Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4789 del 14/02/2022

Cassazione civile sez. lav., 14/02/2022, (ud. 22/12/2021, dep. 14/02/2022), n.4789

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5297-2020 proposto da:

O.C., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato SIMONA MAGGIOLINI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI VERONA SEZIONE DI

PADOVA, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso

ope legis dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici

domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 2522/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 18/06/2019 R.G.N. 1678/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del

22/12/2021 dal Consigliere Dott. PONTERIO CARLA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. La Corte d’appello di Venezia ha respinto l’appello proposto da O.C., cittadino nigeriano, avverso l’ordinanza del Tribunale che, confermando il provvedimento emesso dalla competente Commissione Territoriale, aveva negato al richiedente il riconoscimento della protezione internazionale e umanitaria.

2. Il richiedente aveva narrato di essere nato a Igbanke, in Edo State e di essersi trasferito all’età di diciotto anni ad Agbor, in Delta State; di essere figlio unico e di avere appreso, dopo la morte del padre, che questi era membro del culto Amoku. Gli adepti della setta lo avevano avvicinato poiché pretendevano che egli prendesse il posto del padre. Appreso che le pratiche del culto prevedevano l’esecuzione di sacrifici umani ed essendo egli cristiano, aveva rifiutato l’affiliazione e a causa di ciò aveva subito gravi minacce di morte. Dopo che gli adepti si erano presentati presso la sua abitazione in orario notturno, aveva deciso di lasciare la Nigeria ed era partito il 24.11.2015 alla volta della Libia.

3. La Corte d’appello ha giudicato non credibile il racconto del richiedente per le plurime contraddizioni nei fatti narrati. Ha escluso che la vicenda descritta potesse essere ricondotta ad una persecuzione, proveniente dallo Stato o da forze governative, rilevante ai fini dello status di rifugiato. Ha negato la protezione sussidiaria osservando come il ricorrente non avesse mai fatto cenno alla situazione generale nel suo paese quale fonte di effettivo pericolo per l’incolumità in caso di rimpatrio. Ha escluso, ai fini dell’art. 14, lett. c), che la condizione di violenza generalizzata e conflitto armato interessasse tutto il territorio della Nigeria, sottolineando come l’azione di Boko Haram fosse limitata alla zona nord del paese, mentre il richiedente proveniva dalla zona posta a sud del paese, nell’area del Delta del Niger. Ha infine negato la protezione umanitaria per l’assenza di una condizione di vulnerabilità legata alla instabilità politica del paese o alle vicissitudini nel paese di transito, ritenendo non rilevante l’iniziale inserimento sociale e lavorativo del richiedente.

4. Avverso tale sentenza il richiedente la protezione ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi.

5. Il Ministero dell’Interno si è costituito al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

6. Col primo motivo di ricorso si denuncia violazione dell’art. 16 della direttiva 32/2013 UE e dell’art. 2729 c.c., per non avere la Corte di merito concesso una congrua possibilità di fornire chiarimenti rispetto ad un elemento considerato incoerente (il luogo in cui il predetto si trovava all’arrivo dei membri della setta), e posto base della ritenuta non veridicità delle dichiarazioni e della conseguente decisione. Si assume che il ricorrente, a causa della declaratoria di inammissibilità del ricorso da parte del Tribunale di Venezia, fosse stato privato del diritto ad ottenere una decisione di merito ed anche del diritto di fornire spiegazioni (data la mancata richiesta di chiarimenti nel corso dell’audizione in Tribunale), atte a elidere l’apparente contraddizione tra la versione resa dinanzi alla Commissione (secondo cui egli viveva a Agbor e all’arrivo dei membri della setta era fuggito dal retro dell’abitazione) e quella resa davanti al Tribunale (in base alla quale all’epoca viveva a Igbanke e che all’arrivo nella notte dei membri della setta aveva chiesto loro di poter parlare il giorno seguente).

7. Il motivo di ricorso è inammissibile in quanto non è ravvisabile alcuna forma di compressione del diritto ad una decisione di merito, dato che la Corte d’appello ha riformato la statuizione del primo giudice, di inammissibilità del ricorso, e svolto il processo giungendo ad una decisione di merito. Inoltre, neppure in questa sede si forniscono le spiegazioni che il ricorrente deduce di non aver potuto fornire prima, sicché la violazione delle norme processuali risulta formulata come fine a se stessa, senza che sia prospettata alcuna concreta e decisiva compressione dei diritti di difensa.

8. Questa Corte ha chiarito che la denuncia di vizi fondati sulla pretesa violazione di norme processuali non tutela l’interesse alla astratta regolarità dell’attività giudiziaria, ma garantisce solo l’eliminazione del pregiudizio subito dal diritto di difesa della parte in conseguenza della denunciata violazione; ne consegue che è inammissibile l’impugnazione con la quale si lamenti un mero vizio del processo, senza prospettare anche le ragioni per le quali l’erronea applicazione della regola processuale abbia comportato, per la parte, una lesione del diritto di difesa o altro pregiudizio per la decisione di merito (v. Cass. n. 26419 del 2020; n. 23638 del 2016; n. 26831 del 2014).

9. Col secondo motivo è dedotta la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, commi 2 e 3, e art. 27, comma 1 bis, nonché della L. n. 241 del 1990, art. 3, dell’art. 112 c.p.c., dell’art. 132c.p.c., comma 1, n. 4, e dell’art. 111 Cost., per aver i giudici di appello ritenuto erroneamente decisiva, al fine di riconoscere la protezione, la credibilità del resoconto fornito dal richiedente, in evidente contrasto con la giurisprudenza di legittimità e per aver violato il dovere di cooperazione nell’accertamento dei fatti rilevanti, data la mancata specifica analisi dell’attuale situazione nella zona di provenienza del medesimo. La sentenza impugnata ha richiamato unicamente il Rapporto Annuale 2016 di Refworld e non ha neanche preso in esame il Rapporto Easo 2018 depositato dalla difesa del ricorrente, così respingendo la domanda di protezione sussidiaria sulla base di fonti informative incomplete e non attuali.

10. Il motivo è fondato.

11. In tema di protezione sussidiaria dello straniero, ai fini dell’accertamento della fondatezza di una domanda proposta sulla base del pericolo di danno di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), una volta che il richiedente abbia allegato i fatti costitutivi del diritto, il giudice del merito è tenuto, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, a cooperare nell’accertare la situazione reale del paese di provenienza mediante l’esercizio di poteri-doveri officiosi d’indagine e di acquisizione documentale, in modo che ciascuna domanda venga esaminata alla luce di informazioni aggiornate sul Paese di origine del richiedente; al fine di ritenere adempiuto tale onere, il giudice è tenuto ad indicare specificatamente le fonti aggiornate in base alle quali abbia svolto l’accertamento richiesto (v. Cass. n. 9230 del 2020; n. 11312 del 202019; n. 13897 del 2019; n. 11312 del 2019; n. 11096 del 2019).

12. Il dovere di cooperazione istruttoria rappresenta infatti una peculiarità processuale del giudizio di protezione internazionale, cui il giudice di merito deve adempiere d’ufficio, fondando la propria decisione su fonti informative attendibili (e cioè riconducibili a quanto predicato dal D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3), idonee allo scopo informativo rispetto alla vicenda narrata ed aggiornate alla data della decisione, in ragione della rapida mutevolezza delle condizioni sociopolitiche, economiche, climatiche e sanitarie dei paesi di provenienza dei richiedenti asilo (v. Cass. n. 26481 del 2021).

13. Alla luce del dovere di approfondimento istruttorio, non può ritenersi corretta e adeguata la decisione del giudice del merito che, nel respingere la richiesta di protezione, si limiti a fornire indicazioni generiche e approssimative sulla situazione del Paese interessato dalla domanda del richiedente, citando fonti datate oppure definendo non difficile la situazione di un determinato territorio o regione, senza fondare tale giudizio su dati e riferimenti specifici e documentati.

14. L’assolvimento del dovere di cooperazione istruttoria comporta, invece, l’assunzione di informazioni specifiche, attendibili e aggiornate al tempo della decisione e la necessità di riportare, nel contesto della motivazione svolta, le fonti di informazione utilizzate a fondamento e giustificazione del convincimento espresso dal giudice e tali requisiti difettano del tutto nella sentenza impugnata.

15. Nella fattispecie in esame, la Corte territoriale si è limitata a richiamare, per escludere ogni ipotesi prevista dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, e per ritenere che la condizione attuale della Nigeria, paese di origine del richiedente, non fosse interessata da conflitti armati interni ed internazionali, fonti assolutamente non aggiornate, oltre che inidonee a fornire dati di conoscenza specifici in ordine al dedotto problema delle persecuzioni di carattere religioso.

16. Col terzo motivo si imputa alla sentenza la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per non aver preso debitamente in considerazione la presenza di seri motivi di carattere umanitario, tali da permettere il rilascio del relativo permesso, nonché per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5. Si censura la sentenza per aver ritenuto superfluo l’avviato processo di integrazione del ricorrente, sottovalutando la documentazione integrativa allegata in corso di causa (buste paga del 2017, 2018 e 2019 e contratti di lavoro stipulati nel corso di detti anni) e ridepositata col ricorso per cassazione – e la condizione di vulnerabilità del predetto nel paese di provenienza in cui non è garantito il rispetto dei diritti umani.

17. La censura è fondata, atteso che la motivazione adottata dai giudici di appello non appare conforme ai principi enunciati in sede di legittimità (v. Cass. n. 4455 del 2018; Cass. S.U. n. 29459 del 2019; v. anche Cass. n. 20124 del 2021; n. 3580 del 2021) e recentemente ribaditi dalle Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 24413 del 2021.

18. Quest’ultima pronuncia – dopo aver posto l’accento sullo stretto collegamento tra il permesso di soggiorno per motivi umanitari (oggi per protezione speciale) e il diritto al rispetto della vita privata e familiare di cui all’art. 8 CEDU (oggi espressamente riconosciuto dal D.L. n. 130 del 2020, convertito dalla L. n. 175 del 2020, qui non applicabile stesso decreto ex art. 15) – ha sottolineato che il fondamento più profondo dell’istituto è rinvenibile negli artt. 2 e 3 Cost., che tutelano la persona “nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” e predicano la “pari dignità sociale” di ogni persona (anche straniera, come chiarito dalla Corte costituzionale fin dagli anni ‘60, cfr., fra le tante, C. Cost. n. 120/1967). Pertanto, “alla luce di tali disposizioni costituzionali…va individuato il senso e la tecnica della comparazione da effettuare tra ciò che il richiedente lascia in Italia e ciò che egli troverà nel suo Paese di origine, dovendo cioè valutarsi, nel giudizio sulla vulnerabilità, non solo il rischio di danni futuri – legati alle condizioni oggettive e soggettive che il migrante (ri)troverà nel Paese di origine – ma anche il rischio di un danno attuale da perdita di relazioni affettive, di professionalità maturate, di osmosi culturale riuscita”.

19. Le Sezioni Unite hanno altresì precisato che la valutazione comparativa, in base alla normativa del T.U. Imm. anteriore alle modifiche introdotte dal D.L. n. 113 del 2018, “dovrà essere svolta attribuendo alla condizione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese di origine un peso tanto minore quanto maggiore risulti il grado di integrazione che il richiedente dimostri di aver raggiunto nel tessuto sociale italiano. Situazioni di deprivazione dei diritti umani di particolare gravità nel Paese di origine possono fondare il diritto del richiedente alla protezione umanitaria anche in assenza di un apprezzabile livello di integrazione del medesimo in Italia…”.

20. La medesima sentenza nell’individuare, tra gli indici socialmente rilevanti del livello di integrazione effettiva del richiedente nel nostro Paese, la titolarità di un rapporto di lavoro, ha fatto esplicito riferimento ai rapporti a tempo determinato, secondo la ragione pratica della maggiore diffusione di tale forma di accesso al mercato del lavoro.

21. Da tali premesse, di principio e di metodo, discende che il giudizio di valutazione comparativa demandato al giudice, di fronte ad una domanda di protezione umanitaria, esige una analisi ricostruttiva complessa della condizione di vulnerabilità esistente nel Paese di provenienza e di ciò che il richiedente ha realizzato, nel tempo di permanenza in Italia, creando relazioni di vita privata, di carattere sociale e lavorativo, secondo quello che il concreto meccanismo del mercato del lavoro, così come delle locazioni abitative e dei rapporti sociali, consente di ottenere in un determinato momento storico.

22. La decisione impugnata si discosta sensibilmente dai principi appena richiamati in quanto non svolge alcuna analisi dei documenti prodotti dal ricorrente al fine di dimostrare il percorso di integrazione compiuto nel paese ospitante, così vanificandone il rilievo ai fini di un corretto giudizio di comparazione e, peraltro, nega l’esistenza di una condizione di vulnerabilità nel Paese di provenienza in assenza della doverosa indagine tramite fonti informative attuali e attendibili.

23. Con il quarto motivo si censura la pronuncia d’appello per violazione degli artt. 6 e 13 della Cedu, dell’art. 47 Carta diritti fondamentali UE, art. 46 direttiva 32/2013 e art. 111 Cost., per non avere attuato un esame completo degli elementi di fatto e di diritto e per non aver assicurato al ricorrente un ricorso effettivo ad un giusto processo.

24. Quest’ultimo motivo si rivela inammissibile in quanto le censure con esso proposte, incentrate sulla prospettata violazione dei principi di cui agli artt. 6 e 13 della Cedu, risultano prive di indicazioni circa il modo con il quale il giudice del merito si sarebbe discostato dagli invocati parametri convenzionali, come intesi dalla Corte di Strasburgo. Sicché, al pari delle analoghe censure di cui al primo motivo, anche in questo caso si tratta di censure generiche (vedi, al riguardo: Cass. 19/02/2018, n. 3968; Cass. 07/01/2014, n. 76; Cass. 27/01/2006, n. 1742).

25. Per le considerazioni svolte, accolti il secondo ed il terzo motivo di ricorso e dichiarati inammissibili i residui motivi, la sentenza impugnata deve essere cassata, in relazioni ai motivi accolti, con rinvio della causa alla medesima Corte d’appello, in diversa composizione, che, nel procedere ad un nuovo esame, si atterrà ai principi sopra illustrati e provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo e il terzo motivo di ricorso, dichiara inammissibili il primo e il quarto motivo, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte d’appello di Venezia, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 22 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 14 febbraio 2022

 

 

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