezzi, serramenti etc”, di talchè – come già sostenuto innanzi al giudice di prime cure – sarebbe stato ragionevole stimarne il valore ritenendo che esso si collocasse al di sopra di quello degli immobili da ristrutturare, ma anche ben al disotto di immobili nuovi completamenti finiti.

b per contro, il Tribunale bresciano aveva ritenuto, recependo sul punto le conclusioni del CTU, che le vendite dei beni de quibus realizzate in seno alla procedura concorsuale consentivano di ritenere attendibile, nella determinazione del valore medio, gli indici massimi espressi nei listini immobiliari del periodo di riferimento, sia pure introducendo i necessari correttivi (in base al piano, all’esposizione, alla metratura, ecc.).

c. avverso tali affermazioni erano stati formulati ben tre motivi di appello, tesi a dimostrare come l’ausiliario: a) fosse andato oltre l’incarico conferitogli (che prevedeva la stima del patrimonio societario solo sulla base dei dati contabili, potendosi procedere alla valutazione degli immobili unicamente ove fosse risultato che i debiti sopravanzavano l’attivo); b) avesse utilizzato criteri che, in alcuni punti, apparivano il risultato di valutazioni personali e non già fondati su dati inequivoci; c) avesse commesso errori nell’iter logico seguito, errori che, se rettificati, avrebbero portato ad una stima prossima al prezzo concordato: in particolare imputavano all’ausiliario di avere ignorato, sia l’assenza di finiture, sia la circostanza che la collocazione degli immobili nella parte “meno nobile” della strada in cui erano ubicati non giustificava l’aumento.

4.2. Lamentano che la Corte territoriale non aveva tenuto conto di tali critiche, affermando in modo assertivo che le valutazioni del CTU erano “immuni da censure”, così, di fatto, omettendo ogni motivazione sul punto.

4.3. Il motivo è inammissibile.

La censura, infatti, difetta di autosufficienza laddove critica la sentenza impugnata per aver recepito le conclusioni rassegnate dal CTU nonostante che egli fosse “andato oltre l’incarico conferitogli” senza avere neanche riprodotto il quesito formulato al fine di consentire a questa Corte di apprezzare l’incongruenza denunciata; ed è priva di specificità nelle restanti parti (e segnatamente, laddove addebita all’ausiliario di aver espresso “in alcuni punti” dell’elaborato – non meglio precisati – “valutazioni personali”, ovvero aver commesso non meglio identificati “errori nell’iter logico” seguito) visto che soltanto “ove siano state sollevate censure dettagliate e non generiche, il giudice d’appello ha l’obbligo di fornire una precisa risposta argomentativa correlata alle specifiche critiche sollevate, corredando con una più puntuale motivazione la propria scelta di aderire alle conclusioni del consulente d’ufficio” (cfr. Cass. 12703/2015; Cass. 23594/2017).

5. Con il quarto motivo si deduce inoltre – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – la “violazione e falsa applicazione dell’art. 2901 c.c., comma 1, nn. 1) e 2)”, per carenza dei requisiti soggettivi dell’azione revocatoria.

5.1. Si censura la sentenza impugnata in quanto non sarebbe stato operato alcun distinguo “quanto al momento temporale in relazione all’elemento soggettivo”: si assume, al riguardo, che l’impegno ad acquistare gli immobili doveva farsi risalire all’anno 2000, ragione per cui, tenuto conto che all’epoca poteva registrarsi una florida situazione patrimoniale della società poi fallita, il riscontro della sussistenza dell’elemento soggettivo in capo all’acquirente, onde stabilire la ricorrenza del consilium fraudis, doveva essere cronologicamente collocato: al contrario, i giudici d’appello avevano deciso in contrasto con le regole sull’onere probatorio, atteso che nessuna prova circa l’esistenza della consapevolezza del pregiudizio poteva farsi risalire già nell’anno 2000.

5.2. Il motivo è inammissibile.

Infatti, alla luce della stessa ricostruzione che i ricorrenti propongono del contenuto del proprio atto di gravame (cfr. pag. 29-34 del ricorso) in riscontro con la motivazione della sentenza impugnata, l’oggetto del presente motivo contiene un “thema decidendum” del tutto nuovo, con conseguente violazione del principio secondo cui nel “giudizio di cassazione non si possono prospettare nuove questioni di diritto ovvero nuovi temi di contestazione che implichino indagini ed accertamenti di fatto non effettuati dal giudice di merito, nemmeno se si tratti di questioni rilevabili d’ufficio” (ex multis Cass. 25319/2017): infatti, l’unico riferimento alla questione posta con la censura in esame (“dai documenti societari risulta che si decise di vendere gli immobili non finiti, in un momento in cui la società aveva bilanci in attivo e pieno accesso al credito”: cfr. pag. 30 terzo cpv del ricorso), risulta sganciato da ogni specifica indicazione temporale, ed appare del tutto generico ed inidoneo a configurare una censura circoscritta alla quale, in tesi, la Corte territoriale non avrebbe dato risposta, dovendosi invece ritenere che la doglianza non sia stata affatto proposta nei termini prospettati in questa sede. 6. Con il quinto motivo – ricondotto all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – si deduce la “violazione e falsa applicazione dell’art. 2710 c.c.”.

6.1. I ricorrenti censurano la decisione impugnata nella parte in cui confermando quella del Tribunale – era stato ritenuto non provato il pagamento del prezzo di acquisto in una misura eccedente l’ammontare di Euro 746.280,22, in particolare attribuendo valore solo relativo alla quietanza apposta sui contratti traslativi e negando efficacia probatoria alle scritture contabili, escludendo, così, l’applicazione dell’art. 2710 c.c. nei riguardi del curatore fallimentare, che – nella sua funzione di gestione del patrimonio del fallito – assume, rispetto ai rapporti con il creditore, la qualità di terzo (cfr. pag. 19 della sentenza impugnata).

6.2. Assumono, al riguardo, che il curatore, il quale proponga domanda di adempimento di obbligazione contratta dal terzo con l’imprenditore prima che il medesimo sia dichiarato fallito, versa nella sua stessa posizione, sicchè il convenuto può opporgli tutte le eccezioni che avrebbe potuto opporre all’imprenditore, comprese le prove documentali da esso provenienti.

6.3. Il motivo è infondato.

Questa Corte ha avuto modo di chiarire che “l’art. 2710 c.c., che attribuisce efficacia probatoria tra imprenditori, per i rapporti inerenti all’esercizio dell’impresa, ai libri regolarmente tenuti, individua l’ambito operativo della sua speciale disciplina nel riferimento, necessariamente collegato, all’imprenditore ed al rapporto di impresa, sicchè non può trovare applicazione con riguardo al curatore del fallimento, il quale, agendo in revocatoria nella sua funzione di gestione del patrimonio del fallito, assume, rispetto ai rapporti tra quest’ultimo ed il creditore, la qualità di terzo” (Cass. SU 4213/2013; Cass. 11017/2013; Cass. 18682/ 2017).

6.4. La Corte territoriale ha fatto corretta applicazione di tale principio, ragione per cui la censura deve essere rigettata.

7. Infine, con il sesto motivo – proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) – i ricorrenti deducono la “violazione e falsa applicazione dell’art. 2901 c.c.” in relazione alla L. Fall., art. 67, comma 3″.

7.1. Criticano la sentenza impugnata, laddove – con riferimento all’atto dispositivo, con il quale era stata attribuita alla B. la nuda proprietà ed a P.E. l’usufrutto di un immobile adibito a prima casa di residenza, era stata esclusa la non assoggettabilità all’azione revocatoria in relazione a quanto disposto dalla L. Fall., art. 67, comma 3, lett. c).

7.2. Secondo la Corte bresciana, infatti, siffatta esenzione relativa all’acquisto della prima casa – riguarderebbe la sola revocatoria fallimentare, e non pure quella ordinaria esperita dal curatore L. Fall., ex art. 66.

La questione, di tenore nomofilattico in ragione dei difformi orientamenti che si registrano in dottrina, è stata prospettata dai ricorrenti sulla scorta della tesi secondo cui la norma richiamata in rubrica non introdurrebbe eccezioni di sorta, anche in considerazione del fatto che la ratio legis si pone nello stesso modo sia rispetto all’azione revocatoria ordinaria che a quella fallimentare, ove vengano esperite nell’ambito di una procedura di insolvenza.

7.3. Il motivo è infondato.

Questo Corte si è, infatti, recentemente pronunciata sulla specifica questione concernente proprio l’interpretazione della L. Fall., art. 67: l’arresto, pur riferito specificamente alla L. Fall., art. 67, lett. e), contiene, tuttavia, una indicazione generale, certamente applicabile a tutte le ipotesi contemplate dalla norma e cioè anche quella cui si riferisce l’art. 67, comma 3, lett. c).

7.4. E’ stato infatti affermato il principio, pienamente condiviso da questo Collegio secondo cui “la L. Fall., art. 67, comma 3, lett. e) nel prevedere l’esclusione dall’assoggettamento all’azione revocatoria degli atti, dei pagamenti e delle garanzie posti in essere in esecuzione dell’accordo omologato ai sensi della L. Fall., art. 182 bis ha riguardo alla sola azione revocatoria fallimentare e non anche a quella ordinaria che, in base a quanto stabilito dall’art. 66 cit. legge, è disciplinata integralmente secondo le norme del codice civile.” (cfr. Cass. 3778/2019).

7.5. Ed, al riguardo, è stato chiarito, in motivazione, che “un diverso trattamento è ampiamente giustificato dalla nota diversità dei due tipi di azione revocatoria – ordinaria e fallimentare – in discussione, in quanto dirette: la prima, a tutelare (ricostituendola) la garanzia patrimoniale generica del debitore, ex art. 2740 c.c. (ex plurimis, Cass. n. 22915 del 2016), avendo perciò come presupposto soggettivo la cd. scientia damni da parte di debitore e terzo (ovvero il consilium fraudis del debitore e la partecipatio fraudis del terzo, in caso di atto anteriore dolosamente preordinato al pregiudizio delle ragioni creditorie); la seconda, più specificamente, a salvaguardare il rispetto del principio della par condicio creditorum ed avente perciò come diverso presupposto soggettivo la cd. scientia decotionis, ovvero la conoscenza da parte del terzo dello stato di insolvenza del debitore, a prescindere dalla consapevolezza del concreto pregiudizio cagionato dall’atto (cd. eventus damni) – anche in termini di mero aggravamento dell’insufficienza del patrimonio del debitore a soddisfare i creditori – invece necessario nella prima (cfr. ex plurimis Cass. 1366/2017, Cass. 9484/2013, Cass. 22915/2016, Cass. 19234/2009); tanto da potersi suggestivamente dire che mentre la revocatoria ordinaria colpisce atti idonei ad indurre l’insolvenza del debitore, quella fallimentare colpisce gli atti compiuti quando questi era già insolvente. Per non dire, poi, del diverso ambito temporale coperto dalle due azioni e del ben più gravoso onere probatorio che caratterizza quella ordinaria rispetto alla fallimentare, ove il curatore a certe condizioni può avvalersi anche di presunzioni iuris tantum (L. Fall., art. 67, comma 1)” (cfr. Cass. 3778/2019 in motivazione).

7.6. La Corte territoriale, pertanto, ha fatto corretta applicazione delle norme che si ritengono violate ed anche tale censura deve essere respinta.

8. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato.

9. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello cui è tenuto per il ricorso proposto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

PQM

La Corte,

rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente al spese del giudizio di legittimità che liquida in 10.200,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori e rimborso forfettario spese generali nella misura di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello cui è tenuto per il ricorso proposto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, il 30 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 24 febbraio 2020

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA