Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4787 del 14/02/2022

Cassazione civile sez. lav., 14/02/2022, (ud. 22/12/2021, dep. 14/02/2022), n.4787

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5263-2020 proposto da:

M.M.I., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato FRANCESCO SAVERIO DEL FORNO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI SALERNO, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 1033/2019 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 18/07/2019 R.G.N. 1249/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del

22/12/2021 dal Consigliere Dott. PONTERIO CARLA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. La Corte d’appello di Salerno ha respinto l’appello proposto da M.M.I., cittadino della Bangladesh, avverso l’ordinanza del Tribunale che, confermando il provvedimento emesso dalla competente Commissione Territoriale, aveva negato il riconoscimento della protezione internazionale e umanitaria.

2. Il richiedente aveva dichiarato di avere lasciato il paese di origine perché era stato rapito, bendato e condotto in India per volere del fratello, che si opponeva alla relazione sentimentale che egli aveva intrapreso, da due anni, con la cognata del fratello medesimo.

3. La Corte d’appello ha negato la protezione internazionale sul rilievo che la vicenda narrata dal richiedente non fosse inquadrabile nelle ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), e che dai siti internet maggiormente accreditati (report 2017-2018 sul sito viaggiare sicuri.it) non risultasse una condizione di violenza indiscriminata nel paese di provenienza del ricorrente, rilevante ai fini dell’art. 14 cit., lett. c). Ha negato la protezione umanitaria ritenendo non provata una condizione di vulnerabilità, non essendo sufficiente il generico riferimento alle condizioni di povertà o alla privazione delle libertà personali nel paese di rimpatrio.

4. Avverso la sentenza il richiedente ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

5. Il Ministero dell’Interno si è costituito al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

6. Con il primo motivo è dedotta violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3, 2 e 14, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

7. Si sostiene che il ricorrente abbia prodotto ragionevoli sforzi di diligenza per circostanziare la domanda, così da rendere plausibili e verosimili le dichiarazioni rese; che la coerenza intrinseca del narrato risulta dall’assenza di contraddizioni nell’esposizione dei fatti. Si censura la decisione d’appello per aver negato l’esistenza dei requisiti di concessione della protezione internazionale, ossia la plausibilità di un pericolo attuale concreto incombente sul ricorrente e connesso al ritorno in patria, per questioni persecutorie che riguardano direttamente la sua persona

8.. Col secondo motivo è denunciata la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

9. Si assume che il Collegio non abbia tenuto conto del dettato normativo e giurisprudenziale secondo cui la protezione umanitaria deve essere riconosciuta tutte le volte in cui sussiste una situazione di vulnerabilità da potersi estrapolare dal quadro sintomatico di pericolosità per l’incolumità del richiedente, rappresentato dalla conservazione di un sistema di vendette private, sostanzialmente tollerato e non efficacemente contrastato, anche se non riconducibile, per assenza del fumus persecutionis e della situazione di violenza incontrollata, rispettivamente al rifugio politico e alla protezione sussidiaria. Si denuncia la violazione del principio di cooperazione del giudicante nell’autonoma ricerca delle fonti di prova e si sostiene che il Collegio d’appello non ha tenuto conto del progressivo sradicamento del richiedente dal paese di origine e del contestuale inserimento nel paese ospitante.

10. Con il terzo motivo è dedotta violazione dell’art. 25 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Si afferma che non può dubitarsi delle attuali condizioni di vulnerabilità del ricorrente, la cui fuga dai luoghi originari ha, fra l’altro, provocato la rinuncia di fatto a quella totalità di mezzi che in precedenza costituivano la sua esistenza.

11. I motivi di ricorso, che possono essere esaminati unitariamente, si rivelano inammissibili, in quanto formulati con assoluta genericità e senza alcun collegamento delle censure alla fattispecie concreta.

12. Nel primo motivo si fa riferimento ad un pericolo di persecuzione in nessun modo esplicitato e concretizzato, in riferimento al paese di provenienza del richiedente, alle ragioni di fuga e ai possibili fattori di persecuzione. Nel secondo motivo si denuncia la violazione dell’obbligo di cooperazione istruttoria senza che vi sia in atti la minima dimostrazione dell’adempimento, da parte del richiedente, dell’onere di allegazione; si denuncia inoltre il rigetto della domanda di protezione umanitaria, senza alcuna specificazione sulla esistenza di significativi e concreti elementi di integrazione socio economica in Italia.

13. E’ costante l’affermazione di questa Corte secondo cui, in tema di protezione internazionale, il richiedente ha l’onere di allegare in modo circostanziato i fatti costitutivi del suo diritto circa l’individualizzazione del rischio rispetto alla situazione del paese di provenienza, atteso che l’attenuazione del principio dispositivo, in cui la cooperazione istruttoria consiste, si colloca non sul versante dell’allegazione ma esclusivamente su quello della prova. Ne consegue che solo quando il richiedente abbia adempiuto all’onere di allegazione sorge il potere-dovere del giudice di cooperazione istruttoria, che tuttavia è circoscritto alla verifica della situazione oggettiva del paese di origine e non alle individuali condizioni del soggetto richiedente (v. Cass. n. 17185 del 2020; n. 17069 del 2018). Analogamente, l’inadempimento all’onere di allegazione impedisce che possa svolgersi il giudizio di comparazione tra la condizione di vulnerabilità a cui il richiedente sarebbe esposto in caso di rimpatrio rispetto al livello di integrazione raggiunto in Italia.

14. I rilievi svolti conducono alla declaratoria di inammissibilità del ricorso.

15. Nulla va disposto sulle spese atteso che il Ministero non ha svolto attività difensiva.

16. Si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo contributo unificato, pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnazione, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla in ordine alle spese del presente giudizio.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 22 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 14 febbraio 2022

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