Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 4735 del 23/02/2021

Cassazione civile sez. trib., 23/02/2021, (ud. 24/09/2020, dep. 23/02/2021), n.4735

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRUCITTI Roberta – Presidente –

Dott. CONDELLO Pasqualina A.P. – Consigliere –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – rel. Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2284-2014 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

C.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 309/2012 della COMM. TRIB. REG. della PUGLIA,

SEZ. DIST. di LECCE, depositata il 04/12/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

24/09/2020 dal Consigliere Dott. FRANCESCO FEDERICI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza n. 309/24/2012, emessa dalla Commissione tributaria regionale della Puglia, sezione staccata di Lecce e depositata il 4/12/2012.

Ha riferito che C.A. aveva impugnato la cartella di pagamento emessa a seguito di omesso versamento dell’imposta sostitutiva, D.Lgs. 21 novembre 1997, n. 461, ex art. 5, relativa a plusvalenze percepite dalla cessione di partecipazioni azionarie, dichiarate ai fini Irpef per l’anno d’imposta 1999. La contribuente aveva dedotto la sottrazione delle plusvalenze dai redditi imponibili ai sensi della L. 24 dicembre 1993, n. 537, art. 14, comma 4, per essere state oggetto di sequestro nell’ambito di un procedimento penale a carico del suo coniuge. Nel contenzioso seguitone la Commissione tributaria provinciale di Lecce, con sentenza 75/01/2006, e la Commissione tributaria regionale della Puglia, con la sentenza ora al vaglio della Corte, hanno accolto il ricorso della C., annullando la cartella di pagamento. Il giudice regionale ha ritenuto che il preteso obbligo di presentazione di una dichiarazione integrativa, richiesta dall’Amministrazione finanziaria per ritrattare la dichiarata plusvalenza, non era dovuto, poichè tale obbligo era stato introdotto solo dal D.P.R. n. 435 del 2001, art. 2, comma 1, lett. a), modificativo del D.P.R. 22 luglio 1998, n. 322, art. 2, con effetto dall’1 gennaio 2002, laddove l’erronea dichiarazione dei redditi della C. afferiva all’anno d’imposta 1999.

L’Agenzia delle entrate ha censurato la decisione con due motivi:

con il primo per violazione della L. n. 537 del 1993, art. 14, comma 4, nonchè degli artt. 2727 e ss. c.c., in relazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver erroneamente ritenuto che fossero stati sottoposti a sequestro le plusvalenze in esame;

con il secondo per violazione del D.P.R. n. 322 del 1998, art. 2 comma 8 bis, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè erroneamente aveva ritenuto inapplicabile al caso di specie la suddetta disciplina.

Ha chiesto pertanto la cassazione della sentenza.

L’intimato non si è costituito.

Nell’adunanza camerale del 24 settembre 2020 la causa è stata discussa e decisa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Deve pregiudizialmente verificarsi se sia stato regolarmente costituito il contraddittorio nel giudizio dinanzi alla Corte. A tal fine dagli atti del fascicolo si evince che ad una prima attività di notificazione del ricorso all’intimata, del 20 gennaio 2014, che risulta non andato a buon fine per irreperibilità della destinataria, è seguito un secondo tentativo di notifica del 12 marzo 2014, di cui tuttavia non risulta depositata agli atti la cartolina dell’avviso di ricevimento.

Questa Corte ha affermato che la produzione dell’avviso di ricevimento del piego raccomandato, contenente la copia del ricorso per cassazione spedita per la notificazione a mezzo del servizio postale ai sensi dell’art. 149 c.p.c., o della raccomandata con la quale l’ufficiale giudiziario dà notizia al destinatario dell’avvenuto compimento delle formalità di cui all’art. 140 c.p.c., è richiesta dalla legge esclusivamente in funzione della prova dell’avvenuto perfezionamento del procedimento notificatorio e, dunque, dell’avvenuta instaurazione del contraddittorio. Ne consegue che l’avviso non allegato al ricorso e non depositato successivamente può essere prodotto fino all’udienza di discussione di cui all’art. 379 c.p.c., ma prima che abbia inizio la relazione prevista dal comma 1 della citata disposizione, ovvero fino all’adunanza della corte in camera di consiglio di cui all’art. 380-bis c.p.c., anche se non notificato mediante elenco alle altre parti ai sensi dell’art. 372 c.p.c., comma 2. In caso, però, di mancata produzione dell’avviso di ricevimento, ed in assenza di attività difensiva da parte dell’intimato, il ricorso per cassazione è inammissibile, non essendo consentita la concessione di un termine per il deposito e non ricorrendo i presupposti per la rinnovazione della notificazione ai sensi dell’art. 291 c.p.c.; tuttavia, il difensore del ricorrente presente in udienza o all’adunanza della corte in camera di consiglio può domandare di essere rimesso in termini, ai sensi dell’art. 184-bis c.p.c., per il deposito dell’avviso che affermi di non aver ricevuto, offrendo la prova documentale di essersi tempestivamente attivato nel richiedere all’amministrazione postale un duplicato dell’avviso stesso, secondo quanto previsto dalla L. n. 890 del 1982, art. 6, comma 1 (Sez. U, 14/01/2008, n. 627). Si tratta di un principio consolidato costantemente seguito dalla giurisprudenza di legittimità (ex multis, Cass., 21/04/2010, n. 9487; 28/04/2011, n. 9453; 30/12/2015, n. 26108; 12/07/2018, n. 18361; 28/03/2019, n. 8641).

Nel caso di specie manca sia la prova dell’avvenuto compimento del procedimento di notificazione, sia ogni altra condizione, pur considerata dalla giurisprudenza ai fini della rimessione in termini in ragione della mancata costituzione dell’intimato, per dimostrare la regolare instaurazione del contraddittorio.

Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile. Non vi è processo sulle spese di istanza di attività difensiva dell’intimata

P.Q.M.

Dichiara il ricorso inammissibile.

Così deciso in Roma, il 24 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 febbraio 2021

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