Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4758 del 14/02/2022

Cassazione civile sez. I, 14/02/2022, (ud. 11/01/2022, dep. 14/02/2022), n.4758

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – rel. Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21005/2021 proposto da:

B.R.A., S.J., domiciliate in Roma, piazza

Cavour, presso la Cancelleria civile della Corte di Cassazione e

rappresentate e difese dall’avvocato Laura Wanda Mezzena, in forza

di procura speciale allegata al ricorso.

– ricorrenti –

contro

C.G.O., quale curatore di T.A., (minore), e

difensore ai sensi dell’art. 86 c.p.c., domiciliata in Roma, piazza

Cavour, presso la Cancelleria civile della Corte di Cassazione;

– controricorrente –

nonché contro

Comune di Monza, Procura Generale preso la Corte Appello di Milano,

S.M., Te.Al.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 27/2021 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 29.6.2021;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

11.1.2022 dal Consigliere Dott. UMBERTO LUIGI CESARE GIUSEPPE

SCOTTI.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. La Corte d’appello di Milano, con sentenza del 29.6.2021, ha respinto l’appello proposto congiuntamente da S.J. e B.R.A., rispettivamente madre e nonna materna di T.A., nata il (OMISSIS), segnalata alla nascita prematura, sottopeso e in sindrome di astinenza neonatale al metadone, contro la sentenza del Tribunale per i minorenni della stessa città che aveva dichiarato lo stato di adottabilità della minore – preso atto dell’indisponibilità del padre, T.I., a prendersene cura e del venir meno della disponibilità a farsi carico della bambina in un primo tempo manifestata dalla zia materna, S.M. (già affidataria del primo figlio della sorella J., nato da altra relazione) – in ragione delle palesi carenze genitoriali della madre e della ritenuta inidoneità della nonna ad assumere un ruolo sostitutivo della figura materna.

2. S.J. e B.R.A. hanno proposto ricorso per la cassazione della sentenza, svolgendo due motivi.

La curatrice della minore ha resistito con controricorso.

Diritto

RITENUTO

CHE:

1. Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione della L. n. 184 del 1983, artt. 1 e 8, art. 8 CEDU e artt. 30 e 31 Cost..

Le ricorrenti lamentano che la corte di appello, con una sentenza poco approfondita: i) abbia “liquidato il caso” in poche righe, non riconoscendo a S.J., nonostante il progressivo recupero del suo stato di salute fisico e mentale, alcuna possibilità di mantenimento del rapporto con la figlia; ii) che, inoltre, pur ritenendo la signora B. capace in linea teorica di gestire il rapporto con la nipote, abbia sostenuto che l’attività lavorativa da lei svolta non le avrebbe consentito di seguire adeguatamente la bambina.

Tali affermazioni, a dire delle ricorrenti, non avrebbero alcun fondamento e contrasterebbero col diritto della minore a crescere nella propria famiglia biologica; la corte territoriale avrebbe, in sostanza, omesso il necessario, rigoroso accertamento dello stato di abbandono della piccola A., fondando la decisione su deduzioni personali, senza disporre un’approfondita istruttoria o una ctu sulle capacità di accudimento della nonna.

Gli sforzi della B. per non perdere la nipote sarebbero peraltro confermati dalla decisione, dalla stessa recentemente assunta, di lasciare il proprio lavoro e di partecipare ad un concorso ATA nella scuola, per l’assunzione di collaboratori scolastici o di tecnici amministrativi.

Anche la signora S., erroneamente descritta dai giudici come soggetto fragile e privo di volontà reattiva, avrebbe stabilizzato la propria situazione, essendosi sposata il (OMISSIS) con To.Cr.Lu., col quale si è trasferita a vivere a (OMISSIS), città dove ha immediatamente trovato lavoro.

1.2. Il secondo motivo di ricorso denuncia violazione degli artt. 111 Cost., art. 132 c.p.c. e art. 118 c.p.c. (rectius: disp. att. c.p.c.) per difetto assoluto di motivazione circa lo stato di abbandono della minore, “dato che la nonna e la madre hanno fatto quanto era loro possibile per ottenere che la famiglia biologica non venga cancellata e che A. possa crescere con loro”.

2. Il primo motivo è inammissibile.

2.1. Benché rubricato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 il mezzo si risolve infatti in una critica del tutto generica alle motivazioni della sentenza, dalla quale vengono estrapolate alcune frasi senza tener conto del contesto nel quale sono inserite, per poi trarne, in via meramente assertiva, l’assunto che la corte del merito avrebbe fondato la decisione su deduzioni personali e non avrebbe accertato lo stato di abbandono della minore.

2.2. Le ricorrenti (che sembrano ignorare che nella presente sede di legittimità non può tenersi conto delle scelte di vita che sostengono di aver compiuto, proprio per poter far crescere A. nella famiglia di origine, solo in data successiva a quella in cui è stata assunta la decisione impugnata) non indicano i fatti, decisivi ai fini dell’accoglimento dell’appello, che la corte milanese non avrebbe esaminato, non chiariscono in quale direzione il giudice a quo, che le ha personalmente sentite, avrebbe dovuto disporre “un approfondimento di istruttoria”, non censurano specificamente la valutazione del collegio d’appello di “assoluta non indispensabilità” di una ctu volta ad approfondire il profilo psicologico- attitudinale della nonna materna, già fatto oggetto dell’ampia relazione dei Servizi sociali richiamata in sentenza, né precisano se, e sotto quale profilo, abbiano contestato il contenuto di detta relazione, certamente non smentita dalla mera (ed ovvia) asserzione che la signora B. “e’ decisa con tutte le sue forze ad occuparsi della nipote”.

3. Il secondo motivo è manifestamente infondato.

3.1. La corte del merito ha rilevato, sulla scorta delle plurime relazioni redatte dai Servizi sociali, che S.J., da tempo tossicodipendente, si era mostrata incapace di seguire il percorso di reinserimento sociale e lavorativo per lei programmato presso un apposito centro di recupero e, nonostante gli interventi attuati a suo sostegno, era più volte ricaduta nell’uso di sostanze stupefacenti (l’ultima delle quali, risalente all'(OMISSIS), aveva comportato la sospensione degli incontri con la figlia), aveva incontrato difficoltà nel mantenimento dei bioritmi quotidiani e nella propria autogestione e mostrato scarse competenze relazionali che, insieme ai limiti cognitivi, avevano fatto sì che si riavvicinasse in breve tempo a “gruppi appartenenti alla subcultura tossicomanica e delinquenziale del territorio biellese”; ha pertanto ritenuto sussistente una situazione non transitoria di difetto di assistenza morale e materiale di A. da parte della madre, integrante lo stato di abbandono della prima, che non poteva ritenersi superato da una mera speranza di recupero, a distanza di anni, delle capacità genitoriali della signora, tanto più che la tenera età della minore rafforzava la necessità di garantirle nell’immediato stabilità affettiva.

3.2. Da tale premessa la corte d’appello ha quindi, in primo luogo, tratto la logica conseguenza che la nonna della bambina non avrebbe potuto svolgere solo per un breve periodo di tempo il ruolo, vicariante della figura materna, che si era offerta di assumere in attesa che la figlia risolvesse i propri problemi.

3.3. Il giudice del merito ha poi escluso che B.A.R. fosse idonea a sostenere tale ruolo nel medio/lungo periodo, col rischio di una sua supplenza indefinita delle funzioni genitoriali (non essendo prevedibile se e quando S.J. sarebbe definitivamente uscita dal tunnel della tossicodipendenza), richiamando la relazione dei Servizi Sociali, che aveva ritenuto inopportuna e poco realistica la possibilità di inserimento di A. nella vita della signora, ed osservando che quest’ultima “al di là della rivendicazione del rapporto familiare e delle propria idoneità psicofisica”, non solo non aveva elaborato alcuna progettualità a riguardo e non aveva esposto in qual modo avrebbe curato l’educazione e l’assistenza a lungo termine della nipote, ma svolgeva una professione (operatrice socio-sanitaria) che la impegnava in diverse fasce orarie della giornata, per un arco di sette ore continuative, difficilmente conciliabile con le esigenze di una bambina di quattro anni che ha bisogno della presenza costante di persone adulte che si occupino di lei.

3.4 Il collegio milanese, dato atto anche dell’inesistenza di rapporti fra A. e il fratellino biologico adottato dalla zia materna, ha infine respinto la domanda subordinata delle appellanti, di procedere ad un’adozione cd. “mite” condividendo con il Tribunale la valutazione circa il carattere recessivo dell’interesse della minore (già affidata ad una famiglia, presso la quale vive serena e tiene comportamenti adeguati a una bambina della sua età) a conservare il legame con la famiglia di origine rispetto a quello di una collocazione stabile all’interno di un nucleo familiare in cui possa essere educata e curata e crescere in modo sano, e rimarcando che, secondo quanto emergeva dalla relazione dei Servizi sociali del (OMISSIS), esisteva il rischio concreto che A. potesse essere strumentalizzata dalla B. per cercare di recuperare il proprio ruolo genitoriale nei confronti della figlia, con lei convivente.

3.5. Il giudice a quo ha dunque ampiamente esposto le ragioni del proprio convincimento, fondate su ben precisi elementi di fatto il cui complessivo apprezzamento non è sindacabile nella presente sede di legittimità.

3.5.1. In particolare, e per quanto possa ancora occorrere, va sottolineato come, contrariamente a quanto genericamente dedotto dalle ricorrenti, l’accertamento dell’inidoneità di B.A.R. ad assolvere in modo vicario le funzioni genitoriali, lungi dal fondarsi sul mero rilievo (peraltro non trascurabile sotto il profilo pratico) dell’incompatibilità dei suoi orari di lavoro con le necessità di accudimento di una bambina di soli quattro anni, è stato tratto dalla riscontrata incapacità della signora di elaborare un progetto di vita con la nipote autonomo (ovvero non condizionato (dalle) e non subordinato alle esigenze della figlia, che all’epoca della decisione era sicuramente con lei convivente), che metta in primo piano la bambina, in modo da evitarle l’esposizione a situazioni incresciose e destabilizzanti che ben potrebbero essere causate dai non risolti problemi comportamentali di S.J..

3.6. In conclusione, posto che l’obbligo di motivazione, previsto in via generale dall’art. 111 Cost., comma 6, e, nel processo civile, dall’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, può ritenersi violato solo qualora la stessa sia totalmente mancante o meramente apparente, ovvero risulti del tutto inidonea ad assolvere alla funzione specifica di esplicitare le ragioni della decisione (ad esempio per essere afflitta da un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili oppure perché perplessa ed obiettivamente incomprensibile), la ricorrenza del vizio denunciato va nettamente esclusa.

4. Il ricorso deve quindi essere complessivamente rigettato.

Sussistono giusti motivi per la compensazione delle spese processuali, tenuto conto della natura della causa e dei rapporti tra le parti.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, non sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis trattandosi di procedimento esente dal contributo unificato.

La Corte ritiene necessario disporre che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti e degli altri soggetti in essa menzionati.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese.

Dispone che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti e degli altri soggetti in essa menzionati.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima civile, il 11 gennaio 2022.

Depositato in Cancelleria il 14 febbraio 2022

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