Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4764 del 14/02/2022

Cassazione civile sez. lav., 14/02/2022, (ud. 22/12/2021, dep. 14/02/2022), n.4764

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. EPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

Dott. BOGHETICH Elena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5261-2020 proposto da:

C.A., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato MARIA MONICA BASSAN;

– ricorrente –

MINISTERO DELL’INTERNO – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI VERONA SEZIONE DI

PADOVA, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso

ope legis dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui

domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI, 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 4325/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 10/10/2019 R.G.N. 1400/2017; udita la relazione della

causa svolta nella Camera di consiglio del 22/12/2021 dal

Consigliere Dott. CARLA PONTERIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. La Corte d’appello di Venezia ha respinto l’appello proposto da C.A., cittadino nigeriano, avverso l’ordinanza del Tribunale che, confermando il provvedimento emesso dalla competente Commissione Territoriale, aveva negato al richiedente il riconoscimento della protezione internazionale e umanitaria.

2. Il richiedente aveva narrato che si era trasferito nel 2012 presso i genitori nella città di (OMISSIS) (Kano State); che aveva perduto entrambi i genitori a causa dell’esplosione di una bomba il 27 luglio 2014 nella chiesa cattolica cittadina di St. Charles; che aveva deciso di fuggire per il timore di restare vittima dei violenti disordini e degli attentati terroristici di matrice religiosa o etnica, estesi a tutta l’area dello Stato di Kano, e di essere perseguitato per la sua fede religiosa.

3. La Corte d’appello ha giudicato non credibile il racconto del richiedente per la genericità e contraddittorietà dei fatti narrati. Ha escluso, comunque, che ricossero i presupposti dello status di rifugiato, sul rilievo che i motivi di persecuzione erano riferiti ad un unico episodio, descritto peraltro in termini vaghi e generici e di prova era stato fornito a sostegno della domanda e che anche la narrazione sulla perdita dei genitori e sulla irreperibilità dei fratelli non era corredata da specifici riferimenti alle iniziative utilmente assunte dall’appellante per la loro ricerca o da una plausibile giustificazione del mancato ricorso alle autorità locali all’esito del fatto terroristico dal medesimo narrato.

4. I giudici di appello hanno ritenuto che correttamente il tribunale avesse individuato quale area di provenienza del ricorrente il luogo di nascita ((OMISSIS)), per l’inverosimiglianza del riferito trasferimento in Kano State, e che correttamente erano stati esclusi i presupposti di cui all’art. 14, lett. c), atteso che le fonti di informazione più accreditate confermavano l’inesistenza di tensioni terroristiche e religiose equiparabili ad una situazione di conflitto armato interno, da cui potesse derivare in caso di rimpatrio del richiedente una minaccia grave per la sua vita.

5. La sentenza impugnata ha inoltre premesso che i gravi motivi di carattere umanitario presuppongono ragioni di protezione temporalmente limitate o collegate alla specifica condizione di precarietà della persona, comunque destinate ad evolversi positivamente, ed ha affermato che la partecipazione ai corsi di lingua, ad attività di formazione e anche lo svolgimento di attività lavorativa non costituissero elementi utili ai fini della protezione umanitaria.

6. Avverso tale sentenza il richiedente la protezione ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

7. Il Ministero dell’Interno si è costituito al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

che:

8. Col primo motivo di ricorso si denuncia violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, per carenza di motivazione in merito alla zona di provenienza dichiarata dal ricorrente. Si censura la decisione d’appello per avere ritenuto non credibile la dichiarazione del ricorrente, di provenire dalla zona di Kano State, da cui era fuggito a seguito degli attentati posti in essere dalle milizie di (OMISSIS) e nei quali era rimasta vittima tutta la sua famiglia, in quanto basata su circostanze non dirimenti, cioè la mancata conoscenza da parte del richiedente della conformazione geografica della città di (OMISSIS) e la inesatta indicazione della capitale dello Stato di Kano, senza considerare le spiegazioni dal medesimo fornite sulla incomprensione con l’interprete.

9. Col secondo motivo è dedotta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 3, e art. 14, lett. b) e c), e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27, comma 1 bis, per il mancato riconoscimento della protezione sussidiaria.

10. Si rileva che, pur considerando la provenienza del ricorrente dalla zona dell'(OMISSIS), la Corte non ha tenuto conto che il predetto è di etnia igbo ed ha dichiarato di essere cittadino Biafra; che dal rapporto Easo 2018, specificamente trascritto, emerge come il predetto corra il concreto pericolo di essere coinvolto negli scontri secessionistici che interessano l’area sud orientale della Nigeria e che se rientrasse nel proprio paese sarebbe esposto alla discriminazione della popolazione contro l’etnia igbo.

11. Col terzo motivo si deduce la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per mancata valutazione della situazione del paese di origine del richiedente ai fini del riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

12. Si afferma la vulnerabilità del ricorrente determinata dalla violenza generalizzata verso i cristiani, operata dagli estremisti islamici nella zona nord della Nigeria; condizione di vulnerabilità legata comunque alla appartenenza del richiedente alla popolazione del Biafra, ove si ritenesse lo stesso non proveniente dal nord del paese. Si censura la sentenza d’appello per non avere condotto la necessaria valutazione comparativa tra la condizione in cui si troverebbe il richiedente in caso di rimpatrio nel Paese d’origine, ove non ha più legami familiari, e l’integrazione dal medesimo raggiunta in Italia e comprovata dalla documentazione prodotta, attestante la frequenza di un corso d’italiano, di un corso di calcio, nonché lo svolgimento di attività di volontariato.

13. Il primo e il terzo motivo di ricorso, da trattare congiuntamente, sono fondati e devono trovare accoglimento.

14. La Corte territoriale ha svolto la valutazione di credibilità del richiedente dando rilievo dirimente ad elementi non solo estranei ai canoni legali di interpretazione di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5 (v. Cass. n. 151 del 2021), ma privi del carattere di decisività.

15. Questa Corte, in tema di credibilità del richiedente asilo, ha ripetutamente affermato che la relativa valutazione costituisce, di regola, un apprezzamento di fatto rimesso alla discrezionalità del giudice del merito, ed è censurabile in cassazione, sotto il profilo della violazione di legge, in tutti casi in cui la valutazione di attendibilità non sia stata condotta nel rispetto dei canoni legalmente predisposti (così come formalmente descritti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5); la valutazione di credibilità deve ritenersi inoltre censurabile, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (ex multis, Cass. n. 3340 del 2019; 7546/2020); il giudice di merito, nel valutare la credibilità complessiva del richiedente asilo, ben potrà ritenere inattendibili le dichiarazioni rese da quest’ultimo sulla base del significato determinante di singole circostanze, ritenute di per sé assorbenti rispetto alla considerazione di ogni altro elemento di valutazione, purché di dette circostanze se ne sottolinei – o ne emergano con evidenza – i caratteri di decisività. Rimane in ogni caso fermo il principio a mente del quale la valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente non è affidata alla mera, soggettivistica opinione del giudice, ma è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, da compiersi non sulla base della mera mancanza di riscontri oggettivi, ma alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, tenendo poi conto della situazione individuale e della circostanze personali del richiedente (citato D.Lgs., art. 5, comma 3, lett. c)), con riguardo alla sua condizione sociale e all’età, non potendo darsi rilievo a mere discordanze o contraddizioni su aspetti secondari o isolati del racconto, quando appare nel suo complesso vero o verosimile il fatto narrato (v. Cass. n. 26481 del 2021; n. 10 del 2021; n. 26921 del 2017).

16. Nella fattispecie in esame, la valutazione di non credibilità del ricorrente, specificamente riguardo alla provenienza da Kano State, luogo in cui la sua famiglia era stata vittima di un attentato, non solo non è avvenuta secondo i canoni legali di interpretazione di cui al citato art. 3, comma 5, ma è motivata in ragione di elementi sussidiari e non decisivi (il richiedente “non ha mostrato di conoscere la conformazione geografica della città di (OMISSIS) e ha indicato Kaduna come capitale dello Stato di Kano”), peraltro senza rendere conto dei problemi segnalati dal ricorrente nel verbale d’udienza del 15.12.16, quanto alla difficoltà di comprensione con l’interprete di lingua inglese.

17. L’accoglimento del primo motivo di ricorso rileva ai fini della ricostruzione di uno stato di vulnerabilità, rilevante rispetto alla domanda di protezione umanitaria, oggetto del terzo motivo di ricorso, anch’esso fondato.

18. Al riguardo, nel confermare la statuizione di rigetto della domanda di protezione umanitaria, la Corte di merito ha svalutato, in maniera del tutto apodittica, il profilo dell’integrazione del ricorrente, vanificandone la valenza utile per un corretto e imprescindibile giudizio di comparazione. La Corte, infatti, ha omesso di esaminare la produzione documentale attestante l’inserimento del richiedente nel territorio nazionale, sul rilievo che tale circostanza avrebbe ancorato la protezione invocata, ispirata alla tutela di situazioni “temporalmente limitate e/o collegate alla specifica condizione di precarietà della persona”, ad una situazione stabile e permanente tale da snaturare la funzione delle misure umanitarie, mostrando in tal modo di ritenere che l’inserimento del richiedente contraddica la finalità di tale forma residuale di protezione. Così ragionando, la Corte di merito mostra di confondere un elemento di comparazione con la finalità dell’istituto, discostandosi del tutto dai principi affermati dalla ormai consolidata giurisprudenza di legittimità (v. Cass. n. 4455 del 2018; Cass. S.U. n. 29459 del 2019; Cass. S.U. n. 24413 del 2021; v. anche Cass. n. 20124 del 2021; n. 3580 del 2021) e violando, in tal modo la norma che sovraintende la disciplina di esso.

19. Il secondo motivo di ricorso è invece infondato.

20. La sentenza d’appello alle pagine 5-6, nota n. 1, ha analizzato plurime fonti informative sulla Nigeria (che datano fino al 2017) e rilevato come gli scontri per l’indipendenza del Biafra risalissero al 2016, fossero quindi successivi all’espatrio del richiedente, che peraltro non aveva allegato di essere un attivista o simpatizzante del partito che propugna l’indipendenza del Biafra.

21. Le censure oggetto del motivo in esame oppongono ai dati raccolti ed utilizzati dai giudici di appello, dati alternativi e si fondano sul diverso presupposto fattuale dell’essere il richiedente cittadino Biafra, là dove la sentenza ha ritenuto non dimostrata tale caratteristica. E ciò impedisce di ritenere integrato il dedotto vizio di violazione di legge.

22. Per le considerazioni finora svolte, in accoglimento del primo e del terzo motivo di ricorso, respinto il secondo motivo, la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla medesima Corte d’appello, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il primo e il terzo motivo di ricorso, rigetta il secondo motivo, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte d’appello di Venezia, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 22 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 14 febbraio 2022

 

 

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