Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4755 del 14/02/2022

Cassazione civile sez. I, 14/02/2022, (ud. 09/11/2021, dep. 14/02/2022), n.4755

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

Dott. ROCCHI Giacomo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 31618/2020 proposto da:

E.V., elettivamente domiciliato in Roma Via Gramsci 20

presso lo studio dell’avvocato Botti Bernardo, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato Galletti Guido;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno;

– intimato –

avverso il decreto n. 56/2020 del GIUDICE DI PACE di GORIZIA,

depositato il 21/10/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/11/2021 dal Cons. Dott. FIDANZIA ANDREA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Giudice di Pace di Gorizia, con decreto depositato il 21 ottobre 2020, ha rigettato il ricorso proposto da E.V. avverso il decreto di espulsione del 4.2.2020 emesso dal Prefetto di Gorizia.

Il Giudice di Pace ha osservato che, nel caso di specie, non può trovare applicazione il divieto di espulsione di cui all’art. 19, comma 2, lett. c) T.U.I. per il difetto del requisito della stabile convivenza del cittadino straniero con il parente di secondo grado cittadino italiano, né risulta essere stata avanzata richiesta di rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari.

Ha proposto ricorso per cassazione E.V. affidandolo a due motivi. L’intimato non ha svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo è stata dedotta l’illegittimità dell’ordinanza impugnata, per avere il Giudice di Pace di Gorizia omesso di confrontarsi con tutti i rilievi proposti dall’odierno ricorrente afferenti la dedotta illegittimità del provvedimento di espulsione. In particolare, la motivazione del Giudice di Pace era stata carente in punto di attualità e concretezza della pericolosità sociale del ricorrente, del suo livello di integrazione, della sussistenza di legami famigliari e lavorativi in Italia.

Infine, il Giudice di Pace aveva travisato il contenuto della dichiarazione di disponibilità del fratello del ricorrente prodotta all’udienza 7.10.2020.

2. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione dell’art. 19, comma 2, lett. c) T.U.I..

Il ricorrente lamenta che il Giudice di Pace ha erroneamente ritenuto che il divieto di espulsione operi solo quando il cittadino straniero abbia avanzato richiesta di rilascio del permesso di soggiorno per motivi familiari.

Il ricorrente ha richiamato giurisprudenza della Corte di Giustizia, che ha delineato i limiti degli interventi delle autorità nazionali in tema di espulsione di cittadini extra UE, famigliari di cittadini di paesi membri, senza una valutazione specifica del livello di pericolosità sociale dell’interessato.

3. Entrambi i motivi, da esaminare unitariamente, trattando questioni collegate, sono infondati, anche se la motivazione va integrata ex art. 384 c.p.c., u.c..

Va preliminarmente osservato che questa Corte (vedi Cass. n. 3388/2005; conf. Cass. n. 28663/20013; Cass. n. 2731/2017) ha più volte affermato il principio di diritto secondo cui, poiché il vizio di omessa pronuncia si concreta nel difetto del momento decisorio, per integrare detto vizio occorre che sia stato completamente omesso il provvedimento indispensabile per la soluzione del caso concreto: il che si verifica quando il giudice non decide su alcuni capi della domanda, che siano autonomamente apprezzabili, o sulle eccezioni proposte ovvero quando egli pronuncia solo nei confronti di alcune parti. Per contro, il mancato o insufficiente esame delle argomentazioni delle parti integra un vizio di natura diversa, relativo all’attività svolta dal giudice per supportare l’adozione del provvedimento, senza che possa ritenersi mancante il momento decisorio. Pertanto, è stato ritenuto, in tema di opposizione ad ordinanza- ingiunzione, che non integra il vizio di omessa pronuncia la mancata confutazione, da parte del giudice (che rigetta l’opposizione ad ordinanza – ingiunzione) dell’argomentazione svolta in uno dei motivi di opposizione, considerato, appunto, che il vizio di omessa pronuncia è escluso dalla pronuncia sull’accertamento della pretesa punitiva fatta valere dall’amministrazione nei confronti del destinatario dell’ordinanza – ingiunzione, detto accertamento rappresentando l’oggetto del giudizio di opposizione ad ordinanza – ingiunzione. Escluso il vizio di omessa pronuncia, il mancato esame di un motivo, da parte del giudice dell’opposizione, giustifica, peraltro, l’annullamento, da parte della Suprema Corte, della sentenza impugnata a condizione che le questioni di fatto, proposte con il motivo non esaminato, siano decisive ai fini dell’accertamento dei fatti sui quali si fonda la pretesa punitiva dell’amministrazione ovvero che, trattandosi di questioni in diritto, le stesse non siano infondate: nel primo caso dovendo essere denunciato un vizio di motivazione, nel secondo un vizio di violazione di legge. Tuttavia, quando il motivo non esaminato dal giudice dell’opposizione propone infondate questioni di diritto, lo iato esistente tra pronuncia di rigetto e mancato esame del motivo per cui l’annullamento è stato domandato deve essere colmato dalla Corte di Cassazione attraverso l’impiego del potere di correzione della motivazione (art. 384 c.p.c., comma 2), integrando la decisione di rigetto pronunciata dal giudice dell’opposizione mediante l’enunciazione delle ragioni che la giustificano in diritto, senza necessità di rimettere al giudice di rinvio il compito di dichiarare infondato in diritto il motivo non esaminato.

Nel caso di specie, il ricorrente, nell’invocare l’omesso esame dei propri rilievi sul punto della attualità e concretezza della sua pericolosità sociale, del suo livello di integrazione, della sussistenza di legami famigliari e lavorativi in Italia ha posto l’attenzione su questioni di fatto che non sono decisive ai fini dell’accoglimento del suo ricorso.

Come ha dato atto lo stesso cittadino straniero nella parte narrativa del suo ricorso, il decreto di espulsione del Prefetto di Gorizia del 4.2.2020, oggetto di impugnazione, è un secondo decreto di espulsione che è stato emesso a norma del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 14, comma 5 ter, il quale prevede una autonoma causa di espulsione costituita dalla violazione dell’ordine del questore.

Ne consegue che a tale fattispecie non si applica l’art. 13, comma 2 bis – che impone, nell’adottare il provvedimento di espulsione ai sensi del comma 2, lett. a) e b), nei confronti dello straniero che ha esercitato il diritto al ricongiungimento familiare ovvero del familiare ricongiunto, ai sensi dell’art. 29, di tenere anche conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell’interessato, della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale nonché dell’esistenza di legami familiari, culturali o sociali con il suo Paese d’origine – il quale è riferito alle sole espulsioni disposte ai sensi dello stesso art. 13, comma 2, lett. a) e b).

Ne consegue che la contestata omessa valutazione da parte del Giudice di Pace dei suoi legami familiari, del suo livello di integrazione, etc., è infondata, atteso che è proprio l’art. 14, comma 5 ter T.U.I. a non imporre di tenere conto di tali elementi.

In ordine alla dedotta erronea valutazione da parte del Giudice di Pace della dichiarazione del fratello del ricorrente, cittadino italiano, relativa alla convivenza tra i due (elemento che sarebbe ostativo all’espulsione), il Giudice di Pace ha constatato che la dichiarazione di ospitalità resa dal fratello in data 11 febbraio 2020 è successiva alla notifica del decreto di espulsione emesso nei confronti del ricorrente (in data 4.2.2020), traendone la coerente conseguenza del difetto del requisito della stabile convivenza tra i due prima dell’adozione del decreto di espulsione. Tale valutazione del giudice di primo, vertendo su una circostanza di fatto, non è sindacabile in sede di legittimità, ed è comunque stata solo genericamente contestata dal ricorrente.

Infine, il riferimento del Giudice di Pace alla richiesta del permesso di soggiorno per motivi familiari, quale condizione necessaria per il divieto di espulsione, è sicuramente erroneo, ma non inficia la decisione del giudice di merito, essendo oggetto del giudizio di opposizione la verifica della legittimità del decreto espulsivo, a prescindere da eventuali argomentazioni sovrabbondanti ed erronee (sul punto sopra indicato) utilizzate dal giudicante.

Non si liquidano le spese di lite, non avendo il Ministero svolto difese.

Non si applica il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, essendo il ricorso esente dal contributo unificato.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, il 9 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 14 febbraio 2022

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