Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4791 del 14/02/2022

Cassazione civile sez. I, 14/02/2022, (ud. 26/01/2022, dep. 14/02/2022), n.4791

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Luigi – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4833/2021 proposto da:

S.G., elettivamente domiciliata in Roma, Via Eleonora Duse,

35 presso lo studio dell’Avvocato Stefano Pantalani che la

rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

SC.Gi., elettivamente domiciliato in Roma, Viale Mazzini,

11 presso lo studio dell’Avvocato Marina Marino che lo rappresenta e

difende per procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di ROMA, n. 3677/2020

depositato il 07/12/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

26/01/2022 dal Cons. Scalia Laura.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. S.G. propone ricorso straordinario, ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 7, affidato a quattro motivi per la cassazione del decreto in epigrafe indicato, con cui la Corte d’Appello di Roma ne ha rigettato il reclamo, con conferma del provvedimento reso in primo grado, il 3 luglio 2018.

Il competente tribunale, decidendo sui distinti ricorsi proposti dalle parti, aveva: stabilito l’affido condiviso, con collocamento presso la madre, del minore T., nato il (OMISSIS) dalla relazione sentimentale tra la signora S. e Sc.Gi.; disciplinato il calendario di incontri tra padre e figlio; fissato in Euro 350,00 mensili l’assegno di contributo al mantenimento a carico del padre oltre al 70% delle spese straordinarie.

La corte di merito ha, partitamente, valorizzato, nelle pure apprezzate contenute esigenze di mantenimento del minore, ancora in tenera età: l’attività lavorativa della signora S., che aveva per ciò interrotto gli studi per il conseguimento della laurea magistrale, oltre alla sua disponibilità di un immobile di ampia metratura in Roma, con possibilità di messa a frutto per locazione; la mancata prova che i ricavi della società di cui il padre era amministratore unico fossero significativamente superiori a quelli riportati nel provvedimento impugnato.

I giudici del reclamo hanno poi ritenuto che le questioni su di una più graduale calendarizzazione degli incontri tra padre e figlio, da valere fino al raggiungimento dei tre anni di età del piccolo, sarebbe state superate per avere il minore “raggiunto quasi il suo quarto genetliaco” (p. 4 decreto) e per avere concluso la reclamante nel senso che era venuto meno il suo interesse a coltivare le richieste.

Resiste con controricorso Sc.Gi. che ha depositato, altresì, memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la ricorrente fa valere la violazione dell’art. 112 c.p.c..

La reclamante non aveva rinunciato, di contro a quanto ritenuto dalla corte di merito – che in tal modo aveva omesso di pronunciare, così come esposto nella memoria autorizzata del 12 aprile 2019 – a che venissero precisati in sede di reclamo gli orari entro i quali il minore sarebbe stato prelevato dal padre e ricondotto presso l’abitazione materna nei periodi estivi, e prescritta, nel caso di variazione o cancellazione degli orari di visita, la comunicazione, con anticipo di 48 ore, alla madre collocataria, con addebito al padre degli eventuali oneri economici o di altra natura.

Il motivo è inammissibile.

Le precisazioni sul calendario di visita del genitore non collocatario del figlio minore ove richieste non hanno dignità di domanda e non possono determinare una omessa pronuncia ex art. 112 c.p.c..

Vero è poi che è consolidato nelle più recenti pronunzie di questa Corte il principio, dalla cui condivisa ragionevolezza non si ha qui ragione di discostarsi, secondo il quale è inammissibile il ricorso per cassazione proposto ai sensi dell’art. 111 Cost., comma 7, avverso i provvedimenti che disciplinano la frequentazione tra genitori e figli, trattandosi di provvedimenti privi dei caratteri della decisorietà, in quanto sprovvisti di attitudine al giudicato “rebus sic stantibus” per la loro provvisorietà, ed anche della definitività; essi possono infatti essere revocati, modificati o riformati dallo stesso giudice che li ha emessi pur in assenza di nuovi elementi sopravvenuti (cfr. Cass. 11/11/2021; vd. Cass. 11/11/2021, n. 33612 e Cass. 11/01/2022, n. 614).

Quelle invocate sono mere precisazioni, volte solo a puntualizzare profili di dettaglio nella calendarizzazione delle visite del padre non collocatario del figlio minore, che non determinano per ciò stesso, là dove rimaste inosservate dal giudice del merito, una omissione denunciabile ex art. 112 c.p.c., nella premessa loro incapacità di dare contenuto ad una domanda e quindi di attingere, ledendolo, il diritto del genitore, che quella precisazione abbia richiesto, al solo fine di agevolare l’osservanza del calendario di visita.

Come precisato da questa Corte, il vizio di omessa pronuncia su una domanda o eccezione di merito, che integra violazione del principio di corrispondenza tra chiesto pronunciato ex art. 112 c.p.c., ricorre quando vi sia omissione di qualsiasi decisione su di un capo di domanda, intendendosi per capo di domanda ogni richiesta delle parti diretta ad ottenere l’attuazione in concreto di una volontà di legge che garantisca un bene all’attore o al convenuto e, in genere, ogni istanza che abbia un contenuto concreto formulato in conclusione specifica, sulla quale deve essere emessa pronuncia di accoglimento o di rigetto (Cass. 27/11/2017, n. 28308; Cass. 16/05/2012, n. 7653).

2. Con il secondo motivo la ricorrente deduce la violazione dell’art. 2607 c.c. e degli artt. 112,115 e 116c.p.c. e art. 132 c.p.c., n. 4.

La corte di merito, incorrendo in una motivazione apparente, non aveva tenuto conto dei rilievi e delle richieste istruttorie formulate dal reclamante, relative all’effettivo tenore di vita del padre del minore e della sua situazione di possidenza, quale titolare di una pluralità di appartamenti e di partecipazioni a società operanti nel settore immobiliare e delle onoranze funebri.

I giudici del reclamo, d’altra parte, avevano formulato illazioni inconferenti sui redditi presunti della ricorrente, censurando la sua scelta di andare ad abitare in un appartamento di ampia metratura con il figlio, in un quartiere di pregio della capitale, trattandosi di bene acquistato dai propri genitori.

La corte di merito non aveva tenuto conto invece della successione degli eventi, secondo la quale la quale Sc., dopo aver ricevuto un importante finanziamento da parte dei genitori per l’avvio della sua azienda, “SetteA”, era stato costretto a restituirlo su perentoria richiesta dei genitori con conseguente cessione al padre della partecipazione alla società neo-costituita, e non ne aveva tratto le dovute conseguenze.

La corte territoriale aveva disatteso il valore di prove legali, quali la dichiarazione sostitutiva di atto notorio resa da Sc. e le connesse allegazioni documentali, e le “omissioni e contraddizioni ricavabili da tali documenti” (p. 26 ricorso).

Il motivo è inammissibile perché discorsivo e perché manca, ex art. 366 c.p.c., n. 4, di dare conto, puntualmente, delle violazioni quanto al dedotto mal governo del materiale probatorio che, si denuncia, non sarebbe stato valutato dai giudici di merito e tanto in operoso dialogo di critica con la decisione impugnata.

Il principio del libero convincimento, posto a fondamento degli artt. 115 e 116 c.p.c., opera interamente sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità, sicché la denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice di merito non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme processuali, sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, bensì un errore di fatto che va censurato nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. 12/10/2021, n. 27847).

Resta fermo altresì il rilievo che, per dedurre la violazione dell’art. 115 c.p.c., occorre denunciare che il giudice, in contraddizione espressa o implicita con la prescrizione della norma, abbia posto a fondamento della decisione prove non introdotte dalle parti, ma disposte di sua iniziativa fuori dei poteri officiosi riconosciutigli là dove è invece inammissibile la diversa doglianza che egli, nel valutare le prove proposte dalle parti, abbia attribuito maggior forza di convincimento ad alcune piuttosto che ad altre, essendo tale attività valutativa consentita dall’art. 116 c.p.c. (Cass. SU 30/09/2020, n. 20867).

3. Con il terzo motivo la ricorrente fa valere l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

La motivazione resa dalla corte d’appello era apparente, secondo consolidata giurisprudenza di legittimità, e tanto per l’intervenuta adozione di argomentazioni non idonee a rivelare la ratio decidendi, inconciliabili, perplesse ed incomprensibili.

Il motivo è infondato.

La motivazione quale minimo costituzione ex art. 111 Cost., comma 6, esiste nel raccordo tra motivi, materiale probatorio e contenuti dell’impugnato provvedimento di primo grado.

Nel resto la critica è inammissibile perché generica, mancando di adattare alla fattispecie concreta i principi di diritto richiamati ed espressi dalla giurisprudenza di questa Corte nel caso in cui la motivazione sia totalmente mancante o meramente apparente, ovvero essa risulti del tutto inidonea ad assolvere alla funzione specifica di esplicitare le ragioni della decisione, per essere afflitta da un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili oppure perché perplessa ed obiettivamente incomprensibile (cfr. ex multis: Cass. 25/09/2018, n. 22598; Cass. 21/10/2019, n. 26764).

Resta, piuttosto, praticabile – e tanto non avviene nella specie in esame – una censura di parte, là dove si assuma che una tale pronuncia comporti la mancata valorizzazione di fatti che si ritengano essere stati affermati con modalità sufficientemente specifiche, per deduzione operata nel rigoroso rispetto dei criteri di cui agli artt. 366 e 369 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, qualora uno o più dei predetti fatti integrino direttamente elementi costitutivi della fattispecie astratta e dunque per violazione della norma sostanziale, oppure ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, per omesso esame di una o più di tali circostanze la cui considerazione avrebbe consentito, secondo parametri di elevata probabilità logica, una ricostruzione dell’accaduto idonea ad integrare gli estremi della fattispecie rivendicata (Cass. n. 26764 cit.).

4. Con il quarto motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 337-ter c.c..

La corte di merito, come già il tribunale, non aveva svolto alcuna riflessione sui criteri stabiliti per la liquidazione del contributo al mantenimento del figlio minore.

I giudici del reclamo avevano solo fatto cenno alle attuali esigenze del figlio di cui avevano richiamato la tenera età e, in modo “approssimativo”, alle “presunte risorse economiche della sola madre” senza valutare la redditività ricavata dal padre dagli appartamenti a lui intestati e dall’enorme patrimonio immobiliare della famiglia d’origine” (p. 29 ricorso).

La corte romana aveva del tutto trascurato il documentato tenore di vita del padre nonché la circostanza che egli avesse omesso di riferire sull’esistenza di un proprio conto corrente bancario, la presenza sugli estratti-conto prodotti di maggiori entrate, rispetto a quelle dichiarate, e la gestione anomala della “SetteA” che in tempi di Covid “si permette di continuare a mantenere una lussuosa BMW a disposizione completa del proprio Amministratore” (p. 30 ricorso).

Il motivo è inammissibile.

La corte opera all’interno dei criteri richiamati dall’art. 337-ter c.c., provvedendo ad apprezzare la rispettiva posizione reddituale dei genitori in rapporto con le esigenze dei figli e nel rispetto dei parametri di legge, sul cui positivo scrutinio va determinata nell’an ed il quantum il contributo al mantenimento dei figli, il proposto motivo sortisce l’effetto di sollecitare a questa Corte un inammissibile sindacato di merito, per rilettura dei dati in atti.

Spese secondo soccombenza liquidate come indicato in dispositivo. Contributo esente. Oscuramento dati.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna S.G. a rifondere a Sc.Gi. le spese di lite che liquida in Euro 4.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali al 15% forfettario sul compenso ed accessori di legge.

Trattandosi di procedimento esente dal contributo unificato, non trova applicazione il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, introdotto dalla 1. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

Si dispone che ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Prima Sezione civile, il 26 gennaio 2022.

Depositato in Cancelleria il 14 febbraio 2022

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